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Poesia di Olindo Guerrini
Il guado

Fiume che scendi giù dal Bolognese,
fiume dall’acqua cristallina e cheta
o caro fiumicel del mio paese
tu sol m’hai fatto diventar poeta:
tra i floridi giuncheti e la cortese
delle tue fresche rive ombra secreta,
tra la verdura tua serrata e folta
ho conosciuto amor la prima volta.

Sovra la sabbia d’ór della tua sponda
con un fruscio gentil l’acqua fuggiva,
e là dov’è più chiara e men profonda
noi dovevam passar sull’altra riva.
Ella cantava e la canzon gioconda
laggiù, laggiù tra i salici moriva:
ella era bionda, bella ed io l’amavo:
glielo volevo dire, e non l’osavo.

Stretti, serrati insiem come due sposi
delle prime carezze all’indomani
soli camminavam per misteriosi
silenzi, all’ombra delle querce immani:
e dalle vesti sue, dagli odorosi
capegli uscieno quei profumi arcani,
quei profumi di carne e di salute
che vanno al cor per vie non conosciute.

Ai margini del guado alfin venuti
un pensiero ci colse all’improvviso
e così ci fermammo irresoluti,
così tra la vergogna e tra il sorriso.
Eravamo soletti e non veduti
ed arrossendo ci guardammo in viso;
con un fruscìo gentil l’acqua fuggiva
e dovevam passar sull’altra riva.

Pur mi feci coraggio e dissi:« Vieni,
vieni, ti porterò tra le mie braccia».
Ella disse di sì, rise e i sereni
occhi mi fisse arditamente in faccia.
Io mi sentii fuggir su per le reni
la voluttà come una lama diaccia;
la lingua ribellossi alla parola
e il cor parea che mi saltasse in gola.

Chinato sopra l’erba io mi scalzai;
ella avea gli occhi bassi e pur guardava;
la presi in braccio e dentro all’acqua entrai...
Io me la presi in braccio, io che l’amava!
così la prima volta mi serrai
forte contro al suo sen, che palpitava
come una colombella spaurita
palpita nella man che l’ha ghermita.

O bei piedini così ben calzati,
per non guardarla in viso io vi guardava,
per non veder quegli occhi spaventati
dove il sorriso col timor lottava!
Sotto a’ miei diti stretti ed agitati
cedea la carne e il busto scricchiolava
e l’alito gentil del suo sorriso
caldo e procace mi saliva al viso;

E si serrava al petto mio, mettendo
ad ogni passo un riso di spavento,
ed una ciocca di capegli, uscendo
di mezzo all’altre, m’irritava il mento.
Le vidi in viso balenar fuggendo
il riflesso dell’acqua, e in quel momento
divenni forte e non v’ho più guardati,
o bei piedini così ben calzati!

Ebbi il coraggio di guardarla in faccia
di guardarla negli occhi, e non tremai;
la sua carne fremea tra le mie braccia,
eravam sulla riva e mi fermai;
e la mal chiusa veste aprìa la traccia
di candidi misteri e li guardai,
finchè mi vinse amor... Caddi a ginocchi,
la baciai sulla bocca e chiusi gli occhi.

Che cosa avvenne poi? Vide ed intese
l’acqua del fiume cristallina e cheta,
e tu fiume lo sai del mio paese,
tu che m’hai fatto diventar poeta;
lo sanno i tuoi giunchetti e la cortese
delle tue fresche rive ombra segreta,
e la verdura tua serrata e folta
dove conobbi amor la prima volta.