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ascia in giardino, poesie animali
Racconto di Albert Schweitzer
Non far soffrire gli animali 

Un proverbio popolare dice che chi non ama le bestie non ama neppure gli uomini.
Presa in assoluto, l'affermazione può sembrare eccessiva: dobbiamo tuttavia riconoscerle un notevole grado di verità, intendendo che colui il quale possiede un cuore buono ed aperto non si limita ad essere generoso e cortese con le persone, ma tale si manifesta anche nei confronti di tutte le creature.
A riprova di tutto questo ci sembrano assai significative le pagine che seguono, scritte da Albert Schweitzer, medico francese, recentemente scomparso, conosciuto e stimato in tutto il mondo per l'eroismo col quale dedicò la maggior parte della sua vita all'assistenza medica e al recupero morale delle più misere e povere popolazioni africane. Il rispetto, se non proprio l'amore per gli animali (i quali tra l'altro sono indispensabili alla vita dell'uomo sulla terra), è indice di una maturità e nobiltà d'animo che purtroppo, nel nostro Paese, non è di tutti e particolarmente non dei giovani, spesso crudeli verso di loro; fl che giustifica le acerbe critiche che non di rado, a questo riguardo, ci sono rivolte dagli stranieri.

Ho sempre sofferto per le miserie che ho visto nel mondo e posso affermare di non aver mai conosciuto quella che si chiama la gioia giovanile di vivere.
Penso che sia lo stesso per molti bambini, anche se este riormente sembrano allegri e spensierati.
Particolarmente soffrivo per tutte le pene inflitte ai poveri animali.
Per molte settimane non mi liberai dall'immagine di un vecchio cavallo zoppicante che un uomo dietro di me tirava per una fune, mentre un altro lo colpiva con un bastone.
Veniva portato al macello di Colmar.
Neppure riuscivo a comprendere, già prima di andare a scuola, perché nelle mie preghiere serali dovessi ricordarmi soltanto degli uomini.
Dopo aver perciò pregato con la mia mamma e dopo il bacio della buona notte, recitavo ancora, segretamente, un'orazione supplementare per tutti gli esseri viventi. DIceva: «Padre nostro, proteggi e benedici tutto ciò che ha vita, guardalo da ogni male e fallo riposare in pace! ».
Un episodio, che accadde quando avevo otto o nove anni, mi fece molta impressione.
Con Enrico Brasch, un mio amico, avevo fatto alcune fionde, ricavandole ci nastri di gomma, con le quali si potevano scagliare dei sassi.
Era primavera, il periodo della Passione! Una domenica mattina Enrico mi disse: « Andiamo nella vigna e tiriamo agli uccelli ».
Trovai la proposta orribile, ma non ebbi il coraggio di contraddirlo: temevo di essere preso in giro. Giungemmo cosi vicino a un albero senza foglie, sul quale gli uccelli cantavano senza paura. Nascondendosi come un indiano a caccia, il mio amico mise un sasso nella fionda e la tese; io feci lo stesso, obbedendo al suo sguardo imperioso, torturato da roventi rimorsi e deciso a mancare il bersaglio. In quell'attimo, le campane cominciarono a suonare, unendosi al canto degli uccelli e ai raggi del sole. Era lo scampanio che preannunciava la funzione religiosa e che precedeva di mezz'ora il rintocco principale. lo lo interpretai come una voce celeste, buttai via la fionda, feci volar via gli uccelli, salvandoli dalla fionda del mio compagno, e scappai a casa...
Da quel giorno ebbi il coraggio di liberarmi dal rispetto umano e quando erano in gioco le mie convinzioni più profonde davo meno peso di prima all'opinione altrui.
Cercai anche di perdere la paura di venire deriso.
Il modo in cui il comandamento che ci vieta di uccidere e di torturare si elaborò in me rappresenta l'avvenimento principale della mia giovinezza, di fronte al quale impallidiscono tutti gli altri.
Prima che andassi a scuola, avevamo un cane giallognolo, chiamato Phylax, che, come parecchi altri della sua razza, odiava le uniformi e se la prendeva sempre con il postino.
Mi fu assegnato il compito di tenere a bada l'animale cui piaceva mordere e che aveva già messo a prova la sua dentatura su di un gendarme quando arrivava il portalettere.
Con una frusta lo costringevo a ritirarsi in un angolo del cortile e non lo lasciavo andare prima che il postino fosse partito.
Ero orgoglioso di giocare al domatore con il cane che ringhiava e digrignava i denti e di impedirgli a colpi di frusta di fuggire dall'angolo.
Ma questo senso d'orgoglio era di breve durata e, più tardi, seduti accanto come due buoni amici,
mi pentivo di averlo picchiato.
Sapevo che avrei potuto anche tenerlo lontano dal portalettere afferrandolo per il collarino  accarezzandolo; ma, al momento giusto, mi abbandonavo nuovamente al sogno di fare il domatore...
Durante le vacanze i nostri vicini mi lasciavano guidare il carro.
Il loro cavallo era già piuttosto vecchio e un po' rachitico; non si doveva farlo trottare troppo.
Tutto preso dalla mia passione, lo spronavo ogni volta con la frusta, anche quando sapevo e notavo che era stanco, quasi sedotto dalla fierezza di poter guidare un cavallo che sapeva correre:
Il padrone me lo permetteva « per non guastarmi il piacere della corsa », ma all'arrivo tutta la gioia svaniva. Quando toglievo le bardature al cavallo, notavo dai suoi fianchi che faceva fatica a respirare, mentre sul carro non avevo potuto vederlo bene.
Non serviva molto che lo guardassi negli occhi stanchi, chiedendogli silenziosamente scusa...
Quando già frequentavo il liceo e mi trovavo a casa per le vacanze di Natale, accadde che, mentre giravo su una slitta trainata da un cavallo, piombasse abbaiando su di noi il cane del nostro vicino Loscher, noto per la sua aggressività.
Benché ci assalisse solo per petulanza, mi sentii in diritto di dargli una frustata molto precisa.
Avevo mirato troppo bene!
Colpito in un occhio, si rotolò nella neve fra lancinanti guaiti.
La sua voce lamentosa mi perseguitò a lungo e per molte settimane non potei liberarmene.

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