
Racconto di Francesco Chiesa
Un ragazzo vede l'autunno
La gente badava poco ai fatti miei, occupata a vendemmiare, a cogliere granturco, a bacchiare le ultime noci, a raccattar le prime castagne...
Tutti i frutti della terra erano venuti magnificamente quell'anno.
Nessun autunno mi ricordo d'aver veduto così carico d'abbondanza; simile a una festa solenne, tra il vero e il non vero, a cui contribuiva anche il tempo: tiepido,
morbido, un po' nuvoloso.
Di tanto in tanto il sole riusciva a farsi largo tra quelle nuvole trasognate e ci si mostrava biondo e raggiante come un immenso ostensorio e mandava in fiamme le vigne rosseggianti e faceva delirare di gioia le pannocchione del granturco appese agli archi dei loggiati.
Poi le nuvole si richiudevano e le cose di questo mondo tornavano a raccogliersi in un mezzo sonno, sotto quel grigio fantastico che, verso sera, accumulava dolci nebbioni sulla cima dei colli.
E che pungente suono di malinconia acquistava allora il verso del pettirosso dentro i cespugli più scuri: quel ticchettio frettoloso, intermittente, come se qualcuno volesse tentare di scuotere il suo sonaglietto, di picchierellare il suo tamburello, d'essere al!egro insomma, e non ci riuscisse più.
Che strano batticuore, mentre, attraversando un prato, intravedevo l'ultimo barlume, quel tenero, sbiadito violetto dei colchici; e mi tornava a mente, chissà perché, il funerale di quel ragazzino che avevano messo via il mese innanzi, verso sera!... Forse perché il panno bianco disteso sul terreno faceva nelle pieghe un dolce viola stinto, così...
Allora affrettavo il passo, sentendomi una stupida voglia di piangere, un bisogno di ritrovarmi subito coi miei, una fiera nostalgia del mio focolare acceso, come se fossi stato lontano anni ed anni.
Tutti i frutti della terra erano venuti magnificamente quell'anno.
Nessun autunno mi ricordo d'aver veduto così carico d'abbondanza; simile a una festa solenne, tra il vero e il non vero, a cui contribuiva anche il tempo: tiepido,
morbido, un po' nuvoloso.
Di tanto in tanto il sole riusciva a farsi largo tra quelle nuvole trasognate e ci si mostrava biondo e raggiante come un immenso ostensorio e mandava in fiamme le vigne rosseggianti e faceva delirare di gioia le pannocchione del granturco appese agli archi dei loggiati.
Poi le nuvole si richiudevano e le cose di questo mondo tornavano a raccogliersi in un mezzo sonno, sotto quel grigio fantastico che, verso sera, accumulava dolci nebbioni sulla cima dei colli.
E che pungente suono di malinconia acquistava allora il verso del pettirosso dentro i cespugli più scuri: quel ticchettio frettoloso, intermittente, come se qualcuno volesse tentare di scuotere il suo sonaglietto, di picchierellare il suo tamburello, d'essere al!egro insomma, e non ci riuscisse più.
Che strano batticuore, mentre, attraversando un prato, intravedevo l'ultimo barlume, quel tenero, sbiadito violetto dei colchici; e mi tornava a mente, chissà perché, il funerale di quel ragazzino che avevano messo via il mese innanzi, verso sera!... Forse perché il panno bianco disteso sul terreno faceva nelle pieghe un dolce viola stinto, così...
Allora affrettavo il passo, sentendomi una stupida voglia di piangere, un bisogno di ritrovarmi subito coi miei, una fiera nostalgia del mio focolare acceso, come se fossi stato lontano anni ed anni.
