Giovanni Verga
Per un pugno di terra
Con attenzione Verga analizza la reazione dei ceti più miseri alle nuove prospettive aperte dalla conquista garibaldina prospettive aperte dalla conquista garibaldina della Sicilia.
Una reazione rabbiosa, frutto dell' esclusione secolare dalla vita sociale, in cui i contadini erano stati tenuti da secoli, che si manifestò con atti di violenza incontrollata e con l'acuirsi.di rivalità all'interno stesso delle masse.
Il brano si riferisce precisamente alla rivolta, scoppiata a Bronte nel 1860.
Garibaldi, che pure era stato largo di promesse ai ceti più miseri, in occasione del suo sbarco in Sicilia, dovette reprimere duramente i moti dei contadini che volevano terra da coltivare.
Nel racconto di Verga viene messo in luce soprattutto come l'impreparazione politica e l'ignoranza degli sfruttati abbia fatto anche allora il gioco delle classi dominanti.
Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colorie cominciarono a gridare in piazza: «Viva la libertà! ».
Come il mare in tempesta. La folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei galantuomini,davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci che luccicavano.
Poi irruppe in una stradicciuola.
«A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi campieri! »
Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo, armata soltanto delle unghie.
«A te, prete del diavolo! che ci hai succhiato l'anima! »
« A te, ricco epulone, che non puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero! »
« A te, sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva niente! »
« A te, guardaboschi! che hai venduto la tua carne e la carne del prossimo per due tre al giorno! »
E il sangue che fumava ed ubbriacava.Le falci, le mani, i cenci, i sassi, tutto rosso di sangue! - Ai galantuomini! Ai cappelli! Ammazza! ammazza! Addosso ai cappelli [...] Ma il peggio avvenne appena cadde il figliuolo del notaio, un ragazzo di undici anni, biondo come l'oro, non si sa come, travolto nella folla.
Suo padre si era rialzato due o tre volte prima di strascinarsi a finire nel mondezzaio gridandogli:
«Neddu! Neddu! ». Neddu fuggiva, dal terrore, cogli occhi e la bocca spalancati senza poter gridare.
Lo rovesciarono; si rizzò anch'esso su di un ginocchio come suo padre; il torrente gli passò di sopra; uno gli aveva messo lo scarpone sulla guancia e glie l'aveva sfracellata;
nonostante il ragazzo chiedeva ancora grazia colle mani.
Non voleva morire, no, come aveva visto ammazzare suo padre; strappava il cuore! Il taglialegna, dalla pietà, gli menò un gran colpo di scure colle due mani, quasi avesse dovuto abbattere un rovere di cinquant'anni, e tremava come una foglia. Un altro gridò: « Bah! egli sarebbe stato notaio, anche lui! »
Non importa! Ora che si avevano le mani rosse di quel sangue, bisognava versare tutto il resto. Tutti! tutti i cappelli!
Non era più la fame, le bastonate, le soperchierie che facevano ribollire la collera.
Era il sangue innocente. Le donne più feroci ancora, agitando le braccia scarne, strillando d'ira in falsetto, colle carni tenere sotto i brindelli delle vesti. -
Tu che venivi a pregare il buon Dio colla veste di seta! -Tu che avevi a schifo d'inginocchiarti accanto alla povera gente! -Te'! Te'! -
Nelle case, su per le scale, dentro le alcove, lacerando la seta e la tela fine.
Quanti orecchini su delle facce insanguinate! e quanti anelli d'oro nelle mani
che cercavano di parare i colpi di scure. [...]
E in quel carnevale furibondo del mese di luglio, in mezzo agli urli briachi della folla
digiuna, continuava a suonare a stormo la campana di Dio, fino a sera, senza mezzogiorno, senza avemaria, come in paese di turchi.
Cominciavano a sbandarsi, stanchi della carneficina, mogi, mogi, ciascuno fuggendo il compagno. Prima di notte tutti gli usci erano chiusi, paurosi, e in ogni casa vegliava il lume.
Per le stradicciuole non si udivano altro che i cani, frugando per i canti, con un rosicchiare secco di ossa, nel chiaro di luna che lavava ogni cosa, e mostrava spalancati i portoni e le finestre delle case deserte.
Aggiornava; una domenica senza gente in piazza né messa che suonasse.
Il sagrestano s'era rintanato; di preti non se ne trovavano più.
I primi che cominciarono a far capannelle sul sagrato si guardavano in faccia spettos; ciascuno ripensan o a quel che doveva avere sulla coscienza il vicino. Poi, quando furono in molti, si diedero a mormorare.
«Senza messa non potevano starci,un giorno di domenica, come i cani! »
Il casino dei galantuomini era sbarrato, e non si sapeva dove andare a prendere gli ordini dei padroni per la settimana.
Dal campanile penzolava sempre il fazzoletto tricolore, floscio nella caldura gialla di luglio. E come l'ombra s'impiccioliva lentamente sul sagrato, la folla si ammassava tutta in un canto.
Fra due casucce della piazza, in fondo ad una stradicciola che scendeva a precipizio, si vedevano i campi giallastri nella pianura,i boschi cupi sui fianchi dell'Etna. Ora dovevano spartirsi quei boschi e quei campi.
Ciascuno fra di sé calcolava colle dita quello che gli sarebbe toccato di sua parte, e guardava in cagnesco il vicino.
«Libertà voleva dire che doveva essercene per tutti! » «Quel Nino Bestia, e quel Ramurazzo, avrebbero preteso di continuare le prepotenze dei cappelli!»
« Se non c'era più il perito per misurare la terra, e il notaio per metterla sulla carta, ognuno avrebbe fatto a riffa e a raffa! » «E se tu ti mangi la tua parte all'osteria, dopo bisogna tornare a spartire da capo? »« Ladro tu e ladro io ».
Ora che c'era la libertà, chi voleva mangiare per due avrebbe avuto la sua festa come quella dei galantuomini! Il taglialegna brandiva in aria la mano quasi ci avesse ancora la scure.
Il giorno dopo si udì che veniva a far giustizia il generale,quello che faceva tremare
la gente. Si vedevano le camicie rosse dei suoi soldati salire lentamente per il burrone, verso il paesetto, sarebbe bastato rotolare dall'alto delle pietre per schiacciarli tutti.
Ma nessuno si mosse. Le donne strillavano e si strappavano i capelli.
Ormai gli uomini, neri e colle barbe lunghe, stavano sul monte, colle mani
fra le cosce, a vedere arrivare quei giovanetti stanchi, curvi sotto il fucile arrugginito, e
quel generale piccino sopra il suo gran cavallo nero, innanzi a tutti, solo.
Ilgenerale fece portare della paglia nella chiesa,emise a dormire i suoiragazzi come un padre. La mattina prima dell'alba, se non si levavano al suono della tromba, egli entrava nella chiesa a cavallo, sacramentando come un turco.
Questo era l'uomo.
E subito ordinò che glie ne fucilassero cinque o sei, Pippo, il nano, Pizzanello, i primi che capitarono. Il taglialegna, mentre lo facevano inginocchiare addosso al muro del cimitero, piangeva come un ragazzo, per certe parole che gli aveva dette sua madre, e pel grido che essa aveva cacciato quando glie lo strapparono dalle braccia.
Da lontano, nelle viuzze più remote del paesetto, dietro gli usci, si udivano quelle schioppettate in fila come i mortaletti della festa.
Dopo arrivarono i giudici per davvero, dei galantuomini cogli occhiali, arrampicati sulle mule,disfatti dal viaggio, che si lagnavano ancora dello strapazzo mentre interrogavano gli accusati nel refettorio del convento, seduti di fianco sulla scranna,e dicendo ahi! ogni volta che mutavano lato. Un processo lungo che non finiva più: I colpevoli li condussero in città, a piedi, mcatenati a coppia, fra due file di soldati col moschetto pronto.
Le loro donne li seguivano correndo per le lunghe strade di campagna, in mezzo ai
solchi, in mezzo ai fichidindia, in mezzo alle vigne, in mezzo alle biade color d'oro,
trafelate, zoppicando, chiamandoli a nome ogni volta che la strada faceva gomito, e si potevano vedere in faccia i prigionieri.
Alla città li chiusero nel gran carcere alto e vasto come un convento, tutto bucherellato da finestre colle inferriate; e se le donne volevano vedere i loro uomini, soltanto il lunedì, in presenza dei guardiani, dietro il cancello di ferro.
E i poveretti divenivano sempre più gialli in quell'ombra perenne, senza scorgere mai il sole.
Ogni lunedì erano più taciturni, rispondevano appena, si lagnavano meno.
Gli altri giorni, se le donne ronzavano per la piazza attorno alla prigione, le
sentinelle minacciavano col fucile. Poi non sapere che fare, dove trovare lavoro nella città, né come buscarsiil pane.
Il letto nello stallazzo costava due soldi; il pane bianco si mangiava in un boccone e non riempiva lo stomaco; se si accoccolavano a passare una notte sull'uscio di una chiesa, le guardie le arrestavano.
A poco a poco rimpatriarono, prima le mogli, poi le mamme.
Tutti gli altri in paese erano tornati a fare quello che facevano prima.
I galantuomini non potevano lavorare le loro terre colle proprie mani, e la povera gente non poteva vivere senza i galantuomini.
Fecero la: pace. Ormai nessuno ci pensava; solamente qualche madre, qualche vecchiarello, se gli correvano gli occhi verso la pianura, dove era la città, o la domenica, al vedere gli altri che parlavano tranquillamente dei loro affari coi galantuomini, dinanzi al casino di conversazione, col berretto in mano, e si persuadevano che all'aria ci vanno i cenci.
Il processo durò tre anni, nientemeno! tre anni di prigione e senza vedere il sole. Sicché quegli accusati parevano tanti morti della sepoltura, ogni volta che li conducevano ammanettati al tribunale.
Tutti quelli che potevano erano accorsi dal villaggio: testimoni, parenti, curiosi come a una festa, per vedere i compaesani, dopo tanto tempo.
Li facevano alzare in piedi ad uno ad uno..
«Voi come vi chiamate?» E ciascuno si sentiva dire la sua, nome e cognome e quel che aveva fatto. Gli avvocati armeegiavano fra le chiacchiere, coi larghi maniconi pendenti, e si scalmanavano, facevano la schiuma alla bocca, asciugandosela .subito col fazzoletto bianco, tirandoci su uqa presa di tabacco.
I giudici sonnecchiavano dietro le lenti deiloro occhiali, che agghiacciavano il cuore. Di faccia erano seduti in fila dodici galantuomini, stanchi, annoiati, che sbadigliavano, si grattavano la barba o ciangottavano fra di loro.
Certo si dicevano che l'avevano scappata bella a non essere stati dei galantuomini di quel paesetto lassù, quando avevano fatto la libertà.
E quei poveretti cercavano di leggere nelle loro facce.
Poi se ne andarono a confabulare fra di loro, e gli imputati aspettavano pallidi,
e cogli occhi fissi su quell'uscio chiuso.
Come rientrarono, il loro capo, quello che parlava colla mano sulla palicia, era quasi pallido al pari degli accusati, e disse:
«Sul mio onore e sulla mia coscienza »
Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: «Dove mi conducete? In galera?
O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c'era la libertà!... »
da Libertà, in Tutte le novelle
