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Anche sui monti si continua a nascere
Arrigo Benedetti

La nascita di un bimbo sulle montagne, tra i partigiani, assume un significato simbolico, in vista della continuità degli ideali della Resistenza, ma certo dovette rappresentare
immediatamente, la consapevolezza che l'amore continuava ad esistere, che la simpatia umana, anche fra uomini di nazionalità diverse, non era venuta mèno, e avrebbe potuto costruire il futuro. Ma, insieme, la presenza di una nuova creatura innocente dovette aumentare il senso di paura, lo sgomento alla vista dei paesi incendiati, degli uomini uccisi. La ricostruzione della vita passava anche attraverso quei momenti difficili.
Era nato sui monti all'inizio della guerra partigiana. Forse per avere visto la luce in un tempo così difficile, ai genitori parve finché visse bisognoso d'aiuto, di protezione.
Lo sentirono debole la mattina quando, durante il battesimo, pianse, padrini volontari un capitano inglese e un capitano francese, e anche un sergente sovietico giunto pochi
giorni prima, proprio netmomento del parto.
Era mezzogiorno. Tutti insieme, gente del posto e forestieri si stringevano intorno al bambino tenuto con una certa cerimoniositàl dalla madrina, una zia giovanissima, attorniata da militari che, per l'occasione, avevano indossato l'uniforme come facevano per prudenza solo quando pareva certo che il nemico  -i fascisti, i tedeschi  -tentasse di forzare le valli appenniniche.  Fu una grande festa, sebbene il padre e la madre temessero che un mostro, subito dopo il tramonto, profittasse delle tenebre per uscire dai recessi nei quali fino ad allora la loro volontà insieme con quella degli altri l'avevano confinata. Stavano in ascolto, non tremavano per la loro sorte ma per quel corpicino che gli pareva tanto fragile, esposto all'offesa d'un non ben definito nemico. .
Gli inglesi ogni sera diventavano tristi e cantavano per esprimere il loro sentimento. Il sovietico cullava il bambino con le sue nenie; appena imparò a parlare italiano, raccontò
d'avere anche lui una bambina in Russia, ugualmente indifesa nello scontro immane degli eserciti.
Dopo la battaglia di Smolensk era fuggito dall'ospedale in cui giaceva convalescente d'una ferita. I tedeschi l'avevano catturato nei boschi; fuggito di nuovo era
finito in mano dei carabinieri italiani. Brava gente, diceva. E rideva perché gli era riuscito scappare ancora una volta con la sua valigia contenente tutta la sua ricchezza: un taglio d'abito femminile, seta, e due tagli d'abito maschili, un orologio di similoro.
Glieli aveva spediti la moglie quand'era all'ospedale.
Nel caso che i tedeschi raggiungessero Smolensk, gli aveva scritto la donna, potrai scappare e vivere contando sulla solidarietà della gente e facendo, se occorreva, un cambio-merci, di cui invece non c'era stato mai bisogno. Così la valigia l'àveva accompagnato fino al campo di concentramento italiano, e dopo l'armistiziio sui nostri monti.
Un «Ohi» gutturale era il suo intimo lamento, mentre cullava il bambino.
Poi, accaddero tante cose orribili. La famiglia si nascose in un bosco nella VaI di Freddana, provincia di Lucca, nella catapecchia di un ombrellaio che aveva ceduto una stanza dal tetto sostenuto da un palo e l'uso del focolare e legna. La mamma lavava al fosso, badava alle altre faccende, il babbo teneva il bambino in collo, e il suo unico abito .di grisaglia era, dalla mattina alla sera, bagnato di pipì. «Porcaccione» diceva al bambino però ridendo, perché se il babbo diventava serio, lui faceva il mestolino  e piangeva, piangeva... Si spingevano insieme nei boschi, dentro un imprecisabile confine. Tra i monti e le colline fiammeggiavano i villaggi, uomini sconosciuti pendevan dagli olivi, le strade della pianura erano percorse dai carriaggi della lenta ritirata. tedesca.
Gli alleati aspet.tavano. Alla fine giunsero i negri della Divisione Buffalo, e anahe loro presero in braccio il bambino, lo cullarono con.i loro canti malinconici.

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