
Poesia di Tewfiq Zayad
Questo popolo ha sette anime
Oggi è sabato,
terzo giorno dall'inizio della strage
io sono vivo e voglio scrivere
di un popolo che sfida la morte
in una Giordania
che rifiuta di essere sgozzata
in silenzio.
Oggi è lunedì,
quinto giorno dall'inizio della strage
e la iena Habes1
figlio di iene mangiatrici di cadaveri,
impone al nostro popolo una guerra civile
nello stesso momento in cui lupi affamati
azzannano le nostre viscere
cosi noi moriamo
migliaia di volte al giorno
e migliaia di volte al giorno
rinasciamo. "
Oggi è venerdì,
nono giorno dall'inizio della strage
ma Amman non è caduta
come avevano predetto, - in poche ore,
essa è salda e forte
nella difesa e
sfida il nemico con colpi di pietra"
e cuore di ferro
sebbene stia immersa nel suo sangue
fino al ginocchio.
Amman è ancora Amman;
se ne sta in piedi
con il mitra in braccio
e nei suoi occhi c'è
fuoco e fumo.
I morti sono tanti;
quanti assassinati? diecimila?
duemila omicidi al giorno?
Chi lo sa quanti sono!
sopra le macerie
sulle soglie delle case
sui pali della luce
sui rami degli alberi bruciati
sulle piazze e sulle strade
nei veicoli incendiati dai carri armati.
Gli ufficiali del palazzo hanno detto:
il popolo intero è condannato a morte!
Questo hanno detto gli ufficiali del palazzo.
Le cose vengono fatte in fretta:
ufficiali perquisiscono le case, in fretta
e coi calci dei fucili
pestano le mani di chi non è armato
,mani di donne e di bambini, in fretta,
perché non riescano a chiudersi
attorno a un sasso da lanciare.
Le cose vengono fatte in fretta:
il Je con un colpo di coltello, in fretta,
taglia le vene del popolo
e rifiuta di dargli
àcqua da bere
pane da mangiare,
qualche ora per seppellire i morti
(cento e cento in ogni tomba)
e qualche ora per raccogliere i feriti.
I cadaveri sparsi
non sono stati tutti raccolti né contati.
Le macerie non sono state sgombrate,
chi può dirlo quanti? E tutto questo per far cadere Amman.
Ma Amman non cade
Amman è ancora in piedi
tutta vestita di sangue
coi suoi fucili
i suoi pugnali
le sue unghie
la carne dei suoi cadaveri
le sue pietre
i suoi bastoni
pronta a ricominciare la battaglia.
Il primo giorno
il mio occhio si fa di pietra
neanche una lagrima!
Il secondo giorno
piango, ma le lagrime scorrono dentro di me
come un ruscello furioso, senza trovare uscita.
Il terzo giorno
il cuore mi diventa un tizzone
rosso di rabbia e di indignazione.
Il quarto giorno
il quindo, il sesto,
il settimo, l'ottavo giorno
le mie labbra si aprono e parlano da sole
gioiosamente dicono:
questo popolo ha sette anime
ogni volta che muore
rinasce più giovane e più bello.
Il dramma dei profughi ebbe nel settembre del 1970 il «settembre nero» - uno dei momenti più sanguinosi, quando Hussein tentò di attuare il piano di sistematico sterminio dei palestinesi, nel silenzio del resto del mondo.
Sei anni dopo doveva ripetersi il tentativo a Tell el Zataar.
Il dramma continua.
