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Racconto Estate
di A. Zei 

Vacanze al mare


Il posto dove andavamo di solito in vacanza era di fronte alla nostra città, dall'altra parte della baia.
Da lì, di notte, si intravvedevano le luci della città e, quando il mare era calmo, si potevano udire le voci da molto lontano. Si chiamava Lamagari, ma non era, un villaggio vero e proprio. Ci stavano solo le persone che lavoravano, negli edifici rettangolari, chiamati « depositi», dove si conservavano le botti di vino.
Qui passavano l'estate tutti coloro che possedevano i depositi. Salvo noi, che non possedevamo neanche una botte da mettere in mare per navigare come su una barca vera. Partivamo per Lamagari con la zia Despina e il nonno. Papà e mamma venivano solo per il fine settimana.
Per fortuna! Infatti, papà, che non era nato su un'isola, aveva talmente paura del mare che non ci lasciava fare un passo da sole. Ci credeva così oche da scivolare dalla diga, cadere in mare con la testa in giù e annegare.
Quanto alla zia Despina, le bastava che non riempissimo la casa di sabbia, che ci lavassimo i piedi prima di andare a letto; e per quel che riguardava il mare diceva: -Vi fa bene conciarvi la pelle nell'acqua salata.
La sera prima di partire, il papà ci chiamava per ripeterci i suoi « dieci comandamenti », come li chiamavamo Myrto e io. Tutti gli anni la stessa storia, la sapevamo a memoria.
.Ecco i dieci « comandamenti» di nostro padre:
-Non fare il bagno dove non si tocca.
-Non camminare a piedi nudi.
-Non restare in acqua troppo a lungo.
-Non arrampicarsi sugli alberi.
-Non mangiare frutta acerba.
-Non mangiare la frutta senza lavarla.
-Non andare in barca senza un grande.
-Non' arrampicarsi sulle rocce.
-Non allontanarsi dalla zia Despina.
-Non litigare.
Lo ascoltavamo e dicevamo: - Sì, papà.
Ma non appena arrivati a Lamagari, dimenticavamo tutto. Come ubbidire a tutti quei « non» che voleva papà? Allora, perché andare al mare? E se fossimo
andati in montagna?


da La tigre in vetrina,

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