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Poesia di Ugo Foscolo 
Le Grazie: Venere
ad Antonio Canova
Inno Primo
Cantando, o Grazie, degli eterei pregi
Di che il cielo v'adorna, e della gioia
Che vereconde voi date alla terra,
Belle vergini! a voi chieggio l'arcana
Armonïosa melodia pittrice
Della vostra beltà; sì che all'Italia
Afflitta di regali ire straniere
Voli improvviso a rallegrarla il carme.
Nella convalle fra gli aerei poggi
Di Bellosguardo, ov'io cinta d'un fonte
Limpido fra le quete ombre di mille
Giovinetti cipressi alle tre dive
L'ara innalzo, e un fatidico laureto
La protegge di tempio, al vago rito
Vieni, o Canova, e agl'inni. Al cor men fece
Dono la bella dea che tu sacrasti
Qui su l'Arno
alle belle arti custode;
Ed ella d'immortal lume e d'ambrosia
La santa immago sua tutta precinse.
Forse (o ch'io spero!) artefice di numi,
Nuovo meco darai spirto alle Grazie
Che or di tua man sorgon dal marmo: anch'io
Pingo e e la vita a' miei fantasmi inspiro
Sdegno il verso che suona e che non crea;
Perché Febo mi disse: Io Fidia primo
Ed Apelle guidai con la mia lira.

Eran l'Olimpo e il Fulminante e il Fato,
E del tridente enosigéo tremava
La genitrice Terra; Amor dagli astri
Pluto feria: né ancor v'eran le Grazie.
Una Diva scorrea lungo il creato
A fecondarlo, e di Natura avea
L'austero nome; fra' celesti or gode
Di cento troni, e con più nomi ed are
Le dan rito i mortali; e più le giova
L'inno che bella Citerea la invoca.

Perché clemente a noi che mirò afflitti
Travagliarci e adirati, un dì la santa
Diva, all'uscir de' flutti ove s'immerse
A ravvivar la gregge di Nerèo,
Apparì con le Grazie; e le raccolse
L'onda Jonia primiera, onda che amica
Del lito ameno e dell'ospite musco
Da Citera ogni dì vien desiosa
A' materni miei colli: ivi fanciullo
La deità di Venere adorai.
Salve, Zacinto! all'antenoree prode,
De' santi Lari Idei ultimo albergo
E de' miei padri, darò i carmi e l'ossa,
E a te il pensier; chè piamente a queste
Dee non favella chi la patria obblia.
Sacra città è Zacinto. Eran suoi templi,
Era ne' colli suoi l'ombra de' boschi
Sacri al tripudio di Dïana e al coro;
Pria che Nettuno al reo Laomedonte
Munisse Ilio di torri inclite in guerra.
Bella è Zacinto. A lei versan tesori
L'angliche navi; a lei dall'alto manda
I più vitali rai l'eterno sole;
Candide nubi a lei Giove concede,
E selve ampie d'ulivi, e liberali
I colli di Lieo: rosea salute
Prometton l'aure, da' spontanei fiori
Alimentate, e da' perpetui cedri.
Splendea tutto quel mar quando sostenne
Su la conchiglia assise e vezzeggiate
Dalla Diva le Grazie: e a sommo il flutto,
Quante alla prima prima aura di Zefiro
Le frotte delle vaghe api prorompono,
E più e più succedenti invide ronzano
A far lunghi di sé aerei grappoli,
Van alïando su' nettarei calici
E del mele futuro in cor s'allegrano,
Tante a fior dell'immensa onda raggiante
Ardian mostrarsi a mezzo il petto ignude
Le amorose Nereidi oceanine;
E a drappelli agilissime seguendo
La Gioia alata, degli dei foriera,
Gittavan perle, dell'ingenue Grazie
Il bacio le Nereidi sospirando.


Poi come l'orme della Diva e il riso
Delle vergini sue fer di Citera
Sacro il lito, un'ignota violetta
Spuntò a' piè de' cipressi; e d'improvviso
Molte purpuree rose amabilmente
Si conversero in candide. Fu quindi
Religïone di libar col latte
Cinto di bianche rose e cantar gl'inni
Sotto a' cipressi ed offerire all'ara
Le perle e il primo fior nunzio d'Aprile.

L'una tosto alla dea col radïante
Pettine asterge mollemente e intreccia
Le chiome de l'azzurra onda stillanti;
L'altra ancella a le  pure aure concede,
A rifiorirle i prati a primavera,
L'ambrosio umore ond'è irrorato il petto
Della figlia di Giove; vereconda
La lor sorella ricompone il peplo
Su le membra divine, e le contende
Di que' mortali attoniti al desio.

Non prieghi d'inni o danze d'imenei,
Ma di veltri perpetuo l'ululato
Tutta l'isola udia, e un suon di dardi,
E gli uomini sul vinto orso rissosi,
E de' piagati cacciatori il grido.
Cerere invan donato avea l'aratro
A que' feroci; invan d'oltre l'Eufrate
Chiamò un dì Bassarèo, giovine dio,
A ingentilir di pampini le rupi:
Il pio strumento irrugginia su' brevi
Solchi sdegnato; e divorata innanzi
Che i grappoli recenti imporporasse
A' rai d'autunno, era la vite: e solo
Quando apparian le Grazie, i cacciatori
E le vergini squallide, e i fanciulli
L'arco e il terror deponean, ammirando

Con mezze in mar le rote iva frattanto
Lambendo il lito la conchiglia, e al lito
Pur con le braccia la spingean le molli
Nettunine. Spontanee s'aggiogarono
Alla biga gentil due delle cerve
Che ne' boschi dittèi schive di nozze
Cinzia a' freni educava; e poi che dome
Aveale a' cocchi suoi, pasceano immuni
Da mortale saetta. Ivi per sorte
Vagolando fuggiasche eran venute
Le avventurose, e corsero ministre
Al viaggio di Venere. Improvvisa
Iri che segue i Zefiri col volo
S'assise auriga, e drizzò il corso all'istmo
Dal Laconio paese. Ancor Citera
Del golfo intorno non sedea regina;
Dove or miri le vele alte sull'onda
Pendea negra una selva, ed esiliato
N'era ogni Dio da' figli della terra
Duellanti a predarsi: i vincitori
D'umane carni s'imbandian convito.
Videro il cocchio e misero un ruggito,
Palleggiando la clava. Al petto strinse
Sotto il suo manto accolte, le gementi
Sue giovinette, e: ti sommergi, o selva!
Venere disse, e fu sommersa. Ahi tali

Forse eran tutti i primi avi dell'uomo!
Quindi in noi serpe, ahi miseri, un natio
Delirar di battaglia, e se pietose
Nel placano le dee, spesso riarde
Ostentando trofeo l'ossa fraterne.
Ch'io non le veggia almeno or che in Italia
Fra le messi biancheggiano insepolte!

Qui di Fare il golfo

Cinto d'armonïosi antri a' delfini
Qui Sparta e le fluenti dell'Eurota
Grate a' cigni; e Messene offria securi
Ne' suoi boschetti alle tortore i nidi;
Qui d'Augìa il pelaghetto, inviolato
Dal pescator mandava acque lustrali,
Alla sacra Brisea, donde il propinquo
Taigeto udiva strepitar l'arcano

Tripudio, e i riti, onde il femmineo coro
Placò Lieo, e intercedean le Grazie.
Tornavano i garzoni
Ghirlandati alle vergini in Amicle
Terra di fiori; non l'elea maremma
Li rattenne, non Laa che fra tre monti
(Ama le cacce e i riti di Diana).

Ma dove, o caste dee, ditemi dove
La prima ara vi piacque, onde se invano
Or la chieggio alla terra, almen l'antica
Religïone del bel loco io senta.

Tutte velate, procedendo all'alta
Dorio che di lontan gli Arcadi vede,
Le Dive mie vennero a Trio: l'Alfeo
Arretrò l'onda, e die’ a’ lor passi il guado
Che anc'oggi il pellegrin varca ed adora.
Fe' manifesta quel portento a' Greci
La deità; sentirono da lunge

Odorosa spirar l'aura celeste.
Non son genii mentiti. lo dal mio poggio
Quando tacciono i venti fra le torri
Della vaga Firenze odo un Silvano la
Ospite ignoto a' taciti eremiti
Del vicino Oliveto: ei sul meriggio
Fa sua casa un frascato, e a suon d'avena
Le pecorelle sue chiama alla fonte.
Chiama due brune giovani la sera
Né piegar erba mi parean ballando;
Esso mena la danza. N'eran molte
Sotto l'alpi di Fiesole a una valle
Che da sei montagnette ond'è ricinta
Scende a sembianze di teatro acheo.
Affrico allegro ruscelletto accorse
A' lor prieghi dal monte e fe' la valle
Limpida d'un freschissimo laghetto.
Nulla pur anco delle ninfe inteso
Avea Fiammetta allor ch'ivi a diporto
Novellando d'amori e cortesia
Con le amiche sedeva e s'immergea
Te Amor fuggendo, e tu ve la spiavi
la narrazione di quel
Dentro le cristalline onde più bella.
Fur poi svelati in que' diporti i vaghi
Misteri, e Dioneo re del drappello
Le Grazie afflisse. Persegui i colombi
Che stavan su le dense ali sospesi
A guardia di una grotta; invan gementi
Sotto il flagel del mirto onde gl'incalza
Gli fan ombra dattorno e gli fan preghi
Che non s'accosti; sanguinanti e inermi
Sgombran con penne trepidanti al cielo.
Della grotta i recessi empie la luna
E fra un mucchio di gigli addormentata
Svela a un Fauno confusa una Napea.
Gioì il protervo dell'esempio, e spera
Allettarne Fiammetta, e pregò tutti
Allor d'aita i Sa tiri canuti
E quante emule Ninfe eran da' giochi
E da' misteri escluse; e quegli arguti
Oziando ogni notte a Dioneo
Di scherzi, e d'antri, e talami di fiori
Ridissero novelle. Or vive il libro
Dettato dagli dei; ma sfortunata
La damigella che mai tocchi il libro.
Tosto smarrita del natio pudore
Avrà la rosa; né il rossore ad arte
Può innamorar chi sol le Grazie ha in core.

E solette radean lievi le falde
De l'Ida irriguo di sorgenti; e quando
Fur più al cielo propinque, ove una luce
Rosea le vette al sacro monte asperge,
E donde sembran tutte auree le stelle,
Alle vergini sue che la seguieno
Mandò in core la dea queste parole:
« Assai beato, o giovinette, è il regno
De' celesti ov'io riedo; a la infelice
Terra ed a' figli suoi voi rimanete
Confortatrici: sol per voi sovr'essa
Ogni lor dono pioveranno i numi:
E se vindici sien più che clementi,
Allor fra' nembi e i fulmini del Padre,
Vi guiderò a placarli. Al partir mio
Tale udirete un'armonia dall'alto,
Che diffusa da voi farà più liete
Le nate a delirar vite mortali,

Più deste all'arti e men tremanti al grido
Che le promette a morte. Ospizio amico
Talor sienvi gli Elisi: e sorridete
A' vati, se cogliean puri l'alloro,
Ed a' prenci indulgenti ed a le pie
Giovani madri che a straniero latte
Non concedean gl'infanti, e a le donzelle
Che occulto amor trasse innocenti al rogo,
E a' giovinetti per la patria estinti.
Siate immortali, eternamente belle! »
Più non parlava, ma spargea co' raggi
De le pupille sue sopra le figlie
Eterno il lume de la fresca aurora,
E si partiva: e la seguian cogli occhi
Di lagrime soffusi, e lei dall'alto
Vedean conversa e questa voce udiro:
Daranno a voi dolor novello i Fati
E gioia eterna. E sparve: e trasvolando
Due primi cieli si cingea nel puro
Lume dell'astro suo. L'udì Armonia
E giubilando l'etere commosse.
Ché quando Citerea torna a' beati
Cori, Armonia su per le vie stellate
Move plauso alla Dea pel cui favore
Temprò un di l'universo.

E non che ornar di canto, e chi può tutte
Ridir l'opre de' numi? Impaziente
Il vagante inno mio fugge ove incontri
Graziose le menti ad ascoltarlo;
Pur non so dirvi, o belle suore, addio
E mi detta più alteri inni il pensiero.

Ma e dove or io vi seguirò, se il Fato
Ah da gran giorni ormai profughe in terra
Alla Grecia vi tolse, e se l'Italia
Che v'è patria seconda i doni vostri
Misera ostenta, e il vostro nume obblia?
Pur molti ingenui de' suoi figli ancora
A voi tendon le palme. lo, finché viva
Ombra daranno a Bellosguardo i lauri,
Ne farò tetto all'ara vostra, e offerta
Di quanti pomi educa l'anno, e quante
Fragranze ama destar l'alba d'aprile.
E il fonte e queste pure aure e i cipressi
E secreto il mio pianto e la sdegnosa
Lira, e i silenzi vi fien sacri e l'arti.
Fra l'arti io coronato e fra le muse
Alla patria dirò come indulgenti
Tornate ospiti a lei, si che più grata
In più splendida reggia e con solenni
Pompe v'onori: udrà come redenta
Fu due volte per voi, quando la fiamma .
Pose Vesta sul Tebro e poi Minerva
Diede a Flora per voi l'attico ulivo.
Venite, o dee, spirate dee, spandete
La deità materna, e novamente
Deriveranno l'armonia gl'ingegni
Dall'Olimpo in Italia; e da voi solo,
Né dar premio potete altro più bello,
Sol da voi chiederem, Grazie, un sorriso.  

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