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panorama ciociaria
Racconto di Vincenzo Fiaschitello 
Liberata

A diciotto anni, Liberata per la prima volta giungeva a Roma dal suo paesino di montagna della Ciociaria,accompagnata dal padre.
Frastornata dal traffico del lungotevere, camminava accanto a lui guardando da tutte le parti. Qualcuno la urtava e proseguiva senza nemmeno scusarsi. Il padre la sollecitava a stare più attenta e a guardare dove metteva i piedi, dal momento che i marciapiedi erano imbrattati di escrementi di cani.
Dalla fermata dell'autobus al collegio delle suore orsoline dovevano percorrere circa trecento metri ed erano già in ritardo.
Suor Clara, la superiora del collegio, li aspettava nella sala di ricevimento conversando familiarmente con una signora vestita molto elegantemente e dai modi raffinati. Apparteneva a una antica e nobile famiglia romana, che in passato aveva avuto ben due cardinali, uno dei quali era stato molto vicino ad essere eletto pontefice. Era la principessa P.
Appena giunti al collegio, padre e figlia furono introdotti nella sala. Al primo approccio, Liberata fece un'ottima impressione alla principessa:
"Suor Clara mi ha già riferito che sei un'ottima cuoca e che hai interrotto gli studi per lavorare".
" Purtroppo è così, signora!"
Interloquì timidamente il padre:"Sa, in famiglia non potevamo più sostenere le spese per l'università".
"Bene,bene, vedrai che noi due ci intenderemo. Ma lei, piuttosto, chiamarla Liberata! Perché?"
"Non è colpa mia, signora! La colpa è di mia moglie, devotissima di santa Liberata e non ci fu verso di farle cambiare idea".
"Liberata! -ripeté quasi fra sé la nobildonna- E tutti la chiamano LIbera. Con il cognome che si porta appresso, certo che la ragazza è cresciuta, diciamo così, complessata: Libera Di Sotto! Ma basta, ora starà con me e non avrà più di questi problemi".
A casa della principessa, Liberata ebbe una sua cameretta. Di solito la signora non pranzava a casa. La figlia, una graziosa ragazza dodicenne, frequentava una scuola inglese per l'intero giorno. Solo a sera, Liberata era occupata a preparare qualche leggera minestrina in brodo o un semplice contorno con delicati formaggi francesi.
C'erano dei pomeriggi in cui la signora riceveva alcune amiche e Liberata aveva appreso a servire il tè con estrema eleganza e disinvoltura.
Era diventata molto amica della ragazza. Con lei Miriam si confidava, raccontava tutto quello che le succedeva; a lei faceva leggere i messaggi che gli amici e le amiche le inviavano al cellulare. Messaggi per lo più innocenti, ma qualche volta anche piccanti al punto che facevano arrossire Liberata.
Crescendo, Miriam era diventata sempre più chiusa, intrattabile. Faceva tutto il contrario di quello che le diceva la madre, la quale, stanca di dare consigli inascoltati, la lasciava fare. La madre voleva che la figlia andasse vestita con capi firmati, alla moda, e invece Miriam indossava veri e propri stracci, a suo giudizio.
Per il compleanno dei sedici anni, la signora aveva organizzato un viaggio a Lisbona, con visita al castello di Sintra.
Miriam aveva voluto con sé anche Liberata. Fu un viaggio piacevole e indimenticabile per Liberata.
Al ritorno, ripresa la consueta attività, Liberata notò che Miriam, da una settimana all'altra, era cambiata, faceva discorsi strani. Le confidava che appena raggiunta la maggiore età, sarebbe partita per l'India a fare esperienza di una nuova religione. Riteneva che il popolo italiano fosse destinato a estinguersi, visto che nessuna donna era orrmai propensa a generare figli, né disposta a formarsi una famiglia.
Un giorno, a bruciapelo, domandò a Liberata. "Ma tu, come sei messa col sesso? Ce l'hai un uomo?"
Liberata ebbe un tuffo al cuore. Per lei in paese c'era stata solo una simpatia verso un coetaneo e nulla più. Figurarsi a Roma, dove non usciva mai da sola!
"Eppure -disse la ragazza con voce canzonatoria- ti chiami Libera Di Sotto!" E rise. Poi cominciò nervosamente a cliccare sulla tastiera del cellulare:
"Ti voglio far vedere una cosa. Ecco guarda, leggi!" E le mostrò una specie di decalogo.
" Questo l'ho scritto io, in collaborazione con il ragazzo con cui ho fatto sesso la settimana scorsa". Era un codice di comportamento che metteva al bando l'amore. Niente baci, niente carezze, niente ricordi sentimentali, niente messaggi gentili, niente di niente di quel che può essere un legame di cuore. Importava soltanto il sesso e nemmeno con la stessa persona. Naturalmente tutto doveva essere tenuto segreto, anche sotto tortura.
Liberata era rimasta allibita. Non disse una parola e si ritirò nella sua cameretta.
La settimana seguente, la pricipessa avvertì Liberata che il sabato avrebbe ricevuto a cena l'ambasciatore con sua moglie e il generale con la moglie e il figlio. Bisognava, perciò, pensare al menu e preparare tutto con il massimo impegno. Tra le altre pietanze, Liberata propose l'anatra all'arancia che era la sua specialità e certi dolci ciociari che aveva preparato in altre occasioni. Ebbe l'approvazione della signora e nei giorni che seguirono la casa fu messa in ordine dalla donna di servizio, che si prestò anche come aiuto cuoca.
Il sabato Miriam, per tutto il giorno fu di cattivo umore e, giunta la sera, fece togliere il posto a tavola per lei, preferendo mangiare prima con Liberata in cucina.
"Quella tavola imbandita con piatti di ceramica, bicchieri di cristallo e posate d'argento, mi ricorda tanto la tavola senza anima, incartapecorita, che abbiamo visto in una sala del castello di Sintra. Là, non mangio proprio!"
L'estate si avvicinava. La principessa aveva ricevuto e accettato l'invito di una cara amica siciliana, la baronessa di Paganica. Erano passati già una decina di anni dall'ultima volta che la principessa era andata a far visita nella splendida villa ottocentesca della sua amica. Sorgeva in mezzo a una enorme tenuta di agrumi. Quando sbocciava la zagara, un profumo avvolgente e straordinario giungeva fino al mare.
A vigilare la proprietà c'era un campiere che girava a piedi o a cavallo con il fucile in spalla e ai piedi un paio di stivaloni di cuoio. Aveva alle sue dipendenze un buon numero di operai.
Quando la principessa e Miriam arrivarono ,il campiere, attorniato da tre grossi cani, si fece trovare nell'ampia corte della villa, salutò rispettosamente togliendosi la coppola e richiamò i cani che ubbidienti smisero di abbaiare e si accucciarono ai suoi piedi.
I giorni scivolavano via tra passeggiate, ricevimenti e giochi serali. Liberata si era resa disponibile e aiutava in cucina a preparare il pranzo o la cena, il tè, i dolci.
Tutti la ammiravano per il bel portamento, la sua sveltezza, la sua discrezione. Durante le passeggiate pomeridiane, Liberata aveva notato che Miriam più di una volta si era intrattenuta con il figlio del campiere, un giovanotto alto e di bello aspetto, sempre allegro e sorridente.
Il giorno prima della partenza, Miriam propose a Liberata di fare una passeggiata fino alla collinetta distante un paio di chilometri dalla villa, dove c'era un capanno in mezzo agli aranci. Era un capanno che veniva utilizzato dal campiere e dagli operai per riporre gli attrezzi da lavoro e per brevi riposi durante i giorni di grande calura.
A qualche centinaio di metri dal capanno, il sentiero si biforcava e Miriam disse a Liberata di separarsi. Liberata, malvolentieri, si accinse a percorrere da sola il sentiero di destra e in breve tempo raggiunse il capanno. Cominciò ad aspettare, ma Miriam non compariva. D'un tratto si sentì afferrata da dietro e due robuste braccia la trascinarono dentro il capanno. Là, nella semioscurità, fu violentata. Nessuno udì le sue grida, nessuno accorse.
La sera, saputo il fatto, la principessa e la baronessa si diedero molto da fare per confortare Liberata che piangeva a dirotto ed era fermamente intenzionata ad andare a denunciare l'accaduto al maresciallo dei carabinieri. La baronessa era preoccupata per lo scandalo che sarebbe scoppiato. Promise che avrebbe allontanato per sempre dalla sua casa il campiere e il figlio, responsabile dello stupro. Promise anche di far avere alla ragazza un buon assegno perché potesse continuare gli studi senza preoccupazione economica.
Tra lacrime e promesse, partirono.
Liberata non parlava alla sua amica Miriam, perché oscuramente sentiva che in qualche modo l'aveva tradita e consegnata alle voglie di quel violentatore.
Il destino decise di lì a poco di far emergere la verità.
Nella sala d'attesa dell'aeroporto, un fanatico terrorista cominciò a sparare all'impazzata. Quando cessarono le urla di dolore e di terrore, Liberata si trovò accanto all'amica immersa nel sangue. Disperata la chiamava, si avvicinò al volto di Miriam, che con un soffio di voce, prima di morire, riuscì a dire: "Perdonami, Liberata!"