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mare uccelli
Poesia di Giuseppe Parini
Pur sia che vuol; tu baldanzoso innoltra

Pur sia che vuol; tu  baldanzoso innoltra
ne le stanze più interne. Ecco precorre
ad annunciarti al gabinetto estremo
il noto scalpiccio de' piedi tuoi.
Già lo sposo t'incontra. In un baleno
sfugge dall'altrui man l'accorta mano
de la tua dama: e il suo bel labbro in tanto
ti apparecchia un sorriso. Ognun s'arretra
che conosce tuoi dritti; e si conforta
con le adulte speranze, a te lasciando
libero e scarco il più beato seggio.
Tal, colà dove in fra gelose mura
Bisanzio ed Ispaàn guardano il fiore
de la beltà che il popolato Egèo
manda e l'Armeno e il Tartaro e il Circasso
per delizia d'un solo, a bear entra
l'ardente sposa il grave Musulmano.
Nel maestoso passeggiar gli ondeggiano
le late spalle, e su per l'alta testa
Le avvolte fasce: dall'arcato ciglio
intorno ei volge imperioso il guardo:
ed ecco al suo apparire umìl chinarsi
e il piè ritrar l'effeminata occhiuta
turba che d'alto sorridendo ei spregia.
Or comanda o signor che tutte a schiera
vengan le grazie tue; sì che a la dama
quanto elegante' esser più puoi ti mostri.
Tengasi al fianco la sinistra mano .
sotto al breve giubbon celata; e l'altra
sul finissimo lin posi, e s'asconda
vicino al cor; sublime alzi si il petto;
sorgan gli omeri entrambi; a lei converso
scenda il duttile collo; a i lati un poco
stringansi i labbri; ver lo mezzo acuti
escano alquanto; e da la bocca poi,
compendiata in forma tal, sen fugga
un non inteso mormorio. Qual fia
che a tante di beltade arme possenti
schermo si opponga? Ecco la destra ignuda
già la bella ti cede. Or via la strigni;
e con soavi negligenze al labbro
qual tua cosa l appressa; e cader lascia
sovra i tiepidi avori un doppio bacio.
Siedi fra tanto; e d'una mano istrascica
più a lei vicin la seggioletta. Ognaltro
tacciasi; ma tu sol curvato alquanto
seco susurra ignoti detti, a cui
concordin vicendevoli sorrisi
e sfavillar di cupi dette luci,
che amor dimostri o che il somigli al meno,
Ma rimembra o signor che troppo nuoce
in amoroso cor lunga e ostinata
tranquillità. Nell'oceàno ancora
perigliosa è la calma. Ahi quante volte
dall'immobile prora il buon nocchiero
invocò la tempesta; e sì crudele
soccorso ancor gli fu negato; e giacque
affamato assetato estenuato
dal venenoso aere stagnante oppresso
fra le inutili ciurme al suoi languendo!
Dunque a te giovi de la scorsa notte
ricordar le vicende; e con obliqui
motti pugnerla alquanto, o se nel volto
paga piu che non suole accòr fu vista
Il novello straniero, e co' bei labbri .
semiaperti aspettar quasi marina
. conca la soavissima rugiada
de' novi accenti; o se cupi da troppo
col guardo accompagnò ai loggia In loggia
l'almo alunno di Marte, idol vegliante
de' femminili voti, a la cui chioma
col lauro trionfal mille s'avvolgono
e mille frondi dell'Idalio mirto.
Colpevole o innocente allor la bella
dama improvviso adombrerà la fronte
d'un nuvoletto di verace sdegno
o simulato, e la nevosa spalla
scoterà un poco; e volgeransi al fine
gli altri a bear le sue parole estreme.
Fors'anco rintuzzar dI tue rampogne
saprà l'agrezza, e noverarti a punto
le visite furtive a i cocchi a i tetti
e all'alte logge de le mogli illustri
di ricchi popolari, a cui sovente
scender per calle dal piacer segnato
la maesta di cavalier non teme.
Felice te, se mesta o disdegnosa
tu la guidi a la mensa; o se tu puoi
solo piegarla a tollerar de' cibi
la nausea universalI Sorridan pure
a le vostre dolcissime querele
i convitati; e l'un l'altro percota
col gomito maligno. Ahi non di meno
come fremon lor alme! e quanta invidia
ti portan te mirando unico scopo
di si bell'ire! Al solo sposo è dato
in cor nodrir magnanima quiete,
aprir nel volto ingenuo riso e tanto
docil fidanza  ne le innocue luci.

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