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Poesia di Luigi Fiacchi
Il Topo ragionatore

Soleva un giovin Topo, allor che l' ombra
Orrida è più nel colmo della notte,
Una cucina visitar, che ingombra
Era sempre di carni e crude e cotte:
Quivi la più soave, e più gradita
Esca prendea per sostentar la vita.

Mentre vivea così, quella stagione
Venne che al pazzo baccanal succede,
E in cui per sapientissima ragione
Il carneo vitto usar non si concede;
Ma solo i cibi a una ben parca mensa
O il mare, o il fiume, o l' orticel dispensa.

In questi magri dì fece più volte
Alla cucina il venturier ritorno,
Ma in luogo delle tante ivi raccolte
Care vivande ch' ei trovava un giorno,
Sol quel pesce trovò, ch' è alla ganascia
Duro, e che il sale imputridir non lascia.

Pur ne mangiò, che suole esser la fame
De' cibi anco più rozzi il condimento:
Ma gli nacquero in cuor curiose brame
Di saper chi facea quel cangiamento;
Onde su questo a immaginar si pose
Mille argomenti e mille belle cose.

Era il giovine Topo un di quei tali,
Che si stiman filosofi profondi,
Che d' intelletto scricciolo su l' ali
Volan di là dall orbite dei mondi,
Che sopra tutto ragionando vanno,
E decidon di tutto, e nulla sanno.

Perciò mentr' egli andava conchiudendo
Con sillogismi in barbara e in baroco,
Ad un tratto gridò: già intendo, intendo;
Ecco l' arcan si svela a poco a poco,
E intuito dalla gioia sopraffatto
Di quà di là correva come un matto.

Quando sopra il comignolo d' un tetto
Un vecchio Topo ei ritrovò sedente,
Che nel suo grave ed accigliato aspetto
Mostrava scritto il titol di sapiente.
Avea la barba veneranda e bianca,
Ed era addottorato in Salamanca.

A lui si volse e disse: hai tu notizia,
Fratello, d' una nuova strepitosa?
Sappi che andata in fumo è la dovizia,
E la cucina è tutt' un' altra cosa.
Quella che una magona erane in pria
Ora è l' albergo della carestia.

Io però meditando ho la cagione
Trovata dell' insolito difetto;
E fondato in saldissima ragione
Concludo, affermo, e il capo mio scommetto
Che il padrone è fallito, o almeno in queste
Contrade gli animali hanno la peste.

Sorrise, e a lui rispose il vecchio Topo:
O scioccherello, ragionar presumi,
Ma più che ragionare a te fa d' uopo
Saper gli usi de' popoli e i costumi;
In ciò che il mondo agli occhi altrui propone
Esperienza vai più che ragione.

Ma voi giovani topi saputelli,
Che far tre lune avete visto appena
Già vi credete d' esser gran cervelli,
E di filosofia l' alma aver piena:
E al vostro filosofico pensiero
Sottoponete il gemino emisfero.

E non sai tu che senza esperïenza
Il ragionar sui trampoli si posa?
E non sai tu che nella effervescenza
Dell' età giovanile e vigorosa
Se il sangue bolle, ed il cervello sguazza
Quanto più si ragiona, più s' impazza?

Ciò per tuo bene il dico: or sappi adesso
Che in cucina la carne non si trova
Perche mangiarla non è più permesso,
E il saperne il motivo a te non giova;
Sol ti dirò che stabile decreto
A quarantasei dì porta il divieto.

Giudica or tu se tal cagione ignota
Indagar puossi a forza d' argomenti.
Vuo' tu cavar dalla tua testa vuota
Quel che provien dall' uso delle genti?
Orsù vattene in pace, e d' ora in poi
Fidati men de' sillogismi tuoi.

Sì disse il vecchio topo; e l' altro allora
Lieto restò d' aver tutto saputo:
E poichè l' appetito insiem con l' ora
Della notte più tarda era venuto,
Già move il passo, e per la nota via
Alla cucina solita s' invia.

Ma nel cammin volgendo entro la mente
Quel ch' egli avea dal vecchio Topo udito,
Così dicea fra sè: dunque alla gente
Il cibarsi di carne è proibito.
Dunque ancor io che son di carne e d'osso
Esser mangiato in questi dì non posso.

Dunque s'io trovo il Gatto, il qual si pone
Spesso in cucina a far l' ammazzasette,
Posso accostarmi, e senza soggezione
Dargli la baia, e far le mie vendette;
Ed in segno di smacco e disistima
Posso fargli sul muso lima lima.

Così filosofando in quella stanza
Entra alla fine, a cui diresse il piede,
E ove, se non lautezza ed abbondanza,
Trovare almen qualche boccon si crede;
Ivi franco e sicuro e quella e questa
Madia o credenza a visitar s' appresta.

Stavasi appunto un Gatto spensierato
Sonniferando al focolar vicino,
Che sui piedi raccolto e rannicchiato
Giusto parea la Gatta di Masino.
Lo vede il Topo, e in aria di gradasso
Ver lui rivolge arditamente il passo.

E con sibili e strida intorno gira,
Quasi il derida, o voglia a lui far guerra;
Ma il Gatto che svegliato alfiu lo mira,
S' alza, e d' un salto il derisore afferra.
Ah, grida il Topo: ah traditor, che fai?
Che c' è il feriate in questi dì non sai?

Non sai che in questi dì non puote alcuno
Carne mangiar? che a te la legge il vieta?
Così dunque conservi il tuo digiuno,
Così la Pittagorica dieta?
Oh costumi perversi! oh reo misfatto!
Contro la legge ha tanto ardire un Gatto?

Mentre in tal guisa ei grida e si lamenta,
L' altro risponde: a dirtela sincera,
Ho un reumatismo fier che mi tormenta,
E ducimi un fianco in orrida maniera.
Ond' io mangio la carne a tutte l' ore,
Ed ho la mia licenza dal Dottore.

E senza più col dente avido e fiero
Prima il trafigge, e lo divora poi.
Così 'l Topo meschin, che sempre il vero
Trovar credè nei pensamenti suoi,
Si avvide alfin che col suo corto ingegno
E' non avea giammai dato nel segno.

È la ragione un luminoso raggio,
Che l' Artefice eterno all' uom concede,
Perchè tra l' ombre dell' uman viaggio
Più franco ei muova, e più sicuro il piede:
E un don celeste, ond' ei quant' altri mai
Son viventi quaggiù vince d' assai.

Ma l' uom spesso ne abusa e troppo fida
Nel vigor tenue di sua mente altera:
Ogni falso baglior si fa sua guida,
Che lo conduce a notte innanzi sera
E il don del ciel, che prezioso bene
Esser per lui dovea, danno diviene.


Favole e Sonetti pastorali di Luigi Fiacchi detto il Casio

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