Le origini della favola
La favola ha origine antichissima; il primo favolista fu il greco Esopo, a cui seguì il latino Fedro.
Spesso la morale di una favola si può esprimere con un proverbio.
La favola, espressione di poesia popolare assunta poi a dignità letteraria, presenta a chi ne ricerca le origini, quello stesso problema che anima il dibattito filologico intorno all'epica: il problema, cioè, della «inventio» nelle sue implicazioni storiche, geografiche ma anche soprattutto nella definizione del genere come frutto di «creazione collettiva» o «creazione personale ».
Questione questa importante, ma tanto più vasta, se si pensa che non esiste altro genere letterario che ritorni con uguale vivacità presso le più diverse tradizioni culturali e che riaffiori, variamente interpretato secondo i luoghi, presso tutte le genti.
Le correnti criticofilologiche hanno dato a questo proposito le più diverse risposte.
A noi, in questo ambito, conviene più modestamente limitare il campo e definire, in una esposizione necessariamente sintetica, gli elementi più significativi della tradizione favolistica in quelle sfere culturali che più hanno influito sul mondo greco: occorre quindi, per illuminare i presupposti che portano alla favola di Esopo, che rappresenta la matrice di tutta la vasta e complessa favolistica occidentale, rivolgere l'attenzione all'Oriente e, più precisamente, al patrimonio favolistico dell'antico Egitto e della tradizione semitica ed aria.
La favola nel mondo semitico ed ario
L'Egitto faraonico conobbe una vivace fioritura di favole: i papiri ce ne hanno tramandato esempi, uno dei quali, l'apologo dello Stomaco e delle Membra, particolarmente celebre in quanto ritornerà, rielaborato, anche nella Roma repubblicana.
Del resto, le favole che compaiono nel mondo greco e nel mondo romano e che hanno come protagonisti coccodrilli, gatti e scarabei, difficilmente si possono separare dalla tradizione egizia dove, come è noto, i predetti animali rientrano nell'ambito sacrale.
Anche nella Bibbia compaiono esempi moraleggianti che ricordano la favola: nel libro dei Giudici è ricordata la vicenda degli Alberi che eleggono loro sovrano il Rovo; e questo, avido di potere, si serve del Fuoco per distruggere gli Alberi, presunti insidiatori del suo potere.
L'allusione è evidente: il Rovo è assunto a simbolo dell'infido strapotere dello Stato assolutista e la favola rientra nella feconda tradizione dell'apologo politico.
Nella tradizione letteraria assiro-babilonese sono pure documentati interessanti esempi di favole: vi ritornano in particolare i contrasti, brevi quadri a fine didattico-moralistico, in cui agiscono animali e piante.
L'esempio più noto risale al sec. VII a.C. e descrive un vivace battibecco fra la Palma e il Tamerisco in cui ciascuna delle due piante fa vanto delle sue precipue qualità.
È tuttavia il mondo ari o indoeuropeo quello che offre la più ampia testimonianza del genere favolistico: la letteratura sanscrita ne è ricchissima: nel Mahabharata ricorrono frequenti i richiami alla favola; ma il genere letterario trova le sue più significative testimonianze nelle sillogi favolistiche, quali, per citare le più celebri, le Jataka buddhiste e il Pancatantra.
Si tratta, in entrambi i casi, di raccolte che rappresentano il punto d'arrivo della complessa storia della favolistica indiana: le redazioni giunteci delle due opere risalgono al IV -V sec. della nostra era, ma il materiale che vi compare risale ad una età certo molto remota.
Nelle Jataka -buddhiste sono riferite, in una elegante prosa intercalata da versi, numerose storie morali intorno alle molteplici vite che il Buddha ebbe a trascorrere, in forma varia d'animale e d'uomo, prima di nascere definitiva mente nelle spoglie dell'Illuminato.
Il Pancatantra, invece, è un composito caleidoscopio ove compaiono quali personaggi gli animali (sciacalli,topi, cornacchie, colombe, tartarughe, gazzelle, scimmie etc.) eletti a simbolo dei diversi atteggiamenti dell'uomo.
Animali vili o coraggiosi, sciocchi o saggi, fon- te di consigli in merito al vivere quotidiano.
A collegare le varie favole sono inserite nel corso della narrazione numerose strofe sentenziose, dalle quali appare volgarizzato il pensiero della speculazione filosofica ..indiana.
La favola nel mondo greco
Il mondo greco, nel mosaico delle sue componenti etniche indoeuropee, ha recepito ed ha poi autonomamente arricchito il composito bagaglio della favola detta indifferentemente ora ainos ora nuvos, ora ioyos
Prima che Esopo ne canonizzasse il genere, non mancano, nella tradizione letteraria greca, alcune testimonianze che ci illustrano la vitalità del genere favolistico.
Già in Omero se ne trovano echi, in due passi, paralleli della Odissea dove Menelao, predicendo la futura strage dei proci li paragona (e la dizione omerica va al di là della usuale similitudine) alla Cerva che, imprudente, si reca a porre i suoi Cerbiatti appena nati nella selva ove di mora il Leone e ne decreta così la morte.
E poi, come non far risalire al gusto favolistico l'originale Batracomiomachia, la battaglia tra Topi e Rane, che la tradizione attribuisce ad Omero?
Ma è in Esiodo che la favola appare inserita, per la prima volta, come prezioso commento nel corso della narrazione morale. Esiodo appunto che Quintiliano definirà primus auctor fabellarum si serve nelle Opere e Giorni per condannare la protervia dello Sparviero, incurante dei gemiti dell'Usignolo trattenuto tra i suoi artigli.
Infine il poeta commenta pessimisticamente la triste condizione del debole cui .non giova ribellarsi al potente: stolto colui che ha voglia di mettersi contro i più forti.
Anche i poeti lirici non si dimostrano alieni dallo sfruttare i motivi della tradizione favolistica. Archiloco, ad esempio, compose un vivace apologo ove Licambe, il mancato odiato suocero,
è rivestito delle penne dell'Aquila rapace, mentre il poeta stesso vi compare sotto le spoglie dell'astuta Volpe.
Ed ancora Archiloco, nell'epodo IV, userà la favola del Leone vecchio e della Volpe per ironizzare pesantemente sugli strumenti usati da Neobule, brutta e ormai vecchia, per adescare i restii amanti.
Si sa che poeti lirici quali Teognide, Simonide e Stesicoro, la poesia dei quali è intenzionalmente rivolta alla gnome, hanno frequentemente sfruttato l'espediente della favola.
Struttura e carattere del Corpus delle favole esopiche
Il Corpus» delle favole di Esopo è composto di circa 500 favole.
Si tratta comunque di rielaborazioni tardive del materiale originario, compiute inetà ellenistica e bizantina.
Infatti la lingua delle redazioni giunteci è solamente la koinè su base attica e non rimane traccia alcuna dell'antica prosa ionica nella quale le favole erano state originariamente composte.
La prima di queste rielaborazioni delle favole di Esopo pare sia da attribuire (secondo quanto è riferito in Diogene Laerzio, V, 80-1) a Demetrio Falereo, famoso oratore e filologo dai molteplici interessi, vissuto nel IV sec. a.C È impossibile, ovviamente, sceverare tra il materiale accumulato nel corso dei secoli quanto sia originale da quanto sia invece frutto di tardiva elaborazione.
Certo è che la favola esopica presenta un carattere omogeneo nella struttura: si tratta di un breve racconto in cui i personaggi sono quasi sempre animali.
Di questi alcuni compaiono a simboleggiare nobili sentimenti (quali il Leone, l'Aquila, il Cavallo), altri invece sono lo specchio di più umile sentire (quali la Rana, il Topo, la Formica), altri incarnano la scaltra saggezza popolare (la Volpe, la Scimmia).
Probabilmente in età ellenistica, per influsso del mimo, della commedia e dell'epigramma, l'impianto narrativo della favola si allarga e vengono inseriti anche gli uomini: personaggi sempre legati alla vita quotidiana, il vasaio, il pescatore, il contadino, il taglialegna, il cuoco, il marinaio, lo schiavo, protagonisti di piccoli quadri, semplici nella struttura ma spesso vivaci ed attenti censori delle vicende della vita.
Più rare le favole che hanno come protagonisti gli dèi, rarissime I :quelle in cui figurano alberi o elementi diversi (per lo più attrezzi da lavoro).
Le favole esopiche entrarono ben presto nel normale uso della scuola (è noto infatti che, accanto ad Omero, Esopo rappresentava la lettura consueta per chi affrontasse i rudimenti delle lettere) e al corpo della narrazione si aggiunse il (fabula docet): un breve commento atto a rendere la favola più aderente all'ammaestramento morale che si proponeva come fine.
Si tratta sempre di un ammaestramento spicciolo, lontano dalla profonda ricerca di un'ideale perfezione interiore.
Vi si insegna un insieme di virtù, quali la ,. fedeltà della amicizia, la riconoscenza per i benefici, l'amore per il lavoro, l'accettazione del destino, la franchezza e la verità, la moderazione: insomma quel complesso di norme utili al vivere comune, lontane però da una seria intenzione critica e, piuttosto, tipiche di una società che fa della didattica uno strumento di conservazione sociale.
Lo stile della favola esopica è semplice, immediato, ma non alieno talvolta da preziosismi linguistici o da echi letterari: in particolare ciò si nota in quelle favole più concettose, dove più scoperta è la rielaborazione scolastica e dove la freschezza dell'ispirazione risulta appesantita dal filosofeggiare spicciolo che viene proposto al lettore.
La fortuna di Esopo nel mondo greco-romano
Si è già detto della fortuna di Esopo così come appare documentata tra i secoli V e IV a.C. Si aggiunga che anche Senofonte ricorda nei Memorabili una favola di Esopo, quella del Cane e della Capra, e che lo storico Teopompo inserisce nelle sue Storie Filippiche l'apologo della Guerra e della Violenza.
Durante l'Ellenismo la raccolta delle favole esopiche fu assai popolare: in un'epoca di relativismo filosofico e di dinamica concezione morale la favola di Esopo si inserisce bene quale utile complemento della diatriba.
Anche Callimaco, il raffinato teorizzatore della poetica alessandrina, non disdegnò gli esempi esopici, anzi si cimentò a ridurre alcune favole di Esopo in trimetri metri giambici scazonti.
Il più importante documento della rielaborazione callimachea è il giambo II, giunto, integro in 17 vv., ove è ricordata la favola dell'ambasceria del Cigno a Zeus per ottenere la liberazione dalla vecchiaia.
Parallelamente, in ambiente latino, non mancano antiche testimonianze relative alla diffusione della: favola: d'obbligo è la menzione dell'apologo di Menenio Agrippa, di derivazione egizia, che è ricordato anche da Tito Livio .
Ma sono soprattutto la Satira e la Commedia a sfrut tare i motivi della favola, proprio per il costante ricorso alla allegoria e alla bonaria censura dei vizi umani.
Così Ennio riprese la favola esopica dell'Allodola c e dei suoi figli nel campo di grano (ne resta il dotto rifacimento di Aulo Gellio, Noctes Atticae ).
Anche Plauto ricorre spesso allo spunto favolistico: nella Aulularia è rielaborata la favola del Bue e dell' Asino; nello Pseudolus è ricordata la favola del Lupo a custodia delle Pecore; nel Trinummus , è ripresa la favola dei Lupi e dei Cani che dormono insieme.
Come già Ennio, anche Lucilio si serve della favola (Satira) come complemento alla satira.
Ma è Orazio che rappresenta, in questo ambito, l'esempio più autorevole.
I riferimenti oraziani sono sempre legati ad Esopo: come nella ove compare rielaborata la vicenda della sciocca Rana che si gonfia fino a scoppiare; nella con la felice narrazione dell'incontro tra il raffinato Topo di città e quello di campagna, invero un poco rozzo ma di buon senso e tutto lodi per la padella sua povera ma tranquilla dimora.
Da ultimo si ricordi la rapida ripresa della favola della Montagna che partorisce il Topo, così come compare nell'Ars Poetica .
Anche Catullo, poeta per molti aspetti originale e spregiudicato, non sfgge al richiamo del bagaglio favolistico-diatribico: a suggello del carme XXII è inserito, in modo raffinato, il tema delle due bisacce cariche di vizi imposte all'uomo per volere di Giove.
In età augustea, oltre al già menzionato Orazio, si sa che Domizio Marso, ammiratore di Tibullo e di Virgilio, compose un libro di Fabellae, del quale per altro, non ci è giunto nulla.
