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Poesia di Giovanni Pascoli
Maria

Ti splende su l'umile testa
la sera d'autunno, Maria!
Ti vedo sorridere mesta
tra i tocchi d'un'Avemaria:
sorride il tuo gracile viso;
né trova, il tuo dolce sorriso,
nessuno:

così, con quelli occhi che nuovi
si fissano in ciò che tu trovi
per via; che nessuno ti sa;
quelli occhi sì puri e sì grandi,
coi quali perdoni, e domandi
pietà:

quelli occhi sì grandi, sì buoni,
sì pii, che da quando li apristi,
ne diedero dolci perdoni!
ne sparsero lagrime tristi!
quelli occhi cui nulla mai diede
nessuno, cui nulla mai chiede
nessuno!

quelli occhi che toccano appena
le cose! due poveri a cena
dal ricco, ignorati dai più;
due umili in fondo alla mensa,
due ospiti a cui non si pensa
già più!

Canti di Castelvecchio di Pascoli

Maria 
Inviata ad Angiolo Orvieto per il suo album privato, in occasione delle sue nozze con Laura Cantoni il 28 ottobre 1899, fu poi 
pubblicata in Cl (1903). Faceva parte del ciclo dell'«Avemaria», di cui parla il poeta nelle note a C l a proposito della Mia malattia, ad essa coeva (e le stesure mss. di Castelvecchio recano i numeri romani I e II per le due liriche, nell'ordine attuale). In quelle note il Pascoli collocò anche tre poesie di Maria, perché il lettore conoscesse di lei qualche canto ed evitasse così di farsi di lei «un'idea non rispondente alla realtà». Alla sorella il poeta dedicò parecchie poesie negli anni di Massa e di Livorno, ora raccolte in PV, e l'elegia Sorella in MY, che costituisce un lontano precedente di questa, anche se tutta impostata sul loro rapporto, anziché intesa ad offrire un'immagine ideale di donna, come Maria. La figura femminile qui delineata è depurata di riferimenti biografico-familiari e vive tutta del sorriso e degli occhi, quegli occhi che occupano di sé tutte le strofe, tranne la prima. Maria s'apparenta così con gli altri fantasmi femminili del Pascoli, dalla madre alla «tessitrice», alimentandosi discretamente di reminiscenze leopardiane (Silvia e Nerina), e assurge a simbolo d'una umanità dolente e misconosciuta, eppure innocente e pietosa. La sublimazione della rinuncia s'avvale anche di suggestioni figurative di gusto quasi preraffaellita e di metafore bibliche, riuscendo così a evitare i toni vitti mistico-patetici di altre poesie.
Giuseppe Nava

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