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Poesia di Luigi Fiacchi
Il Leone

Nella selva Nemea dopo la morte
Del Leon, cui domò l'Erculea clava,
Altro Leon vivea superbo e forte,
Che quel primier per genitor vantava:
Era anch' esso il terror d' Elide intera;
Ma più tra' vivi il domator non era.

Onde senza nutrir temenza alcuna
D' esser giammai del patrio fato crede,
Godessi in quieta e stabile fortuna
Ed ovvie, e scelte, e numerose prede:
Ma in contento sì grande, e sì perfetto
Solo un desìo gli stimolava il petto.

Benchè Aloide, o altro tale io più non tema
(Egli co' suoi pensier dicea talora)
Pure alfin la vecchiezza all' ora estrema
Fia che mi guidi, e converrà ch' io mora.
Cadrà il mio nome in un oblio profondo,
E non saprà ch' io son vissuto il mondo.

Del padre mio la glorïsa fama
Splende al meriggio, e non paventa occaso;
Ma lo spirito mio certo non ama
Farsi immortl con sì funesto caso.
Trar l' mmortalità, dalla sua morte
È una sorte meschina o non è sorte.

Tentisi dunque un' altra via che vaglia
Del mio valore a conservar la gloria:
Non ch' altro in questa celebre boscaglia
Durevol sia del viver mio memoria;
E dalla mia spelonca in questa viva
Pietra l' alto mio nome almen si scriva.

Era su la spelonca eccelso e grave
Masso che d' erbe il dorso avea vestito,
E formando all' ingresso un' architrave
Nella fronte apparia liscio e pulito.
Lì si pose a scolpir col duro artiglio:
Del leone Nemeo qui visse il figlio.

Ma che? quel sasso al gielo e all' acqueesposto,
E al morso lento d' una lunga etade,
Ornai mal fermo, ed a cader disposto
Allo sforzo dell' unghia e crolla e cade;
E copre allor che alfin l' opra e vicina,
Lo scrittore e lo scritto ampia ruina.

La fama è un falso ben, per cui sovente
L' uman core s' affanna, e pena molto:
Raro uom l' aquista, o vivo ancor la sente:
E poi nulla rileva a chi è sepolto.
E a molti accade (e me l' aspetto anch'io)
Cercar la fama, e ritrovar l' oblio.

Favole e Sonetti pastorali di Luigi Fiacchi detto il Casio

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