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Libro secondo
Favole di Fedro
Epilogo

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Se il nostro verso alle tue orecchie arriva, e lo spirito
gusta con che magistero sono tessute le favole,
più non avrò da lagnarmi, tanta è la buona ventura.
Se a quelli, invece, la dotta fatica càpita in mano
che ha messi al mondo una natura malevola
(mordono il meglio, non possono fare null'altro), codesta
segregazione fatale la porterò con coraggio, 
fino a che della sùa colpa non si vergogni la sorte. 
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Voglio ora, in breve, spiegare qui perché il genere delle 
favole venne mventato. Non SI attentava a esprImere, 
dovendo star sottomesso, il suo pensiero uno schiavo: 
egli adombrò nelle favole i propri sensi, ed eluse 
ogni ragione di critica con le scherzose finzioni. 
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Di quel viottolo io ho fatto una strada ne ho favole 

immaginate più, nuove, di quelle che egli ha lasciato,
scelte che si confacessero, certune, al triste mio caso.
Un busto anonimo di Esopo si trova nella villa Albani di Roma.
Che se non fosse Seiano quello che accusa, ma un altro,
se un altro chi testimonia, infme un altro chi giudica,
confesserei d'esser degno di così grandi sventure
né con siffatti rimedi andrei lenendo la pena.
Se, sospettoso per indole, qualcuno sbagli indirizzo,
e ciò che vale per tutti lo riferisca a sé solo,
da sciocco l'animo suo porrà, nell'intimo, a nudo.
Cionondimeno, vorrei che anche costui mi scusasse.
Non già colpir gli individui; intendo infatti mostrare
com'è la vita in se stessa, come i costumi degli uomini.
«Non è da poco» qualcuno forse dirà, «la promessa».
Ma se un Esopo di Frigia, se un Anacarsi di Scizia,
col loro ingegno, han potuto crearsi un nome immortale,
io che son molto più prossimo alla coltissima Grecia
lascerò in braccio a un torpido sonno l'onor della patria,
quando la Tracia ormai novera dei numi come scrittori,
e Apollo padre è di Lino, madre una Musa è di quello
Orfeo che smosse le rupi, domò le fiere col canto,
e la corrente dell'Ebro col dolce freno trattenne?
Stattene, invidia, lontano dunque di qui, che non gema
invano, visto che a me l'uguale gloria è dovuta.

T'ho indotto a leggermi: chiedo che tu, con quella schiettezza
che ti distingue, mi dia il tuo sincero giudizio.

Epilogus
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Si nostrum studium ad aures pervenit tuas,
et arte fictas animus sentit fabulas,
omnem querellam submovet felicitas.
Sin autem doctus illis occurrit labor,
sinistra quos in lucem natura extulit,
(nec quidquam possunt nisi meliores carpere),
fatale exilium corde durato feram,
donec Fortunam criminis pudeat sui
Nunc fabularum cur sit inventum genus,
brevi docebo. Servitus obnoxia,
quia quae volebat non audebat dicere,
affectus proprios in fabellas transtulit
calumniamque fictis elusit iocis.
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Ego porro illius semita feci viam,
Et cogitavi plura quam reliquerat,
In calamitatem deligens quaedam meam.
Quod si accusator alius Seiano foret,
Si testis alius, iudex alius denique,
Dignum faterer esse me tantis malis,
Nec his dolorem delenirem remediis.
Suspicione si quis errabit sua
Et rapiet ad se quod erit commune omnium,
Stulte nudabit animi conscientiam.
Huic excusatum me velim nihilo minus:
Neque enim notare singulos mens est mihi,
Verum ipsam vitam et mores hominum ostendere.
Rem me professum dicet fors aliquis gravem.
Si Phryx Aesopus potuit, Anacharsis Scytha
Aeternam famam condere ingenio suo:
Ego, litteratae qui sum propior Graeciae,
Cur somno inerti deseram patriae decus?
Threissa cum gens numeret auctores suos,
Linoque Apollo sit parens, Musa Orpheo,
qui saxa cantu movit et domuit feras
hebrique tenuit impetus dulci mora.
Ergo hinc abesto, livor, ne frustra gemas,
quoniam mihi sollemnis debetur gloria.

Induxi te ad legendum; sincerum mihi

candore noto reddas iudicium peto.

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