Racconto di A. Maiuri
Pompei nelle ore della tragedia
La scoperta delle vittime dell'eruzione illumina di tanto in tanto di fosca luce il gran dramma del seppellimento di Pompei. Ci si aggira nelle strade, fra case e botteghe della città dissepolta e, fra tante immagini di vita che traspaiono dalle pareti sfavillanti di pitture o risuonano nelle iscrizioni dipinte o zraffite sui muri, si dimentica che ci si muove in una città morta e si dimenticano le circostanze cosmiche. apocalittiche di quella morte. Un monte ammantato di vigneti e di selve, sparso di Ville e di masserie, generoso fornitore di buona pietra da costruzione e di buon vino per i cellai, che esplode, si squarcia e proietta, tra boati e folgori, una pioggia
infernale di pomici e un turbine denso e soffocante di cenere che, in meno di tre giorni, copre e sommerge case e campi, uomini e animali, sotto un'immensa coltre cinerea senza più traccia di vita. Eppure quell'immensa coltre ha prodotto il più singolare evento che si conosca nella storia dell'umana civiltà: ha spento la vita e conservato le opere degli uomini. Un vulcano che avesse
eruttato una massa fluida di lava incandescente avrebbe distrutto irreparabilmente ogni cosa; invece, lapilli e cenere hanno conservato una città intatta come non avrebbe potuto fare meglio il più oculato conservatore di museo.
La scoperta, di un numeroso gruppo di pompeiani, di cui si è potuto ritrarre la forma plastica dei corpi, ci pone nuovamente innanzi all'umano dramma della città vesuviana. Spuntano ancora una volta le domande che ognuno fa innanzi alle grandi tragedie
della storia: quante vittime? Quali gli ultimi istanti di vita e quali circostanze di morte?
Sono note le modalità dell'eruzione. Se ne ha una preziosa testimonianza letteraria nelle lettere di Plinio il Giovane a Tacito, e se ne ha una documentazione reale e visiva nella stratificazione del terreno che seppelli Pompei. Uno strato inferiore di lapilli sciolti e incoerenti, franosi come la ghiaia d'un torrente, due metri e mezzo o tre d'altezza, a seconda degli avvallamenti e delle risacche del terreno, e uno strato superiore di cenere di un metro e mezzo o due metri al più che le acque hanno rassodato e indurito in
una specie di tufoide grigio: due strati nettamente separati come l'acqua e l'olio entro un bicchiere, segnano i due momenti del seppellimento della città e distinguono nettamente le vittime di Pompei.
Entro il banco dei lapilli, ove l'acqua e gli agenti atmosferici penetrano con facilità, si conservano mirabilmente strutture, mosaici e pitture, bronzi; marmi e suppellettili, ma non si conservano le materie corruttibili: il legno, il tessuto, i corpi degli uomini e degli animali. Degli abi- tanti che rimasero nelle case, sepolti nel lapillo fra il crollo dei pavimenti e dei tetti, cosi non resta che lo scheletro. Li troviamo accalcati presso la porta dell'abitazione nell'attesa angosciosa di uscire all'aperto e di un aiuto in sperato che non venne e non poteva venire da alcuno.
E sono, generalmente, famiglie agiate e numerose del ceto medio, alle quali l'attaccamento alla casa, il pensiero di quel che lasciavano e il numero stesso delle persone che le componevano, rendeva più ardua la fuga. Si trovarono i derelitti chiusi entro le. mura delle loro case come nella più tormentosa prigione, caduti stremati uno sull'altro in un ammasso confuso di ossa, tra le quali l'aureo sfavillio delle armille, degli orecchini, delle collane delle donne, degli anelli alle dita degli uomini, mettono una macabra luce
e dà a noi, scava tori di diciannove secoli dopo, il brivido di spogliare dei sepolti.
Diverso è il caso dei morti nella cenere. Questi furono gli animosi che disperatamente tentarono di mettere in salvo se stessi, una persona cara, la moglie, i figli e quel poco che potevano recare con sé: un pugno di danaro, qualche oggetto prezioso, il viatico per la fuga .. Dopo la spaventosa grandinata delle pomici, che scrosciavano come una tempesta di pietre sui tetti, quando porte e finestre del pianterreno erano già bloccate e il banco dei lapilli era alto sulle strade, nei cortili, negli orti, erano riusciti a evadere dai ballatoi e dalle terrazze dei piani superiori e sotto la sferza delle prime folate di cenere, avevano iniziato la fuga verso il lido e il
mare che sembrava l'unica via di scampo da quella terra nemica.
La cenere si trova depositata in due strati compatti di settanta-ottanta centimetri ciascuno; tra l'uno e l'altro ci fu una breve interruzione indicata da uno straterello di pochi centimetri di lapillo. I fuggiaschi che morirono nell'ultima fase del parossismo vulcanico, si trovano nello strato inferiore di cenere, nella positura in cui, soffocati, asfissiati, si abbatterono al suolo, nello sforzo disperato di sottrarsi alla soffocazione che li attanagliava alla gola. Caduti. la cenere continuò a depositarsi sui loro corpi. Divenuta. con la pioggia - che sempre accompagna le. eruzioni, grandi o piccole che siano - umida e molle, la cenere si modellò sulle forme di quei morti, s'impresse del profilo dei loro volti, della muscolatura delle braccia e delle gambe, delle pieghe delle vesti, della sagoma delle loro calzature come una forma d'argilla riceve lo stampo del rilievo o della scultura che deve riprodurre: cosicché quando il corpo lentamente si disfece, l'impalcatura dello scheletro poté sostenere per secoli il cavo di quella forma.
All'atto dello scavo, rimosso lo strato superiore di cenere, basta un colpo di mazza o un lieve corrugamento del terreno a segnalare la presenza di uno o più sepolti. Allora si isola il gruppo o i gruppi, che appaiono come uno o più tumuletti di terra, e vi si praticano uno o più fori per una prima ispezione. Quindi, ripulito il cavo con ferruzzi di sonda, esattamente come fa il chirurgo prima di un'operazione delicata, vi si inietta una buona colata di gesso liquido fino a che trabocchi come entro una forma di fusione. Dopo due o tre giorni il gesso è coagulato; si rompe la crosta del grumo e i corpi riappaiono nella loro interezza, stramazzati, giacenti, rovesci o supini, come morti su un campo di battaglia: il gesso in fusione ha ridato muscoli e carne allo scheletro delle ossa.
Così, un geniale, semplice ed economico espediente tecnico doveva dare, a Pompei, la visione del giudizio universale, quando i morti, al clangore della tromba dell'angelo dell'apocalisse, riprendono i loro corpi.
(da: «Le vie d'Italia» - 1962
