Fiaba australiana
Il primo canguro
Un giorno, mentre gli uomini si erano allontanati dal villaggio per inseguire alcune prede, delle nubi nerissime oscurarono all'improvviso il cielo e avvolsero la Terra nell'impenetrabile buio della notte. Atterriti dall'ossessionante vortice di lampi e di tuoni che li faceva tremare di paura, i cacciatori si precipitarono nelle caverne.
Da quei ripari di fortuna, sfidando l'uragano che aveva già sradicato chissà quanti alberi e strappato un'infinità di cespugli, gli uomini videro le nubi schiudersi come un uovo da cui uscì un animale mai visto prima.
Era un canguro, che vagolò per il cielo finché le sue lunghe zampe posteriori e la sua erculea coda non trovarono un appoggio comodo, su quel terreno cosparso di massi.
Il canguro ce la metteva tutta, per non farsi risucchiare dalle folate di vento.
Colto di sorpresa, ci fu però un momento in cui non riuscì a scamparla, ma l'animale fu svelto ad aggrapparsi ai bassi rami di un albero con le sue zampette anteriori e ad avvinghiarsi stretto al tronco.
Trascorse molta e molta furia dell'uragano prima che il canguro, approfittando di una distrazione del vento, potesse scendere a terra e svignarsela a velocissimi, giganteschi balzi.
Gli aborigeni si resero subito conto che quell'animale avrebbe potuto sfamare l'intero villaggio.
Passato l'uragano, cominciarono perciò a inseguirlo e, quando lo avvistarono, ne sorvegliarono le mosse tenendosi a distanza di sicurezza.
Che è molto svelto lo sappiamo già, ma sarebbe davvero un guaio se dovessimo accorgerci a nostre spese che è altrettanto aggressivo e pericoloso.
Non possiamo sperare che tema già la punta delle nostre frecce, dunque non provochiamolo perché altrimenti ce lo ritroveremo addosso senza neppure accorgercene bisbigliarono i cacciatori.
Intanto si facevano l'un l'altro coraggio, ma nessuno osava muovere passi decisi per acchiappare il canguro.
Trascorsero tanti e poi tanti sospiri e molte cose si dissero i cacciatori, per spronarsi a vicenda prima di decidersi ad accerchiare il canguro che, incurante della minaccia, continuava a pascolare nella radura.
Di quando in quando l'animale alzava la testa circospetto, le sue orecchie roteavano mentre il naso fiutava l'aria e gli occhi zigzagavano intorno, timorosi e inquieti.
Intuiva forse un pericolo, ma non gli sembrava così grande da dover rinunciare all'erbetta della radura.
Lenti e leggeri, i cacciatori erano ormai strisciati a pochi passi dall'animale sconosciuto.
Si scambiarono muti cenni d'intesa e, trattenendo il respiro, si prepararono alla cattura.
Quando i cacciatori stavano per piombare tutti insieme sul canguro, questi venne sollevato da un'improvvisa, veemente folata di vento, che di nuovo lo trasformò in un impacciato, buffissimo uccello senza ali.
Per un po' i cacciatori ne seguirono il volo sospirando di sollievo e di rabbia, poi ripresero
stancamente il sentiero del villaggio.
Passò molto tempo, molti e molti racconti di quell'incontro passarono di bocca in bocca, di villaggio in villaggio, prima che le nubi si decidessero a regalare di nuovo agli aborigeni un altro canguro,
il più grande e il più veloce di tutti gli animali che vivono e corrono sulla loro terra.
