
Poesia di Bartolo Cattafi
Chi m'insegnò qualcosa
Chi m'insegnò qualcosa sulla sabbia
non fu la faccia rotta della plastica
colore di cadavere
né gli sparsi ossami calcinati
né la lattuga di mare
né la massa molliccia del catrame
deiezione di qualche
mucca d'averno
ma le spoglie d'un agave
lunga e larga regina spolpata
dalle labbra del mare
messa a nudo nei fili dell'anima
fibre che persero verdi baldanze
resa grigia dal tempo
anima forse non più marcescibile.
(Da L'aria secca del fuoco, 1972)
Bartolo Cattafi siciliano, nato a Barcellona (Messina), nel 1922, laureato in giurisprudenza, ha vissuto a Milano lavorando presso un'industria.
Fuori da ogni etichetta di scuola, chiuso in un suo interiore monologo « la poesia appartiene alla nostra più intima biologia ») si è fatto conoscere negli anni cinquanta grazie ad alcune incisive raccolte: Nel centro della mano, 1951 e Partenza da Greenwich, 1955.
Tra i rifiuti della spiaggia l'agave simboleggia, per il poeta, la continuità dell'esistere quando sono cadute le verdi baldanze e il gioco della vita diviene desiderio di non essere riassorbiti senza tracce dalle sabbie dell'essere. Non più marcescibile: incapace di ulteriori dissolvimenti materici, ma pur sempre autentica, naturale nei confronti della plastica, del catrame, della viscida, effimera lattuga.
Evidente il ricordo della Waste Land eliotiana e dell'Agave di Montale.
