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    Una ordinaria disarmonia familiare
    di Piero Tucceri

    Maria era l’ultima di sei figli. Le sue tre sorelle la vessavano sin da quando era bambina. A differenza di lei, però, loro erano pervase dall’ambizione, dall’invidia e dalla gelosia. La situazione non mutò neppure dopo il matrimonio di Maria; anzi, da allora, assunse toni sempre più drammatici. Infatti, sin da quando rimase incinta, le sorelle cominciarono a maltrattarla ancor più sistematicamente, anche perché una di esse, sposata con un losco individuo, era maggiormente incattivita nei suoi confronti per il fatto di non riuscire ad avere figli. Come conseguenza di quelle ripetute violenze, il bambino morì poco dopo essere venuto al mondo. Successivamente, Maria rimase in attesa di un altro bambino. Solo che allora le sorelle mutarono strategia. La lasciarono relativamente tranquilla durante la gravidanza, per poi, appena svezzato il bambino, sottrarglielo e affidarlo all’altra sorella senza prole. Quei due traumi: quello della morte del primo figlio e quello del rapimento del secondo, minarono notevolmente la salute di Maria, che da allora cominciò a sentirsi sempre più sola, anche perché suo marito non seppe o non volle tutelarla adeguatamente dalle angherie della parentela.

    Nino, così chiamarono quel bambino, fu cresciuto dagli zii nell’odio più viscerale verso la famiglia di origine, e, ancor più, verso gli altri due fratelli venuti al mondo dopo lui. Il suo rancore venne ancor più malvagiamente indirizzato contro il più piccolo dei fratelli, Alessandro, che per molti versi assimilavano con sua madre. Nel frattempo, i maltrattamenti contro Maria si fecero sempre più frequenti e pesanti, al punto da minarla irreversibilmente nella salute. Nel volgere di un paio di anni, la donna morì per un cancro gastrico.

    La morte di Maria cambiò profondamente la vita di Alessandro, il quale aveva vissuto in maniera frustrante la malattia della madre. A distanza di anni, ormai flagrantemente deluso dalle fallaci promesse venutegli dagli studi della medicina allopatica in ordine alla prognosi di quella malattia, Alessandro rivolse il suo interesse verso altre prospettive terapeutiche in àmbito oncologico. Dopo un lungo vagabondare, approdò presso un accreditato istituto di ricerca svizzero che trattava la malattia tumorale nell’ottica della medicina antroposofica. La formazione che ricevette in quegli anni non disattese le sue aspettative: gli dimostrò infatti che in quel modo si poteva non soltanto arrecare un notevole sollievo a quei malati, ma che, soprattutto, sovente era anche possibile guarirli.

    L’eco della sua singolare formazione scientifica non tardò a diffondersi tra i conoscenti. Prima dovette occuparsi di parenti e amici, poi fu inevitabilmente chiamato al capezzale di quasi tutti i malati tumorali del luogo. Cosa che egli fece con un invidiabile slancio altruistico. Peccato soltanto che la sua innata vocazione verso il prossimo sofferente gli riservasse spiacevoli conseguenze, sia con gli altri medici del posto, i quali, oltre a vederlo come “eretico”, invidiavano i suoi successi terapeutici, sia, ancor più, con le manifestazioni di gelosia della sua parentela. La quale, dopo averlo adeguatamente sfruttato, ritenne di doverlo combattere nella maniera più ignobile.

    Intanto, Nino, grazie anche alle conoscenze degli zii adottivi, entrava nella magistratura amministrativa. Dalla sua privilegiata posizione sociale, poteva a quel punto meglio adoperarsi per creare problemi soprattutto ad Alessandro. Ad accendere ancor più il suo odio verso la famiglia di origine, contribuì il legame, veramente fraterno, stabilitosi nel frattempo fra suo padre e i suoi fratelli con una ragazza del paese, Sandra, la cui bambina Alessandro aveva curato per problemi ematologici. Il loro legame apparve subito talmente saldo, da indurre il padre di Alessandro a considerarla come la figlia che aveva tanto desiderato e che non aveva avuto. La presenza in casa loro di quella donna e della sua famiglia mandò su tutte le furie l’intera parentela, che così la vedeva sempre più come una intrusa. Quella occasione fornì il pretesto a Nino per cercare di mettere anche suo padre contro Alessandro.

    Nel corso di una riunione tenuta da Nino con il resto della parentela, si decise di colpire ancor più duramente Alessandro e i suoi. Avvalendosi della complicità del medico del paese, Nino cercò, in un primo momento, di far passare l’altro fratello per alienato mentale. Giunse persino a proporne il ricovero coatto presso una struttura psichiatrica. Riteneva di poter spezzare così crudelmente l’armonia stabilitasi nella sua famiglia di origine. Visto fallire anche quel meschino tentativo per la tenace resistenza oppostagli da Alessandro, concepì un piano ancora più perfido: avvalendosi di alcuni avanzi di galera, ai quali promise una giusta ricompensa oltre alla eventuale assistenza legale, progettò l’uccisione dei fratelli, o, in via subordinata, la loro detenzione in carcere. In quel contesto mafioso, un ruolo determinante lo svolse il maresciallo comandante la locale caserma dei carabinieri, al quale, parimenti, promise adeguati interessamenti. Per scaldare gli animi, da allora cominciarono a circolare in paese molte missive anonime che ingiuriavano diverse famiglie del luogo. Naturalmente, quali autori di quegli scritti, venivano additati Alessandro e Sandra. Gli animi si accesero a tal punto che, una sera, mentre Alessandro e suo fratello, in compagnia di Sandra e del marito, passeggiavano lungo la strada principale del paese, quindi in mezzo a tanta gente, furono improvvisamente raggiunti da un’auto lanciata ad alta velocità che, con uno stridio di freni, si bloccò davanti a loro. Ne discesero alcuni loschi individui, appartenenti alla peggiore feccia locale e non soltanto, i quali, armati di bastoni e spranghe di ferro, presero a percuoterli selvaggiamente, senza che nessuna delle tante persone nel frattempo accorse intervenisse in qualche modo per difenderli. I quattro cercarono di ripararsi alla meglio. Nel trambusto, poco lontano da loro, Sandra scorse il maresciallo comandante la locale stazione dei carabinieri, il quale, in abiti borghesi, assisteva alla scena, schiudendo un soddisfatto sorriso, in compagnia della moglie di uno degli aggressori: una donna di sin troppo facili costumi che si concedeva a chiunque in cambio di qualche spicciolo. Facendosi scudo del militare, la donna inveiva forsennatamente contro Sandra, indirizzando epiteti propri di una peripatetica verso la sua defunta madre, oltre che minacciando di ucciderle i figli qualora avesse persino abbozzato qualsiasi reazione nei suoi confronti. Questo succedeva senza che quella farsa di tutore dell'ordine facesse qualcosa almeno per sedarla. Non appena Alessandro riuscì a divincolarsi, cercò aiuto presso la casa più vicina. La donna che incontrò sull’uscio della abitazione, intenta a gustarsi lo spettacolo, non voleva farlo telefonare per richiedere l’intervento delle forze dell’ordine. Allora lui la scansò con forza, si avvicinò al telefono che aveva scorto su un mobiletto nel corridoio, e richiese l’intervento della forza pubblica. Dopo pochi minuti giunse una volante del 112 e non del 113 al quale lui si era invece rivolto. Alla vista della pattuglia, gli aggressori si diedero alla fuga, esortati anche a farlo dal maresciallo. Appena fermatasi la volante, il sottufficiale bloccò sul nascere l’intervento dell’equipaggio, sostenendo che la situazione era sotto il suo diretto controllo. Quindi, salì in macchina con esso per farsi riaccompagnare in caserma. Prima di partire, con aria strafottente, informò gli aggrediti che, volendo, sarebbero potuti passare il giorno dopo da lui in caserma per formalizzare la procedura di rito. Quelli però gli obiettarono che era loro intenzione farlo subito. Ma lui andò via lo stesso. Per cui, tutti e quattro, feriti e confusi, si incamminarono a piedi e barcollanti verso la caserma che, essendo ubicata fuori paese, li costringeva a percorrere un tratto di strada buia nel quale gli aggressori avrebbero potuto di nuovo assalirli. Stesa dal maresciallo, peraltro in maniera sgrammaticata, la denuncia dell’accaduto, i quattro, sempre soli, si recarono presso il più vicino pronto soccorso per farsi medicare le ferite riportate.

    Il giorno successivo, tutti e quattro, rivolsero un appello al procuratore della repubblica competente, chiedendogli di poterlo incontrare con urgenza temendo per la loro incolumità fisica e per quella dei tre bambini di Sandra. Purtroppo, il magistrato neppure gli rispose; addirittura, dopo qualche giorno, furono convocati in procura. I reati contestatigli furono, paradossalmente, quelli di lesioni a danno dei loro…aggressori, di essere gli autori delle missive anonime, e di…rissa! Perché, secondo la perizia di quei sedicenti tutori dell’ordine, quando, nelle riferite circostanze, si è in presenza di più di tre persone, scatterebbe automaticamente il reato di…rissa! Non convinto da quelle assurde vicende, Alessandro si recò personalmente presso il comando regionale dei carabinieri. Agli ufficiali di turno espose i fatti, ottenendo in cambio l’intervento di un loro subalterno: il capitano comandante il reparto operativo provinciale. Il quale, in effetti, li raggiunse nei giorni seguenti. Insieme, misero a verbale l’accaduto, con la precisazione che il suo intervento avrebbe annullato il precedente operato del maresciallo. Cosa che poi in realtà però non avvenne, dal momento che in seguito nessun magistrato volle sentirne parlare. Forse, perché Nino aveva intelligentemente e malvagiamente preparato il terreno?

    Intanto, gli aggressori, ringalluzziti dalla piega in proprio favore assunta dagli eventi, intensificarono le loro azioni. Ripetutamente, cercarono di investire con le rispettive auto i bambini di Sandra. Il più piccolo dei tre, addirittura lo sequestrarono. Ma, né per i carabinieri, che fra l’altro intervennero per liberarlo, né per i magistrati, quei fatti configurarono reati penalmente rilevanti!

    La situazione si sbloccò soltanto quando Alessandro, riflettendo con calma sull’accaduto, sospettò che dietro quegli eventi ci fosse lo zampino di Nino e dei suoi parenti. A quel punto, con il suo avvocato, concertò la convocazione in tribunale degli stessi, ai quali contestarono specifici comportamenti di rilievo penale in àmbito familiare. Soltanto allora: solo sentendosi scoperto, Nino intervenne personalmente presso i fratelli, sollecitandoli ad addivenire a un “onorevole” compromesso. Nella sua posizione non poteva infatti permettersi di subìre un procedimento giudiziario. Alessandro fu costretto a sottostare a quelle condizioni. A malincuore, ma dovette farlo. Non poteva e non voleva rischiare ulteriormente la sua vita e soprattutto quella degli altri suoi compagni di sventura, magari riportando, con quei magistrati, eventuali condanne per reati non commessi! A motivare ulteriormente la sua sofferta decisione, subentrava il fatto che nessuna delle persone presenti quella sera alla loro aggressione aveva dichiarato il vero. In pratica, nessuno aveva testimoniato quel che in effetti era successo.

    Il pomeriggio in cui chiusero definitivamente la vicenda, uscendo dallo studio del suo avvocato, Alessandro si sentì deluso e sconfitto. Soprattutto dalle istituzioni e dall’omertà dei suoi concittadini che lui aveva invece aiutato disinteressatamente in situazioni davvero drammatiche. Nel contempo, però, provava anche un senso di sollievo: riteneva di aver così evitato ai bambini di Sandra inutili rischi. Uscito fuori dallo studio, fu investito da una folata di vento che lo costrinse ad alzare il bavero del giaccone. Facendolo, rivolse casualmente lo sguardo verso l’alto. Sul momento non ci fece caso; ma poi, osservando meglio, si rese conto che le nuvole disegnavano una singolare immagine: il volto di una donna sorridente. In quella immagine, intravide una strana somiglianza con sua madre. Dopo aver abbozzato un sorriso, Alessandro si sistemò meglio il bavero e si diresse verso la sua auto. Riflettendo come a volte la sorte possa riservare anche strane illusioni.

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