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palla di pezza
 Racconto di Vincenzo Fiaschitello 
La guardia Bellavista

Il più delle volte, non avendo a disposizione una vera palla di gomma, i ragazzi disputavano interminabili partite con una palla di pezza. Avevano per amico un sarto, la cui bottega si affacciava sulla piazzetta dove giocavano. Quello pazientemente li accontentava confezionando qualcosa di rotondo riempita di tutti i ritagli di stoffa che scartava. Naturalmente non rimbalzava, ma se colpita al volo dava quasi le stesse emozioni di una vera palla.
Facevano la corte a un ragazzo più piccolo che aveva la fortuna di possedere una palla bellissima e colorata. Una palla di quel genere, allora, era il sogno di tutti i ragazzi. Una palla così non poteva assolutamente perdersi, fosse anche finita in mezzo ai più spinosi rovi o sul più alto tetto delle case intorno, l'avrebbero ripresa ad ogni costo. Figuratevi se non l'avrebbero difesa contro chiunque avesse voluto portarla via!
Bellavista, proprio lui, il guardiano della vicina villa comunale, era uno di questi. Anzi era il più pericoloso, l'unico da temere veramente perché nonostante l'età era molto agile e poi perché impressionava la sua autorità confermata dalla divisa che indossava.
Al suo apparire, per lo più improvviso, il primo che se ne accorgeva gridava disperatamente: "Bellavista, Bellavista!"
Bellavista applicava con il massimo rigore il regolamento che vietava il gioco della palla in quella piccola piazza. Siccome non c'era altro luogo dove giocare, tra i ragazzi e lui c'era da tempo una vera e propria guerra.
Si diceva che quando riusciva a sequestrare la palla ai ragazzi, la restituiva tagliata in maniera irreparabile con il suo coltellaccio. Questo pensiero li terrorizzava, per cui appena messa al sicuro la palla, si prendevano gioco di lui per liberarsi dall'ansia. Negli ultimi tempi, anzi, qualcuno più grande, da lontano, aveva preso l'abitudine di lanciargli una frase oscena: "Bellavista, la palla ti manca, ma a noi non la freghi!"
Bellavista, magro e nervoso, inseguiva senza successo ora questo ora quest'altro.
In paese tutti riconoscevano che Bellavista non solo fosse eccessivamente autoritario, ma anche un tipo bilioso e invidioso.
Litigava molto spesso con il suo vicino di casa per futili motivi e se quello, poniamo, riusciva ad avere l'aiuola fiorita prima della sua o l'albero di limone era più carico del suo, non finiva mai di borbottare e di mandargli maledizioni.
Di lui si raccontava questa storia, che spiegava l'origine della frase oscena.
Una sera, rovistando tra la roba vecchia, Bellavista trovò una lampada ad olio del tipo che la leggenda attribuisce a Aladino.
Non si sa come, Bellavista istintivamente fu spinto a strofinarla, così come appunto faceva Aladino. Fatto sta che gli apparve il Genio della lampada. Vinto il primo sgomento, pensò bene di approfittarne.
Il Genio, però, lo avvertì che poteva esaudire soltanto tre desideri e che per ogni beneficio chiesto e ottenuto, il suo vicino avrebbe ricevuto esattamente il doppio. La condizione posta dal Genio era evidentemente amara per lui. Ciò nonostante decise di provare.
Chiese di diventare padrone di una bellissima casa. La ottenne, ma quando venne a sapere che il suo nemico improvvisamente ne possedeva due uguali, diventò livido per la rabbia.
Tuttavia volle provare anche la seconda volta. Chiese di avere la più bella donna che mai si fosse vista da quelle parti. Ed eccolo subito accontentato! Ma in quel preciso momento, anche il suo vicino ebbe in dono due bellissime donne.
Bellavista non poteva sopportare questo. Era proprio troppo!
Ci doveva pur essere una possibilità per danneggiare il suo odiato vicino. Ci pensò tutta la notte. Al mattino aveva già preso la sua sofferta decisione.
Chiamò il Genio e gli disse: "Ecco, come ultimo desiderio ti chiedo di seccarmi una palla!"
Neanche a dirlo, Bellavista fu esaudito e si prese la vendetta sul suo vicino di casa!
Da: Racconti del mio paese