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Il risveglio della primavera
di Boris Pasternak

Com'è diversa la primavera nelle terre nordiche da quella che noi salutiamo nei nostri paesi, gentile e delicata, piena di indefinibili profumi, di vivi colori e voci armoniose! Qui la primavera sembra esprimersi solo in un fragore di acque che scorrono
In ogni direzione, che investono boschi, campi, foreste, liberando la terra dalla rigida scorza di ghiaccio.
Eppure anche qui essa reca un annunzio di novità e di gioia, e uomini e animali e cose riprendono a vivere.


In un primo tempo la neve si sciolse all'interno in silenzio e in segreto.
Quando una buona metà di quella immane fatica fu compiuta,
non rimase più celata e il prodigio venne alla luce.

Dalla coltre bianca che si fendeva, l'acqua corse fuori e cantò. I fondi,
impraticabili antri del bosco, si riscossero; tutto in essi si risvegliò.

L'acqua aveva dove espandersi: si precipitava giù dai burroni,
formava stagni, si riversava dovunque.
 Presto il bosco si riempi del suo frastuono, del suo pulviscolo fumoso.

Nella foresta i torrenti strisciavano come serpi, si impantanavano e
affondavano nella neve che ne legava i movimenti, scorrevano gorgogliando
nei tratti pianeggianti, si sminuzzavano, nel precipitare, in un polverio d'acqua.

 La terra ormai non poteva piu sorbire umidità. Da altezze vertiginose, quasi dalle
nubi, se ne abbeveravano invece con le loro radici gli abeti secolari, ai
cui piedi ribolliva una schiuma bruna, che s'asciugava in tanti cerchi,
come fa la schiuma della birra sulle labbra e sui baffi.

La primavera inebriava il cielo, che ne era stordito e si copriva di nuvole.
Sulla foresta nuotavano basse nubi di feltro dai lembi sfrangiati che
a momenti si abbattevano in tiepidi acquazzoni odorosi di terra fradicia,
che spazzavano via gli ultimi residui della nera corazza di ghiaccio.

(da Il dottor Zivago)

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