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Poesie di Gabriele D'Annunzio
Poesia di Gabriele D'Annunzio

Bocca d'Arno


Bocca di donna mai mi fu di tanta
soavità nell'amorosa via
(se non la tua, se non la tua, presente)
come la bocca pallida e silente
del fiumicel che nasce in Falterona.
Qual donna s'abbandona
(se non tu, se non tu) sì dolcemente
come questa placata correntìa?
Ella non canta,
e pur fluisce quasi melodia
all'amarezza.
Qual sia la sua bellezza
io non so dire,
come colui che ode
suoni dormendo e virtudi ignote
entran nel suo dormire.
Le saltano all'incontro i verdi flutti,
schiumanti di baldanza,
con la grazia dei giovini animali.
In catena di putti
non mise tanta gioia Donatello,
fervendo il marmo sotto lo scalpello,
quando ornava le bianche cattedrali.
Sotto ghirlande di fiori e di frutti
svolgeasi intorno ai pergami la danza
infantile, ma non sì fiera danza
come quest'una.
V'è creatura alcuna
che in tanta grazia
viva ed in sì perfetta
gioia, se non quella lodoletta
che in aere si spazia?
Forse l'anima mia, quando profonda
sé nel suo canto e vede la sua gloria;
forse l'anima tua, quando profonda
sé nell'amore e perde la memoria
degli inganni fugaci in che s'illuse
ed anela con me l'alta vittoria.
Forse conosceremo noi la piena
felicità dell'onda
libera e delle forti ali dischiuse
e dell'inno selvaggio che si frena.
Adora e attendi!
Adora, adora, e attendi!
Vedi? I tuoi piedi
nudi lascian vestigi
di luce, ed a' tuoi occhi prodigi
sorgon dall'acque. Vedi?
Grandi calici sorgono dall'acque,
di non so qual leggiere oro intessuti.
Le nubi i monti i boschi i lidi l'acque
trasparire per le corolle immani
vedi, lontani e vani
come in sogno paesi sconosciuti.
Farfalle d'oro come le tue mani
volando a coppia scoprono su l'acque
con meraviglia i fiori grandi e strani,
mentre tu fiuti
l'odor salino.
Fa un suo gioco divino
l'Ora solare,
mutevole e gioconda
come la gola d'una colomba
alzata per cantare.
Sono le reti pensili. Talune
pendon come bilance dalle antenne
cui sostengono i ponti alti e protesi
ove l'uom veglia a volgere la fune;
altre pendono a prua dei palischermi
trascorrendo il perenne
specchio che le rifrange; e quando il sole
batte a poppa i navigli, stando fermi
i remi, un gran fulgor le trasfigura:
grandi calici sorgono dall'acque,
gigli di foco.
Fa un suo divino gioco
la giovine Ora
che è breve come il canto
della colomba. Godi l'incanto,
anima nostra, e adora!
Gabriele D'Annunzio
(Marina di Pisa, 6 luglio 1899)

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La lirica, secondo la testimonianza di B. Palmerio, fu composta il 6 luglio 1899, cioè il giorno dopo la composizione de La tenzone. Di fatto, il 7 luglio 1899, il d'Annunzio scriveva da Marina di Pisa a Giuseppe Treves: «Ho passato questi giorni in una quiete profonda, disteso in una barca al sole
 Tu non conosci questi luoghi: sono divini. La foce del!' Arno ha una soavità così pura che non so paragonarle nessuna bocca di donna amata Vorrei rimanere qui a cantare. Ho una volontà di cantare così veemente che i versi nascono spontanei dalla mia anima come le schiume dalle onde. In questi giorni, in fondo alla mia barca, ho composto alcune Laudi che sembrano veramente figlie dell'acqua e dei raggi
Alcyone, Le stirpi canore, tutte penetrate di aria e di salsedine  Se tu potessi imaginare le bellezze di questa marina!

Fa un suo gioco divino
l'Ora sul mare,
mutevole e gioconda
come la gola d'una colomba
alzata per cantare ».


La lirica apparve per la prima volta sulla « Nuova Antologia » del 6 novembre 1899 come quarto componimento della breve silloge anticipatrice delle Laudi. Non aveva titolo e recava, oltre all'indicazìone ordinale le seguenti titolature parziali a fianco di ogni strofa: Bocca d'Arno, Il mare e il fiume, L'aspirazione, La pesca nella foce, Le bilance. anziché« l'Ora sul mare » come nella lettera a Giuseppe Treves, nella «Nuova Antologia» si legge già « l'Ora solare », che è la lezione definitiva.
Bocca d'Arno è la foce dell' Arno sul lido di Pisa e là, dove le acque del fiume scendono lente e silenziose incontro alle onde del mare, il poeta è teso, anima e occhi, a cogliere i più labili aspetti delle cose che gli stanno intorno, finché tutto gli si trasforma in immagini alonate di irrealtà e di sogno. La foce dell' Arno gli diventa, con una identificazione, però, che nasce più che altro da un pretesto meramente verbale, la bocca della donna amata, i flutti che corrono verso il fiume gli diventano teorie di putti danzanti, le reti pensili dei pescatori gli diventano calici di immensi fiori favolosi ed egli si perde, insieme alla donna amata, in una adorante contemplazione creatrice, essa stessa, di prodigi.
La lirica è vicina alla Tenzone, che è stata composta, come si è visto, il giorno innanzi, e alla quale riportano anche il paesaggio, l'ora solare  la delicata presenza femminile, al solito appena evocata e, soprattutto, la disposizione panico-mitizzante del poeta. Come La tenzone e come anche La sera fiesolana, il componimento presenta una « architettura complessa, a membra salienti e rilevate con una divisione strofica nettissima» (A. Noferi), che ha una importanza decisiva ai fini dello sviluppo della situazione poetica.
Infatti, l'alternarsi di strofe e di antifone, cioè l'alternarsi di due diversi tempi musicali, che di quella complessità architettonica è l'aspetto più evidente, ha, fin dall'inizio, la precisa funzione di impostare il discorso sul doppio ma concorrente registro della visione reale e della sua trasfigurazione lirica che è la sostanza stessa del componimento. In pratica, all'ampio recitativo delle strofe, che sono essenzialmente costituite di endecasillabi, spetta il compito di descrivere la realtà e di avviarne il superamento in termini di estasi e di musica.. Invece, le antifone - le cobolette costituite di versi brevi - hanno la funzione di modulare in modi piani ed aperti il tema del magico incantesimo oscillante tra realtà e sogno in cui il poeta si perde.
Così, anche per effetto di questo espediente tecnico, agevolmente si attua quella « illuminazione favolosa » che permette il riscatto di ogni oggetto sensibile e che inventando «certo paese di fiaba in un assorto (trasognamento » (A. Noferi), nobilita tutti i possibili scadimenti letterari del componimento, come la duplice citazione da Dante dei vv. 5 e 31-32, che non sai se considerare un tenue gioco allusivo o un inevitabile puntello letterario, e la precisa riminiscenza dallo Swinburne dei
vv. 63-64. Per questa stessa via si riscattano anche gli scadimenti del componimento nel dato culturale, come è il. caso del paragone, per altro risolto in leggerezza di immagini, dei putti di Donatello e delle «bianche tattedrali»
(vv. 20-24), nonché quelli nel dato sentimentale, come i riferimenti autobiografici dei vv. 1-4 e 6-8, che tendono troppo scopertamente a degenerare nel madrigalesco.