La cronaca - diciamo cosi - di una sfortunata caccia ad un tasso (piccolo, tozzo e robusto mammifero che vive nei boschi, dedicandosi alla caccia notturna di piccoli animali e di rettili) fornisce allo Scrittore l'occasione per una efficace descrizione del paesaggio autunnale in una zona montuosa d'Italia. Si può notare come il Poeta (che è l'uomo che sa cogliere nel suo spirito ogni voce di armoniosa bellezza) prevalga nettamente sul cacciatore in queste pagine stese con tanta fresca immediatezza.
Nella sera di luna esco con il fucile per andare alla posta del tasso in fondo al canneto. Forse questa volta mi riuscirà di vederlo venire quatto quatto su per il sentiero, potrò tirargli e ucciderlo prima che mi abbia fiutato. Il vento è a tramontana. Ma un canto di più voci, lento e dolcissimo, che scendeva da una casa buia (basse voci femminili, frasi lasciate a mezzo e poi riprese con accento abbandonato) mi conduce su per una scala di pietra in un granaio dove in dieci o dodici stanno sfogliando il granturco. Seduti in cerchio, uomini, donne e fanciulli, fra i cartocci già alti sull'impiantito, in mezzo al cerchio pende da un arcareccio una lacrimosa lanterna da stalla. La scena è antica, e mi riporta indietro di colpo non so dire quanti secoli. lo mi appoggio allo stipite della porta e sto a contemplarli in silenzio.
La mia presenza non li ha per nulla turbati. Ormai ci conosciamo da un pezzo. Forse il canto è stato interrotto da una pausa piu lunga delle altre, il tempo di scambiarci un saluto, e la ragazza che lo riprende tiene per qualche attimo gli occhi bassi.
È una biondina dagli occhi bigi, con le treccioline attorcigliate sulla nuca. Si chiama Domenica, ed essendo l'ultima di una famiglia numerosa (avrà si e no quattordici anni), come qui si usa la mandano ogni giorno con le pecore a far legna nel bosco.
Le altre voci seguono la sua. Un fruscio di foglie secche, come a camminare nel bosco fra un mese, riempie le pause; corrono parole, chi ride, chi dice che si vuoti il vaglio, i ragazzi gridano strappandosi l'un l'altro i mustacchi che si son fatti con le barbe delle pannocchie; e poi Domenica riprende il canto, e tutti tacciono di nuovo per qualche istante. Intanto passa il tempo, vedo dalla porta aperta la luna crescere alle mie spalle, penso che il tasso sarà già fuori della sua tana con il mobile naso al vento, e pure non so distaccarmi da questa semplice e solita scena autunnale. I cartocci s'aprono come strani fiori, i loro gambi si spezzano crocchiando e le pannocchie stupendamente lucide e compatte vanno a cadere nel mucchio. Il vecchio massaro sceglie le pannocchie pili belle, quelle che hanno chicchi pili grossi e regolari, e le mette da parte in un vaglio, per la semente.
Alla posta del tasso non sono fortunato. Mi accovaccio fra le ultime canne, quanto basta per nascondermi senza perdere di vista il sentiero che sale dal valloncello. La tana del tasso è laggiù, nei crepacci d'una
frana, e noi l'avremo affumicata non so quante volte, senza mai riuscire a scovarlo. Deve essere un animale adulto, reso scaltro da una lunga esperienza. Basta uscire senza fucile, prima dell'alba o dopo l'imbrunire, per incontrarlo, non di sfuggita, ma a un tiro di pietra, mentre tranquillamente grufola in un campo o, trotterellando sulle sue corte zampe, se ne va a bere allo stagno. C'è anche chi lo ha potuto inseguire con un bastone. Ma quando si porta il fucile, non c'è caso che si faccia vedere; per il sentiero non ci passa, allo stagno non va; e a fargli la posta si perdono ore e ore inutilmente, finché, sul tardi, allucinati dalla luna, si spara una fucilata contro un cespuglio che si è mosso a un soffio pili vivo di vento, contro un'ombra, illusi per un attimo d'aver dato nel segno.
Di questi colpi ormai ne avremo sparati pili di cento, e tutti a vuoto. Per ciò decido di non far fuoco se non vedo il tasso cosi vicino da potergli contare uno per uno i peli sulla schiena. La luna è cosi chiara, l'aria cosi limpida, che posso quasi contare i fili d'erba che crescono lungo il sentiero. Meraviglioso silenzio della notte d'autunno! Tace il grillo, tace la rana, tace il chili, dell'usignolo nemmeno il ricordo, tanto nel castagneto, dinanzi a me, oltre il valloncello, di quando in quando un piccolo misterioso tonfo. Sono i ricci maturi delle castagne che si staccano e cadono dai rami. Le canne intorno a me sono immobili come lance piantate in un campo. Immagino un intero esercito con la lancia al piede, all'agguato del tasso lungo questo sentiero. Per quanto il venticello di tramontana sia cosi debole da non muover foglia, pure mi porta il profumo dei gineprilo sparsi nella macchia. È un profumo che mi piacerebbe assaporare domani a tavola se questo tasso maledetto si lasciasse prendere. Il vino nuovo ha finito or ora di bollire nelle botti,
e, in tre o quattro amici, cosi asprigno com'è, vorremmo appunto innaffiarne un bell'arrosto selvatico. Questo arrosto di tasso dicono che, chi lo ha assaggiato una volta col vino nuovo, finché vive ci ritorna.
Ma ecco, la luna scende dietro il monte, l'aria si fa bigia, l'ombra si allunga per quanto il monte è alto. È venuta anche per me l'ora dei colpi sparati contro le pietre, mentre il tasso forse ride nascosto in un
cespuglio, a due passi dal cacciatore. Sarà per un'altra volta: forse per un altro autunno. Sbuco di tra le canne e butto il fucile a tracolla. Ridi e balla quanto vuoi, tasso della malora: questa splendida notte d'ottobre, dopo tutto, vale pure un arrosto, tanto più se selvatico come il tuo. Lo schianto di qualche canna spezzata, il rotolare di un sasso, il cricchiare del pietrisco sotto i miei piedi, sembra che l'intera natura
si svegli a questi rumori. - Già, - grido, tanto per udire la mia voce.
Strano effetto, quello di una sola voce in cosi profondo silenzio. Poi mi avvio verso le case a passi lenti, come se camminassi con scarpe di piombo in fondo al mare.
All'indomani ci armiamo di una padella bucherellata e andiamo in tre o quattro nel castagneto. Ci accompagna una bella fiasca di vino rosso, tutta rivestita di vimini e munita di due piccole anse perché si
possa andare a braccetto. Sono queste le castagne che la notte scorsa si staccavano dai rami e cadevano con quei lievi tonfi per terra. Il prato sotto gli alberi ne è tutto cosparso: ricci ancora chiusi di un verde pallido, spirante; ricci socchiusi come quelli che si vedono nelle vetrine dei pasticcieri, con l'involucro di zucchero verde pistacchio e la castagna di cioccolato; ricci infine simili a piccole bombe esplose, con la mitraglia delle castagne sparpagliata intorno. Ora noi faremo un fornello con due pietre, una fascinetta di rami secchi, un focherello vivo e linguacciuto. Chi raccoglierà le castagne, chi le inciderà col ronchetto; chi le farà ballare nella padella sul crepitante fuoco, finché anche la buccia si schiuderà lacrimando, e vedremo il bianco delle castagne piangere e rosolarsi. Grato rumore è quello delle castagne che tutte insieme saltano nella padella; grato profumo di arrosto vegetale quello che ora si spande nel bosco. Poi, sdraiati sull'erba, nel pomeriggio appena tepido, anzi già quasi fresco, a lungo sbucciamo castagne fumanti e croccanti, sorseggiando dalla buona fiasca un vinello risentito che ci riscalda quasi quanto il bel sole d'agosto che non è piu. Di quando in quando scoppia il mortaletto d'una castagna caduta intera nella cenere, e la sua polpa schizza lontano. Non siamo soli a godere di questo calmo meriggio di autunno. Miriadi di formiche alate sciamano da un vecchio tronco corroso, librandosi felici (dicono) nel loro volo d'amore. Sul finire della festa, siamo visitati da due scoiattoli che si mettono a giocare sul nostro capo fra i rami. Sono come due piccole fulve comete dalla lunga coda che roteano graziosamente nel verde dorato dell'albero.
