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Poesia di Giovanni Pascoli
Dialogo

Scilp: i passeri neri su lo spalto
corrono, molleggiando. Il terren sollo
rade la rondine e vanisce in alto:
vitt...videvitt. Per gli uni il casolare,
l'aia, il pagliaio con l'aereo stollo;
ma per l'altra il suo cielo ed il suo mare.

Questa se gli olmi ingiallano la frasca,
cerca i palmizi di Gerusalemme:
quelli, allor che la foglia ultima casca,
restano ad aspettar le prime gemme.

Dib dib bilp bilp: e per le nebbie rare
quando alla prima languida dolciura
l'olmo già sogna di rigermogliare,

lasciano a branchi la città sonora
e vanno come per la mietitura,
alla campagna, dove si lavora.

Dopo sementa, presso l'abituro
il casereccio passero rimane;
e dal pagliaio, dentro il cielo oscuro
saluta le migranti oche lontane.

Fischia un grecale gelido, che rade:
copre un tendone i monti solitari:
a notte il vento rugge, urla: poi cade.

E tutto è bianco e tacito al mattino
nuovo: e dai bianchi e muti casolari
il fumo sbalza, qua e là turchino.

La neve! (Videvitt: la neve? Il gelo?
ei di voi, rondini, ride:
bianco in terra, nero in cielo,
v'è di voi chi vide... vide... videvitt?)

La neve! Allora, poi che il cibo manca,
alla città dai mille campanili
scendono alla città fumida e bianca;

a mendicare. Dalla lor grondaia
spìano nelle chiostre e nei cortili
la granata o il grembiul della massaia.

Tornano quindi ai campi a seminare
veccia e saggina coi villani scalzi,
e - videvitt - venuta d'oltremare
trovano te che scivoli, che sbalzi,

rondine,  e canti: ma non sai la gioia
-scilp - della neve, il giorno che dimoia.

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