Poesia di Fedor Tjutcev
Sere d'autunno
Nella chiarezza v'è delle autunnali
sere un tenero, un misterioso incanto:
lo splendore degli alberi sinistro,
il languido frusciare delle foglie
porporine, il velato e calmo cielo
sopra la terra triste e desolata,
e, annunzio delle prossime bufere,
un brusco, freddo vento qualche volta,
un mancare e sfinirsi - e quel sorriso
mite di sfioritura, su ogni cosa,
che in essere senziente noi chiamiamo
sacro pudore della sofferenza.
Contrasti profondi di vita e di morte, di bellezza e di squallore, che si ripercuotono nell'animo dell'osservatore come sentimenti altrettanto contrastanti, sono la caratteristica più propria dell'autunno, che il poeta ha saputo cogliere nella descrizione di questa stagione dolce e desolata, e che ha reso con forti contrasti di aggettivi e di sostantivi.
Alcuni di questi infatti (come « chiarezza », «tenero incanto», « languido frusciare », « velato e calmo cielo ») esprimono un senso di languore e di tenera malinconia nella visione del disfacimento dolce e lento dell'agonìa, mentre altri (come « sinistro splendore », « terra triste e desolata », e soprattutto il « brusco, freddo vento ») dicono il dramma, la tragedia, la paura.
C'è, in questa originalissima descrizione dell'autunno, il senso del crollo lento e inesorabile di una natura ormai moribonda, crollo che nessuna forza potrebbe mai fermare, e insieme la mite dolcezza dell'aria che ancora perdura. nella limpida trasparenza dei cieli.
Ma su tutte le impressioni visive prevale quella del « sorriso mite» delle cose, che vediamo lentamtnte « sfiorare », « mancare », « sfinirsi ». E, dice il poeta, un mite, pietoso sorriso, simile a quello che a volte notiamo nell'uomo che soffre (l'essere « senziente », consapevole), col quale egli cerca di nascondere la sua pena o la sua infermità agli occhi di chi lo guarda, per un intimo senso di pudore della sua sofferenza e della sua inferiorità di fronte agli altri.
La natura malata e morente ha in questa poesia volto e sentimenti umani, perché il dolore ha una voce che non varia fra uomini, animali e cose, e perché sempre uguale è il sentimento di accorata pietà in chi vede a poco a poco disfarsi ciò che poco prima era ancor bello e pieno di vigore, si tratti di uomini o di cose, di esseri "senzienti" o di foglie e fiori.
Ma più del disfacimento della grazia e della bellezza trascorse, ciò che ci accora è quella loro ombra remota che vagamente ancora persiste, e vagamente, ancora, le ricorda.
