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Favole di Fedro
Libro primo 

La volpe e il corvo

Chi gode d'esser lodato con lusinghiere parole
ne paga poi, con tardivo ravvedimento, la pena.

Mentre a mangiarsi il suo cacio rapito ad una finestra
si accinge il corvo, tra i rami appollaiato d'un'alta
pianta, la volpe lo scorge, e in tale modo gli parla:
lodato con lusinghiere parole è di solito punito col rimpianto
e con la vergogna».

«Quale splendore è mai quello, o corvo, che han le tue piume!
Come sei bello nel viso, maestoso nel corpo!
Nessun uccello, se avessi il canto, ti vincerebbe».
E quello sciocco, nell'atto di far pompa del canto,
lascia cadere il formaggio, che l'astutissima volpe
subito afferra con avidi denti e porta lontano.
Allora il corvo stordito tardi gemé dell'inganno.
Si prova qui quanto valga la sottigliezza di mente;
l'avvedutezza, alla fine, prevale sempre sul merito.

Vulpis et  corvus
Qui se laudari gaudet verbis subdolis,

fere dat poenas turpi paenitentia.

Cum de fenestra corvus raptum caseum
comesse vellet, celsa residens arbore,
vulpes hunc vidit, deinde sic coepit loqui:
«O qui tuarum, corve, pennarum est nitor!
Quantum decoris corpore et vultu geris!
Si vocem haberes, nulla prior ales foret».
At ille stultus, dum vult vocem ostendere,
emisit ore caseum, quem celeriter
dolosa vulpes avidis rapuit dentibus.
Tum demum ingemuit corvi deceptus stupor.

Hac re probatur ingenium polleat; 
uirtute semper praeualet sapientia.

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