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Canzoniere di Francesco Petrarca 
1 - 30

Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond'io nudriva 'l core
in sul mio primo giovenile errore
quand'era in parte altr'uom da quel ch'i' sono,
del vario stile in ch'io piango et ragiono
fra le vane speranze e 'l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pieta, nonche perdono.
Ma ben veggio or si come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno;
et del mio vaneggiar vergogna e 'l frutto,
e 'l pentersi, e 'l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo e breve sogno.

2
Per fare una leggiadra sua vendetta
et punire in un di ben mille offese,
celatamente Amor l'arco riprese,
come huom ch'a nocer luogo et tempo aspetta.
Era la mia virtute al cor ristretta
per far ivi et ne gli occhi sue difese,
quando 'l colpo mortal la giu discese
ove solea spuntarsi ogni saetta.
Pero, turbata nel primiero assalto,
non ebbe tanto ne vigor ne spazio
che potesse al bisogno prender l'arme,
overo al poggio faticoso et alto
ritrarmi accortamente da lo strazio
del quale oggi vorrebbe, et non po, aitarme.

3
Era il giorno ch'al sol si scoloraro
per la pieta del suo factore i rai,
quando i' fui preso, et non me ne guardai,
che i be' vostr'occhi, donna, mi legaro.
Tempo non mi parea da far riparo
contra colpi d'Amor: pero m'andai
secur, senza sospetto; onde i miei guai
nel commune dolor s'incominciaro.
Trovommi Amor del tutto disarmato
et aperta la via per gli occhi al core,
che di lagrime son fatti uscio et varco:
pero al mio parer non li fu honore
ferir me de saetta in quello stato,
a voi armata non mostrar pur l'arco.

4
Que' ch'infinita providentia et arte
mostro nel suo mirabil magistero,
che crio questo et quell'altro hemispero,
et mansueto piu Giove che Marte,
vegnendo in terra a 'lluminar le carte
ch'avean molt'anni gia celato il vero,
tolse Giovanni da la rete et Piero,
et nel regno del ciel fece lor parte.
Di se nascendo a Roma non fe' gratia,
a Giudea si, tanto sovr'ogni stato
humiltate exaltar sempre gli piacque;
ed or di picciol borgo un sol n'a dato,
tal che natura e 'l luogo si ringratia
onde si bella donna al mondo nacque.

5
Quando io movo i sospiri a chiamar voi,
e 'l nome che nel cor mi scrisse Amore,
LAUdando s'incomincia udir di fore
il suon de' primi dolci accenti suoi.
Vostro stato REal, che 'ncontro poi,
raddoppia a l'alta impresa il mio valore;
ma: TAci, grida il fin, che farle honore
e d'altri homeri soma che da' tuoi.
Cosi LAUdare et REverire insegna
la voce stessa, pur ch'altri vi chiami,
o d'ogni reverenza et d'onor degna:
se non che forse Apollo si disdegna
ch'a parlar de' suoi sempre verdi rami
lingua mortal presumptuosa vegna.

6
Si traviato e 'l folle mi' desio
a seguitar costei che 'n fuga e volta,
et de' lacci d'Amor leggiera et sciolta
vola dinanzi al lento correr mio,
che quanto richiamando piu l'envio
per la secura strada, men m'ascolta:
ne mi vale spronarlo, o dargli volta,
ch'Amor per sua natura il fa restio.
Et poi che 'l fren per forza a se raccoglie,
i' mi rimango in signoria di lui,
che mal mio grado a morte mi trasporta:
sol per venir al lauro onde si coglie
acerbo frutto, che le piaghe altrui
gustando afflige piu che non conforta.

7
La gola e 'l sonno et l'otiose piume
anno del mondo ogni vertu sbandita,
ond'e dal corso suo quasi smarrita
nostra natura vinta dal costume;
et e si spento ogni benigno lume
del ciel, per cui s'informa humana vita,
che per cosa mirabile s'addita
chi vol far d'Elicona nascer fiume.
Qual vaghezza di lauro, qual di mirto?
Povera et nuda vai philosophia,
dice la turba al vil guadagno intesa.
Pochi compagni avrai per l'altra via:
tanto ti prego piu, gentile spirto,
non lassar la magnanima tua impresa.

8
A pie' de' colli ove la bella vesta
prese de le terrene membra pria
la donna che colui ch'a te ne 'nvia
spesso dal somno lagrimando desta,
libere in pace passavam per questa
vita mortal, ch'ogni animal desia,
senza sospetto di trovar fra via
cosa ch'al nostr'andar fosse molesta.
Ma del misero stato ove noi semo
condotte da la vita altra serena
un sol conforto, et de la morte, avemo:
che vendetta e di lui ch'a cio ne mena,
lo qual in forza altrui presso a l'extremo
riman legato con maggior catena.

9
Quando 'l pianeta che distingue l'ore
ad albergar col Tauro si ritorna,
cade vertu da l'infiammate corna
che veste il mondo di novel colore;
et non pur quel che s'apre a noi di fore,
le rive e i colli, di fioretti adorna,
ma dentro dove gia mai non s'aggiorna
gravido fa di se il terrestro humore,
onde tal fructo et simile si colga:
cosi costei, ch'e tra le donne un sole,
in me movendo de' begli occhi i rai
cria d'amor penseri, atti et parole;
ma come ch'ella gli governi o volga,
primavera per me pur non e mai.

10
Gloriosa columna in cui s'appoggia
nostra speranza e 'l gran nome latino,
ch'ancor non torse del vero camino
l'ira di Giove per ventosa pioggia,
qui non palazzi, non theatro o loggia,
ma 'n lor vece un abete, un faggio, un pino
tra l'erba verde e 'l bel monte vicino,
onde si scende poetando et poggia,
levan di terra al ciel nostr'intellecto;
e 'l rosigniuol che dolcemente all'ombra
tutte le notti si lamenta et piagne,
d'amorosi penseri il cor ne 'ngombra:
ma tanto bel sol tronchi, et fai imperfecto,
tu che da noi, signor mio, ti scompagne.