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Racconto per la scuola
di Giovanni Papini

La mia scuola

Quattrocent'anni precisi dopo l'arrivo di Cristoforo a Guanahami andavo a una scuola che prendeva nome dal nostro Dante. Sembrava, difatti, una filiale rimpicciolita e rincivilita dell'inferno, quale può immaginario l'estenuata perversità di un ufficio comunale. Un casone altissimo color d'uggia, in una strada ch'era un viuzzo commerciale e buio; scale a tromba che non finivan mai e non
si sa dove si perdessero e un tanfo inquieto, a momenti solenne di programmi e di latrine; e un sistema labirintico di anditi, di passaggi, terrazzi e corsie come si vedono nelle carceri antiquate e nei sogni di febbre; e in codesto labirinto, che il sole abbandonava ad una mezza tenebra, file di porte color fegato, sempre chiuse, e numerate sulla cimasa come letti d'ospizio.
Apren
do una qualunque di queste porte, s'era in un rettangolo mal rischiarato, dove tante file di banchi neri facevan fronte a una cattedra nera, a una lavagna nera, e una poltrona nera.
In una di codeste classi abitavo io, creatura incolpevole, per parecchie ore del giorno.

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