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Racconto di Vasco Pratolini
Cora

C'é stato un tempo in cui ho fatto il contadino, nella Val di Chiana; fu un periodo della mia vita del quale non ho nulla da nascondere o alterare. Durò una primavera e un'estate. Al principio dell'autunno, quando si cominciò a stare troppo in casa, dopo la trebbiatura la vendemmia e la nuova semina, e si dette mano a smantellare le cataste di legna preparate nell'aia dai ciocchi piu grossi perché il fuoco diventò una necessità fisica, mi prese nostalgia della città.
Ricordai le piazze pulite dal vento, bianche, stranamente umide di vento, le giovinette nei cappotti, le friggitorie, le lampade ad arco nella nebbia sérale delle strade: il fiato che esce dalla bocca e si fa consistente nell'aria evoca i treni, tutte le creature sembrano in procinto di un viaggio. L'inverno in città, nei giorni duri di gelo, ci si risente nel corpo a pezzi con la letizia di ricomporsi appena al tepore di una stanza: i tram e le auto dietro ai vetri della fmestra sono un piu grande e strano corpo che cerca di ricomporsi nell'aria che lo taglia.
La città è un pezzo di nebbia che si muove, e richiama città ed uomini in movimento: s'immagina l'Europa in questo senso di emigrazione, astri duri di fiati corpi e rumori che si spostano su uno stesso piano umido di vento. La natura è ostile come un ricordo a piegarsi, o come un rimorso. I contadini sfuggono a questa suggestione. L'inverno è per loro una stagione d'attesa, la colmano di piccole cose, o di grandi, come la caccia, distrattamente. Hanno un sentimento del tempo conservatore. La campagna è torbida come è torbido un ruscello ingrossato dalle pioggie: disposta alla distensione, alla quiete. La sua gente è intat.ta da secoli, parca, feconda, .il suo .mod~ di parlare anche è sobrio, con una)pronuncla scandita e sicura in cui ogni vocabolo è accertato. In città puoi perderti dentro una creatura un cielo, una cosa che parla e si muove come te e che ti sono contesi. In campagna cielo. e creatura sono ad attenderti, fatti quotidiani e doviziosi, sulla terra che blandisce l'illusione. 
Eppure la mia vita fu semplice in campagna. Mi ci ero rifugiato in un momento di sconforto: la città mi aveva lasciato solo con la mia miseria, i miei malanni; fmito, con la morte dell'amante, il primo amore, gli autobus correvano sul mio corpo. Avevo preso un treno, clandestinamente; a piedi avevo raggiunto un paese. Dopo la chiesa, un mucchio di case con un appalto che sapeva di tabacco e di salumi, e di li, a un chilometro (per viottoli ora, in mezzo ai campi, per la prima volta imparavo la terra, cercavo di distinguere il noce dal cipresso, il susino dal melo, l'erba medica dal grano" ancora verde), una casa.
lo tornavo a quella casa dopo molti anni, vi avevo abitato fanciullo alcuni mesi. Nulla ricordavo, nomi. Trovai il mio posto alla tavola, la mia porzione di saccone e lenzuola nel vastissimo letto dei piu giovani ragazzi, l'impiego nella stalla, aiuto di Pasquino.

Ci alzavamo molto presto, Pasquino ed io, entravamo nella stalla calda di fiati e letame, dicevamo buongiorno e chiamavamo per nome le bestie come creature. Si girava una fune sulle corna delle bestie come un giogo familiare e a due per volta le portavamo all'abbeverata: bevevano a lunghi sorsi, palpitando alle gorgiere. Poi si ripristinava loro il letto di paglia, nettandolo del letame che raccoglievamo su una barella, scaricandola dietro casa. Pasquino si dedicava burbero e amoroso alla pulizia delle bestie, io trinciavo l'erba medica, il foraggio: staccavo i vitellini dalla mangiatoia, -ed essi scalpitavano sulle pietre della stalla con i loro zoccoli vergini, correndo d'istinto alla mammella materna.
Non ci servivamo, di orologi, la giornata consisteva in guesto cumulo di azioni snodate lungo le ore, tra un'abbeverata e l'altra delle bestie, la seconda al vespero, ed era sempre rosa e viola la gora ove i bianchi animali spengevano il loro affanno. Avevo imparato a falciare l'erba medica, con un gesto lento ampio e deciso della larga falce, con una gioia come di uccidere e come di creare. Un giorno colpii a vuoto nel folto dell'erba e la falce mi ricadde su uno stinco in un fiotto di sangue, e dolore. Mi fu versato il vinello della fiasca sulla ferita, fasciata la gamba con un fazzoletto, e al passo saggio delle bestie raggiunsi la casa. La tibia era appena scalfita ma siccome il polpaccio gonfiava non mi alzai l'indomani né il giorno appresso. Allora apparve l'unico libro della casa e mi fu dato in lettura: era un esemplare dei « Promessi Sposi », odorava di mele e di biancheria pulita.
Salì Cora nella camera ove stavo ferito, e mi accorsi di volerle bene. « Il cittadino », disse, « che s'è buttata addosso la falce».
« Cora», le dissi, « è vero che mi vuoi bene?». Essa non rispose né abbassò l sguardo. Si ravviò la, pezzuola .sulla testa, disse: « Domandalo alle tue bestie », e sparì. La mattina dopo, mentre passava col suo carro sotto alla mia finestra, cantò:

Cittadin mangia fagioli,
lecca piatti e tovaglioli.

Io mi trascinai alla finestra per salutarla. Essa gridò: « Si, che ti voglio bene, cittadino! », e aizzò i buoi, ritta sulla stanga del carro.
Con l'estate venne la raccolta del tabacco, poi la trebbia, la vendemmia. lo mi' ero fatto piu alto e piu forte, ero annerito dal sole, rasati i capelli; e le stoppie i sassi e le zolle non mi facevano piu dolere i piedi nudi. La sera che sgusciavamo le pannocchie di granturco, andammo Cora ed io dietro l'ultimo pagliaio per vedere se le sorbe fossero maturate da quando ve l'avevamo deposte. Ci baciammo con un sapore di sorbe nel palato.
Ma poi fu autunno, io avevo indosso una cacciatora pesante; .sentimmo il bisogno di tenere per noi nella stalla il primo latte, da bere appena munto, tepido ed acre, con Pasquino. La casa ci accolse piu a lungo coi primi freddi, e io sentii nostalgia della città: i caffè aperti nell' alba, le prime corse dei tram, e ripensai anche ai pomeriggi nella biblioteca pubblica, le cose che avevo da imparare, i cinema di sera, i varietà.
Mi veniva da piangere, come in un esilio.


Racconti italiani 1965

Vasco Pratolini (Firenze, 19 ottobre 1913 – Roma, 12 gennaio 1991) E' uno dei maggiori narratori italiani conosciutissimo anche all'estero.  Molti dei suoi libri hanno avuto una versione cinematografica.  Alla domanda: «Come definisci la tua opera, il tuo carattere, la tua persona?» Pratolini rispose: «Opera: italiana. Carattere: fiorentino. Persona: ghibellina.

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