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Un albero muore 
di Nino Savarese


21 novembre giornata nazionale delle piante 

L'accetta annienta in un'ora un'opera che alla natura è costata un tempo lunghissimo: spesso secolare. Un uomo ignoto, scomparso,  in un tempo lontano scavò un fosso e piantò l'albero.
Non per sé, ma per i futuri, seguendo un impulso  che, dato il suo disinteresse, non poteva venirgli che da Dio.

Quanti pericoli dovette affrontare quell'alberello, ed era ancora vicino lo sforzo che aveva sostenuto per sollevare la piccola zolla che gli contrastava di uscire alla luce, quando era una punta di verde, appena uscita dal guscio del seme.
Grossi animali tentarono, passando, di strappare la sua piccola chioma; i venti volevano sradicarlo dalla nuova terra; la siccità  e gli ardenti meriggi congiurarono di farlo seccare, e i geli, nelle inflessibili notti serene, posarono sulle sue foglie nuove l'insidiosa carezza del loro fuoco bianco.
Affidato alla Provvidenza, tremò nelle notti oscure, sopportò stoicamente l'arsura, guarì le sue bruciature, con pazienza grande aspettò le nuove stagioni, e crebbe.
Già alto, cominciò a veder passare davanti a sé gli uomini, come smbre. Molti non tornarono più. Gente sempre nuova cercò la sua ombra; attaccò al suo tronco sempre nuovi animali.
E tanta vicenda di povere vite girò attorno alla sua serena impassibilità.

Guarda il suo tronco, e ti sembrerà la faccia d'un nobile vecchio pieno di silenziosa saggezza; la sua corteccia sembra una fronte corrucciata dalla storia delle stagioni e dal destino del mondo.
Ti sembra che da un momento all'altro una voce possa uscire da quel legno antico: e che potrai intendere, alla fine, quei segreti che esso confida ai venti, e questi confondono e disperdono continuamente.
Quando sei con l'accetta in mano, pensa che anche l'albero venne al mondo misteriosamente, come il tuo figliuolo: come lui, crebbe con fatica, giorno per giorno.
Era tanto piccolo che una capretta avrebbe potuto ingoiarne la chioma; tanto debole che un bruco avrebbe potuto offenderlo. Come il tuo bambino, che appena si vedeva  tra le fasce, e dovevi difenderlo anche dall'aria.
Al sole dell'estate, ai freddi dell'inverno, irrobustì le sue fibre a poco a poco, allo stesso modo del tuo neonato, che crebbe tanto lento che nessuno in casa se ne accorgeva.
Ora, con l'accetta alle radici, vuoi annientare tanto lavoro della natura, tanta pazienza del tempo, tanti favori della Provvidenza,
E perché? per prenderti la sua legna: che sarebbe come volerti mangiare le sue ossa.
E non pensi più per quanto tempo quell'albero ti ha confortato con la sua ombra, riparato con la sua chioma, allietato col suo verde, e che come un amico ti salutava e chiamava da lontano allorché giungevi nella tua contrada,

Ma quando sarà a terra, caduto dalla sua altezza, non senza rimorso frugherai nella sua chioma inviolata: e non senza rimorso metterai le mani nei meandri dei suoi rami, custodie di antiche
ombre segrete, e disfarai, sotto i tuoi colpi, i nidi vuoti che la sua generosa pazienza non si stancò di sostenere nella buona e nella cattiva stagione, E ti tremerà la mano nel colpire i rami più alti
della cima, che tu, mai prima, vedesti da vicino, e che ti sembreranno nuovi, estranei, cresciuti in aria di cielo, Sentirai il pianto degli uccelli, che tutti insieme, sull' albero accanto, diranno cigolii di meraviglia e di rimpianto: ti sentirai da essi additato, e guarderai confuso il taglio livido del tuo ferro. E quando stroncherai ad uno ad uno i rami che sono dello stesso colore della carne faticata e grinzosa delle tue mani, ad ogni ferIta l'albero ucciso ti manderà, come ultimo segno, non il lezzo della corruzione e della morte, ma un soave odore di resina.
L'albero  è presentato in tutto il faticoso, lento svolgersi della sua esistenza: simile a creatura umana, anch'esso dovette affrontare pericoli, superare ostacoli per ottenere una sua a affermazione,
sorretta dalla invisibile mano di Dio, Da questa convincente analisi ti senti portato inconsapevolmente a condannare quell'accetta affilata che vorrebbe distruggere, in un'ora, un'opera cosi laboriosa e, soprattutto, prodiga di doni.
Di fronte al mutevole avvicendarsi di avvenimenti, la sagoma dell'albero s'impone: vigile, tenace, serenamente forte quel vecchio tronco è quasi dotato di una «silenziosa saggezza» e sembra racchiudere nella sua scorza rugosa una voce arcana.
 Il ripetersi della parola « rimorso», pone in chiara luce il motivo animatore dell'intero passo, che mira a distogliere l'uomo dalla distruzione delle piante, facendola apparire quasi una colpa verso l'opera divina del Creatore.
Tenero e delicato è il paragone tra l'alberello e il bimbo in fasce,. persuasivo il richiamo al refrigerio donato da quell'amico generoso in un'armoniosa fusione d'ombra e di verde.

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