Poesia di Rosa Staffiere
A mio Padre
Sotto il fico nocchioso
all'ombra dei rami canori
segnando con lo sterpo la bruna zolla
l'abbicì mi insegnasti.
giovani e tumide ripetevo il fonema.
Le vocali, mi dicevi, sono cinque
ma uno era il sogno tuo
che non realizzai. E fui donna
maestra e madre, irretita
dal comune vivere quotidiano.
E rimase nell'aria tersa
all'ombra del greve fico
il tuo ingenuo e ambizioso sogno.
Eri giovane, padre
quando io ero già grande.
Potevamo passare per amici, ma io figlia
ti vedevo vecchio,
come si conviene a un padre.
Eppure padri come te ce ne son pochi.
Padre, com'eri tremante
quando attendevi che la prova d'esame
terminasse, eri tu come un ragazzo
impaziente e timoroso, sempre
ti trovavo ad aspettarmi.
E poi quando il male t'avvolse
con distaccata nostalgia ricordavi
la tua fanciullezza ribelle
la giovinezza con i suoi tumulti
e gli ardori, malinconico sbocciava
il sorriso ironico sulle tue labbra
già livide.
Mutò innanzi tempo, il tuo sembiante
più non fu rubicondo il volto
rigato dalla sofferenza e dall'infido morbo,
sgranati e perduti nel vuoto
i tuoi grandi occhi verdi
e sulle tue labbra smorzato il sorriso.
Eri già lontano, vagante nell'infinito
e come un bambino cercasti la mano
di chi ti condusse alla luce
sillabasti la parola mamma
la parola prima e ultima
che ogni uomo pronuncia;
tu orfano fin dall'infanzia;
non volesti la mano dei figli, solo tuo anelito
ritornar nell'ombra del ventre materno.
