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Poesia di Dino Menechini 
Quest'uomo che con tenere e soavi

Quest'uomo che con tenere e soavi
iridi m'accarezza (la sua mano
non osa, così dura, rincallita
dalla pala che getta nella bocca
del forno manganese ferro ghisa
silicio, e n'esce acciaio),
questo mite
uomo che con trepide e pungenti
pupille mi richiama dentro un cerchio
dove Terni dilata le sue mura
ed è patria dell'uomo che fatica,
dove il lungo lavoro non è più
miseria o pena o vana aspirazione
ma santità degli uomini,
è mio padre.
Il tuo nome non era Menichini
Giovanni, era soltanto la medaglia
centocinquantasette alla sezione
Martin, stabilimenti siderurgici,
fonditore di turno a lire cinque
virgola zero quattro paga oraria:
uno fra mille e mille, una sequela
di timbri al cartellino di presenza,
un foglio di spettanze e trattenute,
tu che nel tuo volto sei incorrotta
immagine di Dio, e attento scruti
la tua mano callosa che non sa
carezze, ma poi gaio
all'improvviso «Vedi?, la mia mano
è curva - dici - ma la schiena è dritta»,
e certo non sospetti
di definire un'esistenza, chiudere
un preciso ed austero ammonimento
(o un rimprovero, forse),
padre mio buono, a me tanto dissimile
quanto più cerco in me di somigliarti.

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