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Racconto di Nino Salvaneschi 
Elogio dell'inverno 

Narra una dolce canzone popolare del nord, come un vecchio bianco viatore, che aveva conosciuto tutte le vie sotto il sole e le bufere, tutti i sentieri tra i sassi e i rovi.. tutte le strade di sacrifici e di fatiche, avendo dolorato molto in sua vita, e attendendo con rassegnazione il termine del gran viaggio attraverso le ore, i giorni
e i mesi e gli anni, non sapesse in quale stagione trovare tutta la melanconia sottile e morbida, consigliera buona dell'ultimo camino.
Non la primavera, ché il vecchio cuore si riempiva di tenerezza tra i primi brividi di penne e il trillar giocondo di passere in amore e di cinciallegre cinguettiere pei rami verdi. Non l'autunno, ché nell'anima sentiva colle foglie gialle e la terra grassa tutta un'agonia disperata di fronde d'oro.
Non l'estate divampante. pei cieli di cristallo come se una fiaccola accesa ardesse le aurore e i tramonti.
Ma l'inverno. L'inverno solo, silenzioso e calmo, morbido e fresco gli dava all'anima tutta una melanconia senza scoramenti e senza abbandoni.
Una melanconia come quella che coglie un convalescente esile e biondo.
E scelse l'inverno, il vecchio bianco viatore, per morire senza sofferenze, come ravvolto in un gran nido di bambagia, abbandonando l'anima affranta a poco a poco, insensibilmente, come si sperdon i segni di chi passa sulla neve...

Ché l'inverno, senza la ricchezza dei colori primaverili, senza la fiamma biondastra delle messi mature, senza l'oro caldo degli autunni moribondi, ha una poesia e un suo speciale, il fascino bianco.
E' un brivido ardente di scintille cristalline, un torrente di piccol e stelle assiderate, una filagrana di gemme che copre la terra, lega gli alberi nudi ai rami nodosi, che inghirlanda le case come novella vitalba  incanutita.
E su tutto e su tutti, pei cieli purissimi e per la terra nuda è una sinfonia  meravigl!osa senza voci, senza suoni, senza colori. La sinfonia bianca.
E ritorna a noi, ad ogni giro di anni, primo fra tutti, l'inverno; e ha ancora il viso incorniciato di ghiacciuoli e cammina ancora senza peso, e d'intorno è ancora un turbolento di fiocchi morbidi, un aliar stanco di farfalle bianche... Ancora come quando s'era bambini...
E si credeva l'inverno, un orco, o una fata, un mago o una strega che venissero da sentieri lontani senza fonti e senza e portassero slitte colme di dolci e di giocattoli e di tante tante piccole cose, che scendevan certo dal cielo, come la neve, come gli
esili fiocchi bianchi che morivan nella piccola mano che li raccoglieva, come si prendon le farfalle, a primavera.
L'inverno ritorna ad ogni giro di anno e ha la sua ghirlanda di ghiacciuoli e di neve, la sua corona di stellette e di leggende, le sue poesie e le sue canzoni, il suo fascino e la sua bellezza...

Con fine sensibilità è stata offerta dall' Autore questa delicata canzone nordica. Ogni stagione dell'anno è colta nella sua caratteristica più gentile e particolarmente bella è la descrizione dell'inverno.
Immagini e similitudini si susseguono e si incatenano per presentare la fredda stagione, nel fascino della sinfonia bianca. Una malìa strana avvolge a poco a poco
l'animo di chi legge e lo trasporta in un mondo soffuso di poesia...