
Racconto di Vasco Pratolini
In un cantiere edile
Il sole ricominciava a cuocere il viso dei muratori, le braccia, la nuca: grondavano sudore e non avevano ancora attaccato a lavorare.
Svelti, si riattacca - gridò Nardini.
Alte, sotto il sole che batteva a perpendicolo, si stagliavano le impalancate: di ponte in ponte; per mezzo delle scale, si sarebbe saliti fino al quinto ripiano dove i lavori erano rimasti interrotti. I manovali riempivano i cofani di calcina; infilavano le scale, sorreggendosi con la mano di piolo in piolo, recando sull'omero i cofani e le pile di mattoni.
La squadra di Metello, lui Lippi e Friani che lavoravano fianco a fianco, si avviò. Ora, correndo come una furia lungo la massicciata, apparve il piccolo Renzoni.
I muratori raggiungevano i "ponti", spingendosi su per le scale; il sole ricominciava a cuocere il loro viso, le braccia, la nuca; grondavano sudore e non ancora avevano attaccato a lavorare. Nondimeno, proprio adesso, si sentivano invasi da un sentimento che se non era allegria, era digià buonumore. Non si dicevano più: è stata una vittoria; ma: forza, dài, te ne rammenti ancora come si combaciano due mattoni?
Renzoni prese la pala e riempì il suo cofano di calcina.
- È venuta? - gli chiese Parigi che, lì a un passo, compiva il suo stesso lavoro.
- La vedessi: ci aveva un vestito rosa a quadratini. E in mezzo al filoncino, c'era una braciola impanata.
- Finirà che la sposi.
- Se non cambio idea sotto le armi, di sicuro.
- O Nino, ci fai aspettare un po' troppo, con cotesta calcina - gli gridò Lippi sporgendosi dalle impalcate, mentre ancora saliva.
Un quarto d'ora dopo, era come se il lavoro non si fosse mai lasciato; steso il primo strato di calcina sulle pietre e i mattoni, i muri venivano su di nuovo, freschi, sotto il sole. Il cantiere risuonava delle voci, dei colpi dei carpentieri che ribadivano i parapetti di legno e i pali maestri, e segavano le assi, fissavano nuove giunture alle tavolate; i manovali impastavano acqua e cemento; il canelupo si era steso all'ombra e dormiva. Olindo andava avanti e indietro con la sua carriola di pietrisco, e lì vicino, Parigi tirava la fune che scorreva sulla carrucola
e trasportava sui ponti gli arnesi, i cofani e i mattoni, snellendo la fatica ai manovali e accelerando i tempi ai muratori.
Un treno sbucò fischiando dal tunnel, col suo pennacchio di fumo.
Il decano disse:
- Beato chi può viaggiare. Chi viaggia non ha certe preoccupazioni.
- Parli come un bambino - disse Friani.
- È che non ho mai preso il treno in vita mia.
Metello disse: - Se parli ti aumenta il caldo e la fatica, nonno, te ne sei dimenticato?
- Ma se l'ho insegnato io a te!
- Ecco l'ingegnere - disse Friani.
Il nipote gli andò incontro e gli porse la mano per aiutarlo a salire gli ultimi gradini. Dietro Badolati veniva il piccolo Renzoni, già al suo terzo viaggio, col cofano sulle spalle e la fronte madida di sudore.
L'ingegnere proseguì sul ponte: si era fermato accanto a Metello, e insieme a lui e al nipote considerava la ripresa dei lavori.
- Lippi, o Lippi, datemi una mano - disse Renzoni.
Piccolo, come lo chiamavano, e piccolo di statura, una notte a metà perduta, e su e giù di corsa tutta la mattina, la stanchezza gli tagliava ora le gambe: si appoggiò al palo maestro che aveva alle spalle, e vi si sostenne aderendovi col cofano pieno di calcina.
- Vieni - disse Lippi. E, monotono nella sua ironia, - Questa sarebbe la nuova generazione - esclamò -.Che ci vai a fare di leva?
Appena arrivi ti passano all'infermeria.
- Magari, magari mi rimandassero subito a casa. Mi sposerei prima.
- Bella prospettiva - disse il decano -.Porgimi il cofano, su.
Renzoni piccolo emergeva sul "ponte" di tutto il busto, fidandosi al terzo e al quarto piolo della scala, le spalle appoggiate al cofano e questo a contrasto col palo maestro che sovrastava il "ponte" dove si sarebbe coperta la costruzione.
- Sta' fermo, te lo tolgo io - aggiunse Lippi.
Si chinò, ma i reni non lo assistettero; trascinato dal peso delcofano che aveva agguantato con le due mani, cadde in ginocchio e in avanti, tentò di riprendersi aggrappandosi a Renzoni che a sua volta si puntellò al palo e gli porse la mano. Ma il palo cedette, una delle giunture non ancora ribattuta si aperse, il palo oscillò e il piccolo Renzoni cadde all'indietro, nel vuoto.
Il decano, d'istinto, cercò di venirgli in aiuto, lo sfiorò appena e, portato dallo slancio, precipitò con lui. Un urlo solo e si schiacciarono sullo sterrato.
Il decano spirò all'istante, e il piccolo Renzoni, senza avere ripreso conoscenza, mentre lo trasportavano all'ospedale.
