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27 gennaio Giorno della memoria
Verso sud
di Primo Levi

Avevo camminato per ore nell’aria meravigliosa del mattino, aspirandola come una medicina fino in fondo ai miei polmoni malconci.
Non ero molto solido sulle gambe, ma sentivo un bisogno imperioso di riprendere possesso del mio corpo, di ristabilire il contatto, rotto da ormai quasi due anni, con gli alberi e con l’erba, con la terra pesante e bruna in cui si sentivano fremere i semi, con l’oceano d’aria che convogliava il polline degli abeti, onda su onda, dai Carpazi fino alle vie nere della città mineraria.

Cosí facevo da una settimana, esplorando i dintorni di Katowice. Mi correva nelle vene la dolce debolezza della convalescenza.
Mi correvano nelle vene, in quei giorni, anche energiche dosi di insulina, che mi era stata prescritta, trovata, comperata e iniettata per le cure concordi di Leonardo e di Gottlieb. Mentre camminavo,
l’insulina compiva in silenzio il suo ufficio prodigioso: girava col sangue in caccia di zucchero, e ne curava la diligente combustione e conversione in energia, distogliendolo da altri meno propri destini. Ma lo zucchero che trovava non era molto: a un tratto, drammaticamente, press’a poco sempre alla stessa ora, le scorte si esaurivano: allora le gambe mi si piegavano sotto, vedevo tutto farsi nero, ed ero costretto a sedermi a terra dove mi trovavo, gelato e sopraffatto da un attacco di fame furiosa. Qui soccorrevano le opere e i doni della mia terza protettrice,  Marja Fjodorovna Prima: cavavo di tasca un pacchetto di glucosio e lo trangugiavo con ingordigia.
Dopo pochi minuti, la luce ritornava, il sole si rifaceva caldo, e potevo riprendere il cammino.
Ritornando quel mattino al campo, vi trovai una scena inconsueta. In mezzo al piazzale stava il capitano Egorov, circondato da una densa folla di italiani. Teneva in mano una grossa pistola a tamburo, che però gli serviva soltanto a sottolineare con ampi gesti i passaggi salienti
del discorso che stava facendo. Del suo discorso si capiva assai poco. Essenzialmente due parole, perché le ripeteva sovente, ma queste due parole erano messaggi celestiali: «ripatriatsija» e «Odjessa». Il rimpatrio via Odessa, dunque; il ritorno. L’intero campo perse istantaneamente la testa. Il capitano Egorov fu sollevato dal suolo con la pistola e tutto, e portato precariamente in trionfo. Gente ruggiva: – A casa! a casa! – per i corridoi, altri facevano su i bagagli producendo
quanto piú fracasso potevano, e sbattendo fuori dalle finestre stracci, cartaccia, scarpe rotte e ogni genere di ciarpame. In poche ore tutto il campo si svuotò, sotto gli occhi olimpici dei russi: chi andava in città a congedarsi dalla ragazza, chi in pura e semplice bordata di baldoria, chi a spendere gli ultimi zloty in provviste per il viaggio o in altri piú futili modi.
Con quest’ultimo programma scendemmo a Katowice anche a Cesare ed io, portando nelle tasche i risparmi nostri e di cinque o sei compagni. Infatti, che cosa avremmo trovato alla frontiera?
Non si sapeva, ma da quanto avevamo visto fino allora dei russi e dei loro modi di procedere,
non ci sembrava probabile che al confine ci aspettassero dei cambiavalute.
Perciò il buon senso, e insieme il nostro felice stato d’animo, ci consigliavano di spendere fino all’ultimo zloty la non grande somma di cui disponevamo: di farla fuori, ad esempio, organizzando
un gran pranzo all’italiana, a base di spaghetti al burro, di cui eravamo digiuni da tempo immemorabile. Entrammo in un negozio di alimentari, mettemmo sul banco tutti i nostri averi, e spiegammo del nostro meglio alla bottegaia le nostre intenzioni. Io le dissi, come d’abitudine, che parlavo tedesco ma non ero tedesco; che eravamo italiani in partenza, e che volevamo comperare
spaghetti, burro, sale, uova, fragole e zucchero nelle proporzioni piú opportune e per un ammontare di sessantatre zloty, non uno di piú né uno di meno.
La bottegaia era una vecchietta grinzosa, dall’aria bisbetica e diffidente. Ci guardò attentamente attraverso gli occhiali di tartaruga, poi ci disse chiaro e tondo, in ottimo tedesco, che secondo lei non eravamo italiani proprio niente. Prima di tutto parlavamo tedesco, anche se piuttosto male; poi, e principalmente, gli italiani hanno i capelli neri e gli occhi appassionati, e noi né gli uni né gli altri. Tutt’al piú, poteva concederci di essere croati: anzi, ora che ci pensava, aveva proprio incontrato dei
croati che ci somigliavano. Eravamo croati, la cosa era fuori discussione.
Ero abbastanza seccato, e le dissi bruscamente che italiani eravamo, le piacesse o no; ebrei italiani, uno di Roma e uno di Torino, che venivamo da Auschwitz e andavamo a casa, e volevamo comperare e pagare, e non perdere tempo in fandonie.
Ebrei di Auschwitz? Lo sguardo della vecchia si ammorbidí, perfino le rughe sembrarono distendersi. Allora era un’altra faccenda. Ci fece passare nel retrobottega, ci fece sedere, ci offerse due bicchieri di birra autentica, e senza por tempo in mezzo ci raccontò con orgoglio la sua storia favolosa: la sua epopea, vicina nel tempo ma già ampiamente trasfigurata in canzone di gesta,
affinata e polita da innumerevoli ripetizioni.
Era consapevole di Auschwitz, e tutto quanto riguardava Auschwitz la interessava, perché aveva rischiato di andarci. Non era polacca, era tedesca: a suo tempo, teneva bottega a Berlino, con suo marito. A loro, Hitler non era mai piaciuto, e forse erano stati troppo incauti nel lasciar trapelare fra il vicinato queste loro opinioni singolari: nel 1935 suo marito era stato portato via dalla Gestapo, e non ne aveva mai piú saputo niente. Era stato un grande dolore, ma mangiare bisogna, e lei aveva
continuato nel suo commercio fino al ‘38, quando Hitler, «der Lump», aveva fatto alla radio il famoso discorso in cui dichiarava che voleva fare la guerra.
Allora lei si era indignata e gli aveva scritto. Gli aveva scritto personalmente, «Al Signor Adolf Hitler, Cancelliere del Reich, Berlino», mandandogli una lunga lettera in cui gli consigliava fermamente di non fare la guerra perché troppe persone sarebbero morte, e inoltre gli dimostrava che se l’avesse fatta l’avrebbe perduta, perché la Germania non poteva vincere contro tutto il mondo, e anche un bambino l’avrebbe capito. Aveva firmato con nome, cognome e indirizzo: poi si era messa ad aspettare. Cinque giorni dopo erano venute le camicie brune, e col pretesto di fare una perquisizione le avevano saccheggiato e sconquassato casa e bottega.
Cosa avevano trovato? Nulla, lei non faceva della politica: soltanto la minuta della lettera.
Due settimane dopo l’avevano chiamata alla Gestapo. Pensava che l’avrebbero picchiata e spedita in Lager: invece l’avevano trattata con disprezzo sguaiato, le avevano detto che avrebbero dovuto impiccarla, ma si erano convinti che lei era solo «eine alte blöde Ziege», una vecchia stupida capra, e che per lei la corda sarebbe stata sprecata.
Però le avevano ritirata la licenza di commercio e l’avevano espulsa da Berlino.
Aveva vivacchiato in Slesia di borsa nera e di espedienti, finché, secondo le sue previsioni, i tedeschi non avevano perso la guerra. Allora, poiché tutto il vicinato sapeva quello che lei aveva fatto, le autorità polacche non avevano tardato a concederle la licenza per un negozio di commestibili. Cosí ora viveva in pace, fortificata dal pensiero di quanto migliore sarebbe stato il mondo se i grandi della terra avessero seguito i suoi consigli.
Alla vigilia della partenza, Leonardo ed io riconsegnammo le chiavi dell’ambulatorio e prendemmo congedo da Marja Fjodorovna e dal dottor Dancenko.
Marja appariva silenziosa e triste; le chiesi perché non venisse in Italia con noi, al che arrossí come se le avessi rivolto una proposta disonesta. Intervenne Dancenko: portava una bottiglia d’alcool e due fogli di carta. Pensammo dapprima che l’alcool fosse un suo contributo personale alla dotazione di medicinali per il viaggio: ma no, era per i brindisi di addio, che vennero doverosamente scambiati. E i fogli? Apprendemmo stupefatti che il Comando attendeva da noi due dichiarazioni di ringraziamento per l’umanità e la correttezza con cui a Katowice eravamo stati trattati; Dancenko ci pregò inoltre di menzionare esplicitamente la sua persona e la sua opera, e di firmare
aggiungendo al nostro nome la qualifica «Dottore in medicina». Questo, Leonardo poteva farlo e lo fece; ma nel mio caso si trattava di un falso. Ero perplesso, e cercai di farlo intendere a Dancenko; ma questi si stupí del mio formalismo, e picchiando col dito sul foglio mi disse stizzosamente
di non fare storie. Firmai come desiderava: perché privarlo di un piccolo aiuto alla sua carriera?
Ma la cerimonia non era ancora finita. A sua volta, Dancenko trasse due attestati, scritti a mano in bella calligrafia su due pezzi di carta a righe, evidentemente strappati a un quaderno di scuola. In quello a me destinato, si dichiara con disinvolta generosità che «Il Medico dottor Primo Levi, di Torino, ha prestato per quattro mesi la sua opera abile e solerte presso l’Infermeria di questo Comando, ed in tal modo ha meritato la gratitudine di tutti i lavoratori del mondo».
Il giorno dopo, il nostro sogno di sempre si era fatto realtà. Alla stazione di Katowice ci aspettava il treno: un lungo treno di vagoni merci, di cui noi italiani (eravamo circa ottocento) prendemmo possesso con fragorosa allegria.
Odessa; e poi un fantastico viaggio per mare attraverso le porte dell’Oriente; e poi l’Italia.
La prospettiva di percorrere molte centinaia di chilometri su quei vagoni sconnessi, dormendo sul pavimento nudo, non ci preoccupava affatto, e neppure ci preoccupavano le risibili scorte alimentari assegnateci dai russi: un po’ di pane, e una scatola di margarina di soia per ogni vagone.
Era una margarina di origine americana, fortemente salata e dura come il formaggio parmigiano:
evidentemente destinata a climi tropicali, e finita nelle nostre mani attraverso non immaginabili traversie. Il resto, ci assicurarono i russi con l’abituale noncuranza, ci sarebbe stato distribuito durante il viaggio.
Partí alla metà del giugno 1945 quel treno carico di speranza. Non c’era alcuna scorta, nessun russo a bordo: responsabile del convoglio era il dottor Gottlieb, che si era spontaneamente aggregato a noi, e cumulava nella sua persona le mansioni di interprete, di medico e di console della comunità itinerante. Ci sentivamo in buone mani, lontani da ogni dubbio o incertezza: a
Odessa ci aspettava la nave.
Il viaggio durò sei giorni, e se nel corso di esso non fummo spinti dalla fame alla mendicità o al banditismo, ed anzi giungemmo al termine in buone condizioni di nutrizione, il merito ne va esclusivamente al dottor Gottlieb.
Immediatamente dopo la partenza era apparso chiaro che i russi di Katowice ci avevano messi in viaggio allo sbaraglio, senza prendere alcun provvedimento né alcun accordo con i loro colleghi di Odessa e delle tappe intermedie. Quando il nostro convoglio si arrestava in una stazione (e si arrestava sovente e a lungo, perché il traffico di linea e i trasporti militari avevano la  precedenza), nessuno sapeva cosa fare di noi. I capistazione e i comandanti di tappa ci guardavano arrivare
con occhio attonito e desolato, ansiosi a loro volta soltanto di liberarsi della nostra incomoda presenza.
Ma Gottlieb era là, acuto come una spada; non c’era viluppo burocratico, non barriera di negligenza, non ostinazione di funzionario che egli non riuscisse a sgominare, in pochi minuti, ogni volta in modo diverso. Ogni difficoltà si sfaceva in nebbia davanti alla sua sfrontatezza, alla sua alta fantasia, alla sua prontezza di spadaccino.
Da ogni suo incontro col mostro dai mille volti, che dimora ovunque si accumulano moduli e circolari, ritornava a noi radioso di vittoria come un san Giorgio dopo il duello col drago, e ce ne raccontava le rapide vicende, troppo conscio della sua superiorità per gloriarsene.
Il capotappa, ad esempio, aveva preteso il nostro foglio di via, che notoriamente non esisteva; e lui aveva detto che andava a prenderlo, ed era entrato nel botteghino del telegrafo lí accanto e ne aveva fabbricato uno in pochi istanti, compilato nel piú verosimile dei gerghi d’ufficio, su un foglio di carta qualunque che aveva talmente rimpinzato di timbri, bolli e firme illeggibili da renderlo santo e venerando come una autentica emanazione del Potere. Oppure ancora, si era presentato alla
fureria di una Kommandantur, e aveva rispettosamente notificato che in stazione soggiornavano ottocento italiani che non avevano da mangiare. Il furiere aveva risposto «nicevò», che il suo magazzino era vuoto, che ci voleva l’autorizzazione, che avrebbe provveduto l’indomani, e aveva cercato goffamente di metterlo alla porta come un qualunque postulante increscioso; ma lui aveva
sorriso, e gli aveva detto: – Compagno, tu non hai capito bene. Questi italiani devono ricevere da mangiare, e oggi stesso: poiché è Stalin che lo vuole –; e i viveri erano arrivati in un baleno.
Ma per me quel viaggio riuscí tormentoso oltre misura.