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Poesia di Leonardo Sinisgalli 
Paese 


Noi percorremmo tutto il paese nell'ora

che tornano gli asini col carico di legna

dalla cime profumate della Serra.
Raspavano le orecchie pelose contro le grezze


muraglie delle case, e tinniva, attaccata al collo,

la campanella della capretta che il vecchio

trascina al buio come un cane.
Qualcuno ci disse buona notte seduto davanti alla porta.


Le strade sono così strette e gli arredi

stanno così addossati alle soglie che noi

sentimmo friggere, al nascere della luna,

i peperoni calati nell’olio.



Tu eri molto colpita dal colore delle montagne.

“Foreste sono state sotto il mare per millenni”.

“Quaggiù anche i sassi sembrano vizzi,

anche le foglie hanno qualcosa di frusto”.

Uscivano dagli usci le donne coi tizzi accesi.

“Nei nostri paesi il sole cade a precipizio,

la notte è nei rintocchi della campana di mezzogiorno”.


I cavalli tossivano di ritorno dall’abbeverata,

i cani s’infilavano tra le porte:

noi eravamo soli a pestare la cenere dell’aria.

“Pare che tutta la gente a quest’ora

torni a dormire sottoterra e poi risusciti

ogni giorno alla vita”. La strada era senza

rumori, come di cenci, scolorita.

Da una casa serrata il caprone della tribù

starnutiva dentro il letto di Margherita.



“Entriamo in casa dei nonni dove mia zia

e mio zio hanno sempre una buona cosa

conservata per me”.
Ci sediamo in cucina e guardiamo


l’incantevole famiglia delle chiavi appese al muro:



la piccola chiave dell’orto, la chiave gigantesca

della cantina che ha più di cent’anni.
“Mio nonno sapeva col fischio delle chiavi
quietare il pianto dei nipoti”.
Ecco la chiave argentea


della conigliera, e le lucerne, i lumi, i lucignoli,

ingranditi sui muri guardo i profili

dei miei parenti e le immense ombre

delle mosche che strisciano come topi sulle pareti

“Cosima Diesbach, mia nonna, aveva girato il mondo”

“I miei avi hanno forse conosciuto l’Atlantide”.



Domenico passa di sera a chiudere le chiese,

a sprangare il cancello dei morti.

“Raccontavano a noi ragazzi

ch'egli parlava con la civetta, sui tetti, lassù.

Ha le orecchie mangiate, il campanaro,

ha il sonno duro. Per vestire i defunti

(non c'è nessuno più abile di lui)

bisognava chiamarlo lunghe ore

nel cuore della notte e fischiare forte nelle chiavi”.
Domenico è lì che strofina


uno zolfanello ai pantaloni, fuma la pipa

assorto sulla ripa del valico

dove una lontana sera vidi poggiare

la bara del Cristo morto, alla ringhiera.



Giù nella valle Crescenzio aizza la mula zoppa.
“Io ho buttato le redini sulla groppa”.

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