Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva
 

La leggenda di San Gennaro

Prolifica narratrice di luoghi, storie e personaggi napoletani, Matilde Serao, fondatrice con il marito Edoardo Scarjoglio de «Il Mattino», dedica al santo che regge le sorti della città un intero libro: San Gennaro nella leggenda e nella vita (1909).
La leggenda, dunque, di San Gennaro, come è passata di bocca in bocca, di persona in persona, da diciassette secoli a questa parte, narra questo: nacque, il Santo che tanta grande orma doveva lasciare di sé, nella storia dei martiri di Cristo e degli eroi di Cristo, in un florido giorno di aprile, di sabato, nel 272 dopo la Salutifera Incarnazione di Gesù; egli veniva da parenti di razza
illustre. Suo padre si chiamava Stefano e apparteneva alla famiglia romana dei ]anuarius, un ramo della quale aveva
lasciato Roma e si era stabilito nella Campania. Sua madre si chiamava Teonoria Amato, di famiglia e di casato napoletano, il nostro santo Publius Faustus ]anuarius era il loro figliuolo unico. Come quando in Ain Karen, nelle montagne di Giudea, presso Gerusalemme, s'incon- trarono Elisabetta, madre di Giovanni, che doveva essere il Precursore e il Battista, e Maria di Nazareth e nelventre di Elisabetta, Giovanni trasalì, così Teonoria Amato, mentre era incinta del suo figliuolino, lo sentiva trasalire ogni volta che ella si recava in chiesa e che si abbandonava alle orazioni. La sua nascita ebbe qualche cosa di assai strano e assai commovente: egli venne al mondo, dice la pia leggenda popolare, con le mani congiunte in atto di preghiera e con le ginocchia piegate, quasi che egli presagisse nella sua piccola anima tenerella, il martirio, e ne ringraziasse il Signore. Appena nato, egli apparve intelligente e conscio: come se già tutto egli sapesse, rifiutò costantemente il seno materno, il giorno di venerdì, in
cui si commemora la Passione: a nove mesi, agitando le sue piccole manine rosee, fece comprendere che egli voleva distribuire le elemosine ai poveri, che il suo pietoso e fervido genitore Stefano distribuiva loro. Egli ebbe, San Gennaro, una infanzia mirabile! Cercava, a soli cinque anni, la solitudine per raccogliersi, per orare, innanzi a una immagine di Maria Santissima, a cui si rivolgeva,
sempre commosso di adorazione; cercava, in casa, dena
ro, vesti, pane, per tutto portare ai poveri, in un ardore di carità che strappava le lacrime; e, a un certo giorno felice della sua vita, egli ebbe innanzi a sè un fanciullo lacero, scalzo, che gli cercava l'elemosina e che egli soccorse ampiamente, che abbracciò come un fratello. Quando, a un tratto, Gesù apparve nei tratti del fanciullo misero che Gennaro aveva soccorso, realizzando la grande parola di Cristo: «Chi accoglie un povero, accoglie me». E al figliuol di Stefano che tremava, con le lacrime negli occhi, innanzi a Gesù, Gesù disse, dolcemente: «Fausto, io ti renderò la pari». Da allora, la pietà religiosa di Gennaro si esaltò. Aveva solo sei anni e mezzo e nel furore delle persecuzioni con-
tro i cristiani, egli cercava di visitare i prigionieri cristiani, portava loro del cibo, medicava e baciava le loro ferite, seppelliva i loro corpi, pienamente, quando le loro anime purissime risalivano al Cielo. Ed era, anche, un piccolo apostolo, Gennaro: giacché andava cercando, da per tutto, i suoi coetanei, bimbi più piccoli e ragazzi più grandi, e li persuadeva a seguirlo nelle chiese e nelle
catacombe, e quando era giunto colà, questo bambino ammirabile, acquistava la eloquenza di un uomo, narrando le glorie di Gesù, esaltando le virtù dei primi cristiani che tutto avevano sofferto e soffrivano, per la loro fede, che andavano al martirio cantando: e i suoi piccoli amici, intorno a lui, palpitavano di emozione e lacrimavano, ascoltandolo. Un giorno, egli si trovava nelle
catacombe e discorreva, così, con San Marciano, quando egli fu tra-sportato da una visione celeste. Come palpabile, gli apparve, a Gennaro, la sua anima simile a un giardino di primavera, tutto florido di freschissimi fiori, tutto rorido
di rugiada, baciato dal sole: e le rose, i gigli, le violette vi esalavano profumi soavissimi. In questo paradisium, il Re del Cielo passeggiava, ragionando di gloria: l'angelo custode di quel giardino, andava cogliendo un grande fascio di fiori e lo offriva al Signore, il quale accettava i fiori e diceva: «Questo, veramente, tu mi donerai un giorno, o bene amato. Quando ciò avrai fatto, il tuo corpo riposerà, per sempre, in questo cimitero». La visione sparì dagli occhi estatici di Gennaro: ma, per qualche tempo, il suo senso gli fu oscuro. A un tratto, una voce parlò in lui e tutto gli fu noto: egli doveva offrire a Dio i gigli della castità, le violette dell' episcopato e le rose rosse del martirio.
Così, il suo ascetismo toccò le cime della esaltazione; egli dormì per terra; passò delle notti in orazioni e dei giorni di digiuno; il suo capo, nel poco sonno, si appoggiava a un macigno. Tutto ciò turbò profondamente la sua salute; la sua testa era trafitta da dolori acutissimi e una notte che egli atrocemente soffriva, raccomandandosi alla Madonna, costei posò la sua mano sulla testa ed egli
guarì subito. Appena potette esser ammesso, egli entrò a far parte degli ordini religiosi di allora, molto primordiali; e subito ascese di carica in carica. Intanto, quindicenne ancora, egli mutò in un ospedale d'infermi il suo palazzo magnatizio che sorgeva nella vecchia Napoli, dirimpetto al tempio pagano di Castore e Polluce, in quella via che si chiama, ora, dell' Anticaglia. Egli andava in cerca di malati poveri; se li caricava sulle spalle e li portava all' ospedale, egli dirigeva le sale degli uomini infermi; sua madre,
Teonoria, dirigeva le sale delle inferme. Ben presto, tutto lo spirito divino animò Fausto Gennaro: un potere singolare si manifestò, nell' esorcizzare i demoni, nel risuscitare 
i morti: bastò una preghiera detta con intensità di fede, da lui, sovra un fanciullo che giaceva esanime, precipitato da un terrazzo, per farlo tornare a vita. L'affidato divino gli dettò libri ardenti, contro gli eretici: De Poenitentia e De incarnatione Dei, contro Paolo da Samosate. Migliaia di pagani, di non credenti, si convertirono, per lui: e, infi-ne, quando il suo buon padre fu morto, rimasto Fausto Gennaro padrone di una ricca sostanza, egli provvide onorevolmente alla vita di Teonoria, sua madre e di Agata sua sorella, e il resto donò tutto alla Chiesa. Così, nel 302, avendo egli solamente trent'anni, ma essendo preclare le sue virtù di apostolo, di sacerdote, portando già quasi sulla sua testa l'aureola della santità, Benevento domandò che egli diventasse suo vescovo. Due volte, per umiltà cristiana, egli rifiutò, due volte fu ripetuta l'offerta; ma gli fu detto che un buon cristiano non potea rifiutar di diventare pastore di un gregge. E, chinando il capo, alla obbedienza, egli se ne andò a Roma, a chieder permesso a papa Marcello. Il viaggio fu lungo e disagevole, da Napoli a Roma e da Roma a Benevento: cominciato in autunno, non fu compito che in dicembre, e il novello Vescovo entrò in Benevento nelle feste di Natale. Sua madre, tenerissima e suo cugino Sossio, diacono della chiesa di Miseno, gli vennero incontro.
Tremendo periodo, era quello, per i cristiani! Diocleziano aveva inaugurato una feroce persecuzione contro i cristiani: i suoi successori la resero anche più atroce. I luogotenenti dell'Impero Romano seviziavano e straziavano, nelle provincie, tutti i miseri seguaci di Cristo: e, Dracone Labiano, rappresentante dell'imperatore in Campania, si vantava, ridendo crudelmente, di
averne riempito degli intieri cimiteri. E a ogni passo che dava Gennaro, vescovo di Benevento, per visitare le chiese della sua diocesi, per raffermare gli animi vacillanti, per rianimare tutti i deboli, tutti i timidi, a ogni passo, i più fieri pericoli lo minacciavano. Egli sentiva il soffio del martirio, intorno alla sua testa: ma vi camminava, fermo e sereno. Visitò in quel tempo, Cosmo, vescovo di Napoli: e, subito dopo, si recò a Miseno, presso Sossio, che era uno dei più nobili e più efficaci apostoli della religione cristiana, la cui parola di fiamma vinceva tutte le anime. Fraternamente, Gennaro volle officiare all'altare, con 
Sossio: e vide balenare, intorno alla testa china nell' orazione, di Sossio, un' aureola luminosa. E il pastore cristiano di Benevento, prendendo come lieto e alto augurio di martirio quella luce, baciò sulla fronte il diacono, che doveva soffrire e morire per Gesù Cristo.
Fu subito. Sossio fu additato al proconsole romano, come un apostolo cristiano fatto audace da tutte le sue virtù: il diacono fu arrestato e tradotto innanzi a Dracone: e in grande fermezza e in grande entusiasmo, Sossio proclamò la sua fede, maledisse gli dèi pagani, li dannò alla morte. Sossio fu gittato in prigione: invano insorsero contro la persecuzione di Sossio, il diacono di
Pozzuoli Procolo, i cittadini cristiani Eutichete e Acuzio: essi furono arrestati e gittati in carcere: essi furono torturati, per sconfessare Gesù Cristo: invano! Gennaro accorse a visitarli, a consolarli: ne tentò la liberazione, poiché a Dracone Labiano era succeduto in Campania, Timoteo proconsole. Invano! Costui volle conoscere le colpe di coloro che giacevano imprigionati,
specialmente dei cristiani di Pozzuoli; e fu allora che Gennaro, vescovo di Benevento, fu denunziato a Timoteo come un pericoloso e spregevole membro della setta cristiana. Gennaro fu chiamato innanzi a Timoteo: egli vi accorse, senza timore, vi restò, pieno di valore, ed esaltò il nome di Cristo, offendendo profondamente il proconsole.
Così, secondo la leggenda, comincia il martirio di San Gennaro; e comincia il suo eroismo. Timoteo ordina che si accenda una fornace e che vi si gitti dentro l'audace vescovo cristiano: dopo un poco, quelli che avevano avuto il comando feroce, tornarono a lui, sgomenti, esterrefatti, si gittarono ai piedi di Timoteo, gridando: «Signore, non ci punire! Noi niente abbiamo potuto fare,
contro costui! Egli canta con voce alta, fra le fiamme, senza esserne tocco ... ». La grande scena si vede, in nostra fantasia, col santo che salmeggiava il canto dei fanciulli di Babilonia, fra le vampe che non gli bruciavano neppure un capello, mentre, uscendo queste fiamme si appiccarono agli idolatri, abbrudandoli. Si vede la scena e si ricorda, poiché a Cimitile, presso Nola, nei
sotterranei della chiesa dove si venera il corpo di San Felice, si scorge la cava che fu la prigione di San Gennaro e, i ruderi arsi di quell'inane forno crematorio! Ma se il fuoco aveva rispettato il vescovo di Benevento, altre torture lo straziarono. Per ordini dell'implacabile Timoteo gli si scorticò la pelle, gli si tagliuzzarono le carni, lo si cosparse di un liquido bollente: egli non dette un
gemito, non emise un sospiro. Teonoria era in Napoli: un sogno le disse che martirizzavano suo figlio: ella ne morì di dolore. Festo diacono, e Desiderio lettore della chiesa di Benevento, accorsero, per protestare contro tanto feroce accanimento: furono imprigionati alla loro volta. E allora Timoteo ideò una vendetta anche più scellerata: fece attaccare il vescovo Gennaro, il diacono e il lettore al suo cocchio e dovendosi recare a Pozzuoli, volle che i tre cristiani lo trascinassero sino colà, in cambio dei
cavalli. A traverso quelle campagne si compì il viaggio terribile: scalzi, digiuni, seminudi, sanguinanti, i tre martiri cristiani corsero da Nola a Pozzuoli, attaccati come bestie alla carrozza del proconsole. E colà, a Pozzuoli, tutti furono dannati al Circo e alle belve, tanto i cristiani detenuti, da tempo, colà, come quelli che egli aveva trascinati da Nola. Gennaro, piangendo di commozione, baciò le mani, i polsi lividi, la fronte esangue di Sossio, dove aveva visto la lingua di fuoco ed esclamò: «Son venuto morire, qui, perché il pastore non si deve dividere dal suo gregge, né il gregge dal pastore». Nell' anfiteatro di Pozzuoli, le belve che dovevano sbranare i sette cristiani, a un segno di croce di San Gennaro, si calmarono e lambirono i piedi dei condannati a morte: ciò produsse una profonda impressione nel popolo e si convertirono, a quello spettacolo miracoloso, cinquemila pagani.
Furibondo, Timoteo ordinò che i sette cristiani fossero decapitati, alla Solfatara: dato l'ordine crudele, per un' ora, egli perdette la vista: e la recuperò, per le preghiere di Gennaro. Ma egli mantenne l'ordine della decapitazione. Gennaro, Sossio, Procolo, Eutichete, Acuzio, Festo e Desiderio furono trasportati alla Solfatara, per subire l'estremo supplizio: mentre vi andavano, un povero vecchio mendico, chiese a Gennaro una parte delle sue vesti, divenute ormai inutili: egli promise, affettuosamente, al vecchio, di portargli, dopo la decapitazione il fazzoletto col quale gli sarebbero stati bendati gli occhi. Giunti al termine fatale, San Gennaro prima pregò, poi posò la testa bendata sul ceppo: il carnefice dopo avergli spiccato 
la testa dal busto, la mostrò alla plebaglia pagana. Il volto del santo sorrideva. Con il capo, gli era stato anche troncato netto un dito, avendo San Gennaro alzato una
mano, nel minuto della morte, come per benedire.
E qui la leggenda, tutta irrorata di lacrime, si eleva nei cieli e diventa soffusa di miracolo. San Gennaro e i suoi compagni di martirio, furono decapitati, nel tragico paesaggio della Solfatara, il mezzogiorno del mercoledì, diciannove settembre, del 305: San Gennaro non aveva più di trentatre anni, l'età in cui morì Nostro Signore. I sette corpi giacevano ancora per terra, i cadaveri erano
ancora caldi quando, improvvisamente, sulla larga via che dalla Solfatara mena a Pozzuoli, Gennaro apparve al vecchio
mendicante e gli diede il fazzoletto tutto intriso di sangue che, prima di morire, gli aveva promesso. Camminavano, su quella via, i soldati che dovevano portare al proconsole Timoteo, la nuova della esecuzione: e passando accanto al vecchio mendico, lo schernirono. «Vecchio, il cristiano ha tenuto la sua promessa?». E piangendo, il mendicante trasse dal seno il fazzoletto insanguinato, lo mostrò loro disse, con semplicità: «Sì: egli ha tenuto la promessa». E quando i soldati giunsero sino a Timoteo, nulla potettero dirgli: sul suo magnifico letto, convulso, egli si contorceva in dolori atrocissimi e misteriosi, che niun medico
seppe conoscere e curare. Timoteo si spense, il dì seguente, di un male ignoto e invincibile.
Intanto, una scena pietosa si svolgeva nella valle della Solfatara, dal terreno scottante sotto i piedi, dalle alte colonne di fumo sorgenti dai crepacci del suolo, dall'acre odore di zolfo sparso nell' aria greve. I parenti, gli amici, i discepoli dei sette martiri decapitati, come all'indomani di una sanguinosa battaglia, si aggiravano, pallidi, tristi, lacrimanti, in quei campi, per raccogliere le spoglie fredde dei loro cari. I Puteolani cercavano i corpi amati deiloro martiri Procolo, Eutichete e Acuzio; i Misenianiquello del loro piissimo Sossio; i Beneventani quello di Festo e Desiderio, loro concittadini: mentre iNapoletani cercavano quello del loro grande eroe della fede, Gennaro. Era, pare, una notte tempestosa quella chesusseguì alla decapitazione: e quella amorosa gente portò via, sulle spalle, per lunghissime vie, quei cadaveri,per il Miracolo di San Gennaro dar loro degna sepoltura. Nella notte istessa Gennaro era comparso a Commodo, figliuolo della sua nutrice Eusebia, e gli aveva detto di cercare, oltre la sua testa spiccata dal busto, il dito troncato; e Commodo fu obbediente a quel comandamento e trovò il dito che si era levato per benedire ed era stato tagliato dalla scure.
Quando, ecco che una pia cristiana, napoletana, secondo alcuni, di Antignano, secondo altri, parente del Santo, dicono tutti, si avvicina al cadavere di San Gennaro e con l'aiuto di un fuscellino, raccoglie quanto più le riesce del sangue del martire, in due ampolline di vetro: nell'una stillando il più limpido, nell' altra quello che era ed è tuttavia' misto di polvere, di paglia, di fili di erba.
Il sangue dei martiri non fu, forse, venerato con una emozione immensa, da quanti hanno avuto fede, nel mondo? Non era forse la più antica fra le tradizioni, quella di raccoglierlo e di conservarlo? Non era, forse, una pietosa tradizione muliebre, quella di cercare, raccogliere, conservare questo sangue? Così fece Santa Sabina, martire; così Santa Prassede; così Sabina Romana; così
Massimilla e Lucrezia, amorose cristiane, nel Sannio Irpino, raccolsero il sangue di Santo Ippolito e dei suoi compagni, martirizzati ad Atripalda, in quel di Avellino.
Non era femminile, soltanto, questa tradizione: era di tutti i ferventi cristiani, che tenevano a non far perdere una stilla del sangue dei martiri; non se ne doveva disperdere una goccia sola! Nessun documento esiste, purtroppo, che dica come fu raccolto il prezioso sangue di San Gennaro: ma la leggenda lo dice, ispirata, come è, da una fede semplice e candida. E soggiunge la leggenda e, questo, lo sostengono molti scrittori, che la tenerissima raccoglitrice del sangue di San Gennaro, fosse la sua
nutrice Eusebia, la sua madre di latte, la sua grande parente; giacché due donne sole erravano, colà, nella notte burrascosa
dopo il martirio, cioè Agata, sorella del Santo ed Eusebia, sua nutrice. Seconda madre, costei, che legò alla storia del cristianesimo, alla gloria della fede e alla gloria del suo figliuolo, un ricordo imperituro!
All' alba del venti settembre, i parenti, gli amici, i discepoli di San Gennaro, trasportarono via il cadavere di San Gennaro, dall'orribile campo della Solfatara e percorsero un non breve cammino, per trovargli un luogo di sepol
tura. Egli fu sepolto, in un fondo o campo detto Marciano, di proprietà di San Marciano, già vescovo di Napoli. Questo campo Marciano, ove giacque il martire si trova nella valle del lago di Agnano, ad occidente del Monte delle Spine, sui colli Leucogei, fra Napoli e Capua.
Eran presenti: Eusebia, la sua seconda madre;
Agata, sua sorella; Commodo, suo fratello di latte; Cosma, vescovo di Napoli. li cadavere fu lavato, unto di balsami e il sepolcro fu circondato di segni, perché potesse esser riconosciuto, più tardi. Sempre, nei
momenti più crudeli delle persecuzioni religiose, i cristiani osavano fare le solenni onoranze funebri ai loro martiri: e, talvolta, questi cortei di morte si trasformavano in splendidi trionfi. Il nostro grande patrono fu sepolto nel campo Marciano, perché pare che i
Marciani fossero congiunti coi J anuarii di Pozzuoli, i quali alla lor volta, eran congiunti coi Januarii di Napoli. E fu deposto, lontano, il corpo di San Gennaro, perché la solitudine e la lontananza meglio proteggessero la tomba del purissimo martire.
(Matilde Serao 1909)