di Giuseppe Marotta
Non sempre i ricordi della giovinezza sono sereni e felici. Lo scrittore, infatti, rivive, con la mente e col cuore, le sensazioni provate allora nell'assistere ai sacrifici sopportati per lui dalla madre; rivede il povero rione in cui abitava, così in contrasto con l'ambiente dei ricchi; risente ancora i morsi della fame patita e resa più acuta dai cibi allettanti esposti in bella mostra nei negozi di Napoli.
Alle lettere d'amore alla madre, scritte e mai spedite, quando egli era giovane, l'autore aggiunge, ora, queste pagine, in cui, oltre alla riconoscenza immensa, esprime il rimorso per non aver ricambiato tanta comprensione e generosità da parte di lei.
Il brano è tratto dal libro più noto di Marotta L'oro di Napoli; un affresco stupendo, i cui colori addolciti o resi aspri dalla grandissima sensibilità con cui lo scrittore sa rievocare le luci e le ombre di quella varia umanità che lo 'sedusse' nei primi anni della giovinezza.
E una volta, per qualche interminabile mese, scrissi lettere d'amore a mia madre.
Avevo, rammento, diciotto anni; il tempo in cui ero operaio del Gas a Napoli; mia madre serviva ancora il conte M., che da via dei Mille si era trasferito al Monte di Dio, lavava e stirava per lui le più belle camicie inamidate del mondo, spolverava e spazzava, diceva al telefono:
Sì, eccellenza, il signor conte è fuori ma rientrerà presto; no, eccellenza, anche il maggiordomo ha dovuto uscire: io sono la cameriera, Concetta ; e quando non faceva niente di tutto questo guardava dalle finestre il giardino del Calascione che dal Monte di Dio scende ridendo e ballando a piazza dei Martiri. È una folle scorciatoia il Calascione, un groviglio di scalini e di aiuole, un torrente di vialetti fiancheggiati da rocce aguzze che sembravano denti di cremagliera: perciò scendé ridendo e ballando; allora nessuno poteva usufruirne senza pagare, a mezza strada, un soldo di pedaggio;
dico nessuno che fosse zoppo o che non sapesse, tagliando fuori con quattro salti la casetta del custode, procurarsi una scorciatoia della scorciatoia.
Spesso mia madre guardava le verdi spume del Calascione pensando: ero una poveretta che sposandosi diventò una dama e che con la vedovanza è ridiventata una poveretta; giardino, spiegami: anche Dio prima fa e poi si pente, o c'è solo una ruota che gira come gira?
Fantasticava, credo: l'aria di Pizzofalcone si riempiva di signori distintissimi che le si inchinavano togliendosi il cappello duro, e di altri gentiluomini che dichiarandosi di opposto parere la prendevano a calci. Il meno irreale di questi ultimi, cioè l'effettivo conte di M., un giorno domandò a mia madre se intendeva seguirlo per due o tre mesi a Montecarlo (dove si proponeva di svezzare al tavolo verde il suo enorme patrimonio o se preferiva licenziarsi; lei chiese qualche giorno per decidere e tornò a casa con gli occhi gonfi, non sapeva come parlarmene.
Abitavamo in via Purità a Materdei, una stanzetta con finestrelle da presepio che davano sul vico Neve 1°. in che senso, neve?
Era anzi una viuzza piena di sudici bassi, con bottegucce di ciabattini e di carbonai e sovrattutto dei più miseri fruttivendoli che si possano supporre, la loro mostra si componeva di due sedie accostate sulle quali con tragica arte essi disponevano gruppetti di frutta a un soldo ciascuno: due noci e una nespola, un'arancia e una ciocca di ciliege, tre mandorle e una contusa albicocca.
Perché vico Neve? In un attimo quel nerissimo popolino si arroventava imbastendo una lite, uomini che alla svelta si frantumavano le ossa oppure donne che si insolentivano per lunghe ore, trattenute dai vicini sulla soglia dei rispettivi bassi; là, come su un palcoscenico, le braccia levate al cielo, esse intonavano litanie di atrocissime offese, interminabili elenchi di colpe e di oscenità che facevano dire a mia madre: - Gesù, salvateci e che si confondevano, verso sera, con i richiami dei venditori di ulive e con i rauchi suoni dei campanacci che annunziavano il ritorno di qualche sentenziosa mucca alle grotte delle Fontanelle.
Vivevo solo con mia madre, in quel tempo, essendosi sposate le mie sorelle; dormivamo nel grande letto d'ottone in cui ero nato, di giorno mi sentivo talmente uomo da indebitarmi con i più sordidi strozzini di Napoli, ma la notte ridiventavo bambino, mi piaceva la mano di lei nei capelli e gustare, mentre chiudevo gli occhi, un remoto odore di culla che il mio sangue non aveva dimenticato.
Dunque mia madre promise una risposta al conte di M., ci pensava ma non sapeva come parlarne a me. Infine, stavamo per addormentarci, disse: - Peppino, tu non mi dai quasi niente, per la casa. Aspetta, io sono contenta lo stesso, finché lavoro.
Ma adesso... ma il conte... Bisbigliammo interminabilmente, avevo la sua mano nei capelli.
Mi domandò se mi sentivo capace di cavarmela da solo per un mese o due; invece di spendere : senza metodo la tua paga, disse, dovresti suddividerla bene, un tanto al giorno, da non farti mai mancare il necessario... è possibile?
Certo, risposi, non sono un ragazzo; ed effettivamente ottenni che i battiti del mio cuore non pervenissero ai sensibilissimi pomi del letto d'ottone, il minimo tintinnio mi avrebbe tradito.
Insomma lei partì con gli altri per la favolosa Montecarlo: forse non immaginava come sarebbero cominciati presto i miei guai, ma pianse egualmente; era cosi, mia madre, in un attimo le lacrime ritrovavano sulle sue guance la loro vecchia strada: e dove, dove ne prendeva tante?
Affidarmi a me stesso! lo sono sempre stato il mio padrigno.
In poche settimane dissipai le ibride centinaia di lire che gli strozzini disponibili potevano ancora darmi (feci anche qualche nuova conoscenza finanziaria, volti e nomignoli amari) e mi ridussi infine sulla paglia. Le vie di Napoli sono insultanti per chi ha mangiato poco o niente: i giganteschi 'provoloni' che si dondolano come odalische, i falcati prosciutti, le dune di ricotta, i salami di pasta larga, in cui se li espongono mezzi le tonde vene di grasso sembrano monetine d'argento, i canapi arrotolati di salsiccia e sovrattutto le rosticcerie e le 'pizzerie' con il loro aroma sincero antico di forno e di padella, quell'odore che non si ferma alle narici, che vive con noi e che è sempre nell'aria, vago o intenso, quando diciamo casa famiglia paese.
Cessato il lavoro, per non patire le strade, mi affrettavo a rientrare.
Arrivò giugno, ricordo, le finestrelle non accennavano mai a spegnersi, non era mai abbastanza notte. Dopo aver frugato dovunque in cerca di qualche miracoloso cibo (avevo perfino sorbito, condendolo col sale in un piatto, il poco olio trovato in una bottiglia; erano finite le croste di formaggio nella grattugia e le cipolle nel cestino; mille volte presi e fiutai una boccetta che era sempre quella dell'aceto) cominciavo a sentirmi dolorosamente figlio di mia madre.
Mia madre a Montecarlo! Un treno di lusso, un confine, stranieri da ogni parte, chiese che non la riconoscono, il conte di M. con le tasche piene di gettoni o improvvisamente ripudiato dalla fortuna, la servitù allegra" o sbigottita che lo sbircia; possibile?
Mia madre a Montecarlo, stira su un tavolo di Montecarlo mentre il vico Neve (Gesù, salvateci) va e viene nel suo cuore come il, ferro sulla candida biancheria; ogni fazzoletto, quando lo piglia dal mucchio e lo spruzza d'acqua per stirarlo, è una sindone con la mia stretta faccia nel mezzo che evita il suo sguardo e si vergogna.
Questo le dicevo nelle lettere d'amore che cominciai a scriverle: mi vergogno.
Le dicevo mi vergogno di non darti pane, di mangiare io il tuo pane che ora sta arrivandomi per posta da Montecarlo, da Montecarlo in piccole banconote francesi. Cara mamma, le dicevo, come sai che io sono il mio padrigno, come hai potuto indovinarmi tutto?
Diventerò un uomo sbagliato, cara mamma, e che sarà di te?
Sì, stai tranquilla: mi nutro regolarmente, adesso; tu me li mandi ben suddivisi, quasi giorno per giorno, il tuo salario e le tue mance da Montecarlo. Ti voglio tanto bene e non dimenticherò queste cose, le dicevo, sento che esse conteranno sempre nella mia vita.
E così è stato.
