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Racconto di Carlo Levi
Ritorno a Gagliano

Così moltissimi, in quell'anno di lutto, si lasciarono convincere, abbandonarono il lavoro, presero il piroscafo, tornarono al paese, e vi restarono invischiati come mosche in una ragnatela.
Eccoli di nuovo contadini, con l'asino e la capra, eccoli partire ogni mattina per i lontani bordi di malaria. Altri conservano invece il mestiere che facevano in America; ma qui, al paese, non c'è lavoro, e si fa la fame.
Maledetto il 1929, e chi mi ha fatto tornare! - mi diceva Giovanni Pizzilli, il sarto, mentre mi prendeva le misure in pollici, con complicati e originali e moderni sistemi americani per l'abbassamento della spalla,.e non so che altro, per un vestito alla cacciatora.
Era un artigiano intelligente, abilissimo nel suo mestiere, come se ne trovano pochi nelle più celebrate sartorie di città, e mi fece, per cinquanta lire di fattura, il più bell'abito di velluto che io abbia mai portato.
In America guadagnava bene, ora era in miseria, aveva già quattro o cinque figli, non sperava più di risollevarsi, e sul suo viso ancor giovane era scomparsa ogni traccia di energia e di fiducia, per lasciarvi una continua, disperata espressione di angoscia.
Laggiù avevo un salone, e quattro lavoranti. Nel '29 sono venuto per sei mesi, ma ho preso moglie e non sono più partito: e ora son ridotto a questa botteguccia e a combattere con la miseria, - mi diceva il barbiere, un uomo coi capelli già grigi sulle tempie, con l'aria seria e triste.
A Gagliano c'erano tre botteghe di barbiere, e questa dell'americano, in alto, vicino alla chiesa, era la sola che fosse sempre aperta, quella dove si rasavano i Signori.
C'era uno specchio tutto appannato dalle cacche di mosca, c'era qualche seggiola di paglia, e al muro erano attaccati ritagli di giornali americani, con fotografie di Roosevelt, di uomini politici, di attrici, e réclames di cosmetici.
Era l'unico resto dello splendido salone in non so più quale strada di New York: il barbiere, ripensandoci, si rattristava e si faceva cupo.
Che cosa gli rimaneva della bella vita di laggiù, dove era un signore? Una casetta in cima al paese, con la porta pretenziosamente scolpita e qualche vaso di geranio sul balcone, la moglie malaticcia, e la miseria. - Non fossi mai tornato! - Questi americani del 1929 si riconoscono tutti all'aria delusa di cani frustati, e ai denti d'oro.
I denti d'oro brillavano anacronistici e lussuosi nella larga bocca contadina di Faccialorda, un uomo grosso, robusto, dall'aspetto testardo ed astuto.
Faccialorda, chiamato da tutti con questo soprannome forse per il colore della sua pelle, era invece un vincitore nella lotta dell'emigrazione, e viveva nella sua gloria.
Era tornato dall'America con un bel gruzzolo, e anche se l'aveva già in gran parte perduto per comprarsi una terra sterile, ci poteva ancora modestamente campare: ma il vero valore di quel denaro consisteva nel non essere stato guadagnato col lavoro, ma con l'abilità.
Faccialorda, la sera, tornato dai campi, sull'uscio di casa sua, o passeggiando per la piazza, amava raccontarmi la sua grande avventura americana, felice per sempre della sua vittoria.
Era un contadino, in America faceva il muratore. - Un giorno mi danno da svuotare un tubo di ferro, di quelli che servono per le mine, che era pieno di terra. lo ci batto su con una punta; invece di terra, c'era la polvere, e il tubo mi scoppia in mano.
Mi sono un po' sgraffiato qui sul braccio, ma sono rimasto sordo.
Si era rotto il timpano.  Là in America ci sono le assicurazioni, dovevano pagarmi.
Mi fanno una visita, mi dicono di tornare dopo tre mesi.
Dopo tre mesi io ci sentivo di nuovo bene, ma avevo avuto l'infortunio, dovevano pagarmi, se c'è la giustizia. Tremila dollari dovevano darmi. lo facevo il sordo: parlavano, sparavano, non sentivo nulla. Mi facevano chiudere gli occhi: io mi dondolavo e mi lasciavo cadere per terra.
Quei professori dicevano che non avevo niente, e non volevano darmi l'indennità.
Mi fecero un'altra visita, e poi tante altre. lo non sentivo mai nulla, e cadevo per terra: dovevano pur darmi il mio denaro!
Siamo andati avanti due anni, che non lavoravo, i professori dicevano di no, io dicevo che non potevo far nulla, che ero rovinato.
Poi i professori, i primi professori dell'America si sono convinti, e dopo due anni mi hanno dato i miei tremila dollari. Mi vengono per giustizia. Sono subito tornato a Gagliano, e sto benissimo.
Faccialorda era fiero di aver combattuto da solo contro tutta la scienza, contro tutta l'America, e di aver vinto, lui, piccolo cafone di Gagliano, i professori americani, armato soltanto di ostinazione e di pazienza. Era, del resto, convinto che la giustizia fosse dalla sua parte, che la sua simulazione fosse un atto legittimo.
Se qualcuno gli avesse detto che egli aveva truffato i tremila dollari, si sarebbe sinceramente stupito. lo mi guardavo bene dal dirglielo, perché in fondo non gli davo torto; ed egli mi ripeteva con orgoglio la sua avventura, e si sentiva, nel suo cuore, un poco un eroe della povera gente, premiato da Dio nella sua difesa contro le forze nemiche dello Stato.
Mi venivano in mente, quando Faccialorda mi raccontava la sua storia, altri italiani incontrati in giro per il mondo, fieri di essersi battuti contro le potenze organizzate della vita civile, e di aver salvato la propria persona contro la volontà assurda dello Stato.
Faccialorda aveva vinto, ma anche lui era tornato, e tra poco, malgrado i denti d'oro, non lo si sarebbe più distinto dagli altri contadini.
A lui il racconto della sua avventura dava ancora un ricordo preciso, per quanto limitato e particolare, dell'America: ma gli altri in breve la dimenticavano: tornava ad essere per loro
quello che era stata prima della partenza, e anche, forse, mentre erano laggiù: il paradiso americano.
Dopo il '29, l'anno della disgrazia, ben pochi sono tornati da New York, e ben pochi ci sono andati.
I paesi di Lucania, mezzi di qua e mezzi di là dal mare, sono rimasti spezzati in due.
Le famiglie si sono separate, le donne sono rimaste sole: per quelli di qui, l'America si è allontanata, e con lei ogni possibile salvezza.
Soltanto la posta porta continuamente qualcosa che viene di laggiù, che i cornpaesani fortunati mandano a regalare ai loro parenti.
Don Cosimino aveva un gran da fare con questi pacchi: arrivavano forbici, coltelli, rasoi, strumenti agricoli, falcetti, martelli, tenaglie, tutte le piccole macchine della vita comune.
La vita di Gagliano, per quello che riguarda i ferri dei mestieri, è tutta americana, come lo è per le misure: si parla, dai contadini, di pollici e di libbre piuttosto che di centimetri o di chilogrammi.
Le donne, che filano lana su vecchi fusi, tagliano il filo con splendidi forbicioni di Pittsburg; i rasoi del barbiere sono i più perfezionati ch'io abbia mai visto in Italia, e l'acciaio azzurro delle scuri che i contadini portano sempre con sé, è acciaio americano.
Essi non sentono alcuna prevenzione contro questi strumenti moderni, né alcuna contraddizione fra di essi e i loro antichi costumi.
Prendono volentieri quello che arriva da New York, come prenderebbero volentieri quello che arrivasse da Roma.
Ma da Roma non arriva nulla. Non era mai arrivato nulla, se non l'U. E, e i discorsi della radio.

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