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Poesia di Cesare Pavese
A solo, di saxofono

Fragorosa sul viale
ecco a un tratto l'orchestra si spegne.
Sull’orchestra in sordina,
canta spiegato un saxofono rauco.
Fin la folla si arresta.
Le case indifferenti
gràvano il cielo intorno.
Vibra la voce barbara.
Ecco che la mia vita
s’è frantumata a terra come un vetro.
La stanchezza che prima la reggeva
è scomparsa nel vortice del suono.
Resta l’anima inutile.
E le note si afferrano più acute
nell’aria, contorcendosi.
È la mia voce stessa
che echeggia questa notte.
Nell’anima smarrita
canta alto, altissimo la solitudine
una canzone ubriaca della vita.
La stanchezza fuggita,
non vivo per un attimo che all’urlo
modulato, esultante.
Tutta l’anima mia
rabbrividisce e trema e s’abbandona
al saxofono rauco.
È una donna in balìa
di un amante, una foglia
dentro il vento, un miracolo,
una musica anch’essa.
Rapido, troppo rapido l’istante.
La voce sovrumana,
barbara di dolcezza solitaria,
che a sollevarmi il capo,
come un amico, impazziva di gioia,
è scomparsa nel gorgo del frastuono.
Da ogni parte riscoppiano i fragori
sprizzando nelle luci.
Io torno a camminare solitario
e quasi m'abbandono.
Dal cielo pesano le case enormi.
E i passanti mi guardano, con occhi
come vuote finestre.

26 maggio - 5 giugno 1929

da Blues della grande città, in Le poesie, Einaudi, 1998

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