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pergola
Poesia di Cesare Pavese

Città in campagna

Papà beve al tavolo avvolto da pergole verdi
e il ragazzo s’annoia seduto. Il cavallo s’annoia
posseduto da mosche: il ragazzo vorrebbe acchiapparne,
ma Papà l’ha sott’occhio. Le pergole dànno nel vuoto
sulla valle. Il ragazzo non guarda piú al fondo,
perché ha voglia di fare un gran salto. Alza gli occhi:
non c’è piú belle nuvole; gli ammassi splendenti
si son chiusi a nascondere il fresco del cielo.


Si lamenta, Papà, che ci sia da patire piú caldo
nella gita per vendere l’uva, che a mietere il grano.
Chi ha mai visto in settembre quel sole rovente
e doversi fermare al ritorno dall’oste,
altrimenti gli crepa il cavallo. Ma l’uva è venduta;
qualcun altro ci pensa, di qui alla vendemmia:
se anche grandina, il prezzo è già fatto. Il ragazzo s’annoia,
il suo soro Papà gliel’ha già fatto bere.
Non c’è piú che guardare quel bianco maligno,
sotto il nero dell’afa, e sperare nell’acqua.

Le vie fresche di mezza mattina eran piene di portici
e di gente. Gridavano in piazza. Girava il gelato
bianco e rosa: pareva le nuvole sode nel cielo.
Se faceva sto caldo in città, si fermavano a pranzo
nell’albergo. La polvere e il caldo non sporcano i muri
in città: lungo i viali le case son bianche
e ogni tanto qualcuno si siede nei viali a far niente.
In città stanno al fresco a far niente, ma comprano l’uva,
la lavorano in grandi cantine e diventano ricchi.
Se restavano ancora, vedevano in mezzo alle piante,
nella sera, ogni viale una fila di luci.

Tra le pergole nasce un gran vento. Il cavallo si scuote
e Papà guarda in aria. Laggiú nella valle
c’è la casa nel prato e la vigna matura.
Tutt’a un tratto fa freddo e le foglie si staccanno
e la polvere vola. Papà beve sempre.
Il ragazzo alza gli occhi alle nuvole orribili.
Sulla valle c’è ancora una chiazza di sole.
Se si fermano qui, mangeranno dall’oste.

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