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Poesia di Giuseppe Rosato
Il ciclista  che fugge l'acquazzone

Il ciclista che fugge l'acquazzone
(oh, i guastati capelli annuvolati
come l'oscuro nembo che l'insegue)
è la tua ombra, acceso bersagliere
del ricordo, invincibile padre
dei miei anni remoti. Come il tempo
ti muta, come il vivere in burrasca
fa adesso dei miei giorni un eroismo
e il tuo ritorna solo per un vago
destino di memoria occasionale.
È la tua sorte d'essere tradito
comune a tutti i padri, non lasciare
ch'entri un diverso aspetto di pietà
nel mio senno maturo. Nel vedermi
partire è la ventura delle tue
venture, e resterai l'antico eroe,
povero padre, intatto padre. Addio.

Avrei dovuto dirti fatti vivo ogni tanto

Avrei dovuto dirti fatti vivo ogni tanto
come si dice a un figlio quando parte
ma a partire era un padre e un padre non ha
bisogno di certe esortazioni. Ma come
far tacere il rimorso per l'invito taciuto
ancora dopo trent'anni non so, penso
anche alla tua faccia divertita, forse,
se avessi fatto a tempo a dirtelo e tu
ti fossi lasciato almeno qualche secondo
per i convenevoli del commiato. Farmi vivo
in che modo, ti saresti messo a pensare
con la velocità che solo in quel frangente
dicono sia possibile, farmi vivo
uscendo come, dal buio o dal nulla o da quel chi
cosa che mi attende al di là. Ci avresti almeno
provato, non riesco a non dirmi, ma dovevo
chiedertelo e stringerti forte la mano
come si fa per statuto in quel momento
se si vuole che finalmente
tutto tra un figlio e un padre sia chiaro.

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