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Racconti sul Papà

Racconto di Renato Fucini - Dolci ricordi


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papàbimbo
Racconto di Renato Fucini
Dolci ricordi 

Mio padre, medico in un comunello di montagna, guadagnava, quando io ero ragazzetto, cinque paoli al giorno, che oggi sarebbero due lire e ottanta centesimi. Coi miseri incerti di qualche consulto, di qualche operazioncella e di qualche visita fuori della condotta, si può calcolare che il suo guadagno arrivasse circa a quattro lire," piuttosto meno che più. Con queste doveva mantenere decorosamente la sua famiglia, un cavallo, un servitore, e me all'Università ...
Una sera dopo le vacanze del Natale, avevo allora diciassette anni, torno a Pisa con la mia mesata d'ottanta lire nel portafogli. Il rivedere gli amici mi mette allegria, vado a cena con una brigata di quei bontemponi, bevo, mi elettrizzo," giro cantando per le vie della città fino ad ora tarda, e da ultimo casco in una casa di giuoco dove in un paio d'ore lascio tutta la mesata, più trenta lire di debito con un amico che me le prestò.
Una piccolezza, se vogliamo, ma una piccolezza che per le condizioni della mia famiglia era grave, forse troppo grave.
Arrivato alla mia cameruccia, mi buttai sul letto, ma non potei dormire. Sbuffai, mi svoltolai continuamente senza trovar riposo.
Ebbi qualche breve dormiveglia, ma fu peggio. Brillanti, assassini, miniere d'oro, coltellate, mostri paurosi, corse a perdita di fiato per deserti a perdita d'occhio, urli, fischi, imprecazioni... sognai un po' di tutto; e finalmente un gran scossone e tanto d'occhi spalancati, grondante di sudore.

Che si fa? - pensavo. - Chiedo a qualche amico? Scrivo a qualche parente? a mia madre, a mio ...? Ah! ... qui bisogna uscirne presto. Un atto di contrizione, un po' di dramma, quattro urlacci, due tonfi, magari ... e perché no? magari una fitta di scapaccioni e tutto è finito e non ci si pensa più! - Salto giti dal letto, mi faccio prestare pochi soldi dal primo amico mattiniero che incontro, mi rincantuccio in un vagone di terza classe, e via a casa.
Il viaggio mi fece bene. Parlai continuamente di politica, di guerra e di donne con un associatore di libri che andava a Signa,ed ebbi dei momenti nei quali, sognando sul serio gloria, armi ed amori, in faccia al mio associatore che mi guardava, stava zitto e fumava la pipa, dimenticate le mie miserie, mi sentii quasi orgoglioso d'aver anch'io la mia bravata da raccontare.
Ma quando vidi spuntare fra i boschi la torre del mio paesello, eppoi il tetto della mia casa, e il fumo che esciva dalla torretta del suo camino, la baldanza mi cadde e sentii le gambe che mi tremavano.
Quand'arrivai a casa, mio padre non c'era. Mia madre si spaventò perché, vedendomi pallido, mi credette malato.
Non ho nulla, sto bene ... proprio sto bene.
Il suo viso si rasserenò subito e, fatta forte da questa buona Non ho nulla, sto bene ... proprio sto bene.
Il suo viso si rasserenò subito e, fatta forte da questa buona certezza, ascoltò abbastanza tranquilla, mentre preparava il desinare, il racconto che le feci dal canto del fuoco, dove m'ero rannicchiato, scaldandomi alla fiamma che schioccava allegra
sotto un paiolo di rape. Quando ebbi terminato:
Figliuolo! ... io ti domando come si deve fare a dirlo a quell'omo! - esclamò, guardandomi sgomenta. Poi, dopo una lunga pausa penosa:
È impossibile! Come vuoi che faccia a renderti ora una mesata, se ce n'ha appena tanti per andare avanti noi?! ... Trovarli! E dopo? ... Non c'è carità, in questo momento, non c'è carità Gli sta peggio quel malato, e pare che vada a morire."
lo stavo zitto a guardarla, lei si chetò.
Il tepore del mio nido, la stanchezza e il mugolio del vento su ,per la gola del camino mi conciliarono il sonno, e senza accorgermene, mi addormentai col capo appoggiato sulla spalliera della seggiola.
Quando mi destai, vidi mio padre seduto dall'altra parte del focolare che si asciugava alla fiamma i calzoni fradici di pioggia.
Pareva stanco ed era pallido. Tossiva malamente ed aveva schizzi di fango fino sulla faccia.
Sentendomi muovere, alzò la testa.
Buon giorno, babbo.
Buon giorno, - mi rispose. E non mi disse altro.
Dopo qualche momento si alzò, disse a mia madre d'affrettare il desinare perché aveva bisogno d'escir subito, e andò in camera sua.
Glie l'hai detto? domandai trepidante a mia madre.
Essa mi accennò di si.
Che ha detto?
Ha domandato come stavi, e s'è messo a leggere.
Il desinare fu nero. I miei vecchi barattarono fra loro poche parole d'affarucci di famiglia, ed io, sempre aspettando una tempesta che mi avrebbe fatto tanto bene al core, ebbi a rimanere gelidamente trafitto dalle poche parole che nel tono usuale e quasi con amorevolezza mi rivolse mio padre.
Beppe l'hai veduto? - (era un suo vecchio compagno di studi che io avevo sempre l'incarico di salutare quando andavo a Pisa).
- No ...
Domattina partirai col primo treno Ti chiamerò presto, perché dovrai andare alla stazione a piedi Del cavallo ne ho bisogno io.
- Si.
Finito il desinare, andò via. Tornò a sera inoltrata, prese un boccone e andò' a letto, dopo avermi fatto con gli occhi stanchi una burbera carezza.
La mattina dopo, mi svegliò alle cinque. Era buio, freddo e nevicava forte. Quando escii di camera, mia madre, già alzata, mi aspettava per dirmi addio.
- Li ha lasciati a te i quattrini? - le domandai sotto voce.
- È là fòri che ti aspetta.
Corsi sulla porta, e alla luce della lanterna con la quale il servitore ci faceva lume, vidi, li davanti, mio padre già a cavallo, immobile, rinvoItato nel suo largo mantello carico di neve.
Tieni, - mi disse, parlando rado' e affondando mi ad ogni parola un solco nell'anima. - Prendi ... Ora è roba tua ... Ma prima di spenderli ... Guardami! - e mi fulminò con una occhiata fiera e malinconica. - Prima di spenderli, ricòrdati come tuo padre li guadagna.
Una spronata, uno sfaglio e si allontanò a capo basso nel buio, tra la neve e il vento che turbinava.

Dolci ricordi. - È la storia di una scappata un po' grossa: la perdita al gioco di una intera mesata. Quello che si imprime potentemente nella nostra fantasia è la figura del padre, il quale accoglie la notizia con austero dolore e il mattino seguente, chiuso nel suo largo mantello carico di neve, consegnando al figlio una nuova rnesata, gli rivolge, fiero a un tempo e malinconico,
le uniche parole di rimprovero: « Prima di spenderli, ricordati come tuo padre li guadagna ».

19marzofestapapà
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