Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva
 

Venezia
Racconto di Vincenzo Fiaschitello 
Evelina a Venezia

"Buon compleanno! Buon compleanno! Evelina"
Le dodici candeline vennero spente dalla ragazza con un largo prolungato soffio e un sorriso. Le uniche compagne di scuola, le gemelle Sandra e Maria, che avevano accettato l'invito, l'abbracciarono e batterono le mani.
Consumata la buona fetta di torta, Evelina chiese il permesso ai genitori di ritirarsi con le due amiche nella sua cameretta a mostrare i regali ricevuti e a chiacchierare liberamente.
A Evelina piaceva molto leggere: la piccola libreria accanto al tavolo era ricca di libri di avventure, di novelle, di storie fantastiche con bellissime illustrazioni. I suoi interessi non erano limitati soltanto alle materie scolastiche e le insegnanti la lodavano spesso quando arricchiva quel poco che i libri di scuola scrivevano con ciò che apprendeva dalle sue libere letture.
Con il volto lentigginoso, due lunghe trecce e un piccolo difetto alla gamba destra che la rendeva leggermente claudicante, i compagni di classe non tardarono a soprannominarla la "zoppetta". Ma Evelina tirava dritta per la sua strada: non ricambiava affatto le offese e dimostrava una grande maturità rispetto ai compagni della sua stessa età, accontentandosi della sincera amicizia di Sandra e Maria.
Un giorno a scuola un evento improvviso e inaspettato mutò gli equilibri che si erano stabiliti in classe. Il terremoto colse tutti di sorpresa, insegnanti e studenti, nonostante le prove di evacuazione effettuate qualche mese prima. Una forte dose di panico spinse le scolaresche e le insegnanti ad abbandonare le aule in affanno. Evelina, rimasta tra le ultime per via del difetto alla gamba, si accorse che un bambino della scuola dell'infanzia piangeva rannicchiato in un angolo dell'aula. Prontamente si fermò e, incurante di ogni pericolo, entrò, prese per mano il bambino e lo portò fuori al sicuro. I compagni e le insegnanti che assistettero alla scena applaudirono Evelina, che da quel giorno fu da tutti considerata l'eroina della scuola. Le ragazze si vantavano di essere sue amiche e dimenticarono il brutto soprannome di "zoppetta".
Per le feste di natale, Evelina aspettava con ansia l'arrivo della zia Giulia. Prima della sua nascita, la zia Giulia si era sposata con un giovane veneziano, venuto in Sicilia per il servizio militare. Evelina l'aveva vista una sola volta all'età di cinque anni e la ricordava bella e molto somigliante alla madre. Diceva sempre che la zia Giulia era veramente fortunata a vivere a Venezia, una città di sogno. Aveva una collezione di cartoline di Venezia, leggeva tutto ciò che riguardava la storia della città, i costumi, le maschere, le feste, il carnevale. Tra i doni che la zia portò, c'erano per lei due meravigliose statuine di vetro, simili a quelle che spesso aveva ammirato nelle illustrazioni di un libro dedicato a Venezia. Una raffigurava una dama con il cappellino lucido e la bautta bianca che le copriva il viso e le dava un'aria di mistero; l'altra era un giovane con il tricorno in testa, una bautta nera con uno strano e lungo becco di uccello. Il tabarro nero completava il loro abbigliamento: entrambi sembravano ostentare una distratta serenità. Dentro i loro corpi circolavano vene di colori vivaci che davano gioia agli occhi. Chissà quanto avevano dovuto soffiare gli operai artisti nella grande sala del laboratorio, dove c'era la fornace! Evelina se la immaginava come l'antro di Polifemo, dove Ulisse e i compagni aveva acceso un gran fuoco per infiammare il grosso tronco d'albero con cui accecare il gigante.
La sera, prima di spegnere la luce e addormentarsi, Evelina le guardava a lungo; a volte le pareva che nel fondo scuro delle grandi scarpe il giovane nascondesse tutto il suo rammarico perché la dama non si decideva a dargli ascolto. Forse lui le aveva rivelato il suo amore. Perché allora la dama faceva ancora la ritrosa? Fingeva? Forse voleva che ancora la corteggiasse? Così Evelina diceva al giovane: "Non preoccuparti, sii gentile, vedrai che presto ti dirà di sì. Sai le donne sono fatte così!"
E poi rivolgendosi alla dama diceva: "Su, incoraggialo, poverino, non vedi come è triste?"
Evelina spegneva la luce e, dopo qualche attimo di completo buio, filtrava dalle persiane la luce dei lampioni della strada e di nuovo il vetro delle statuine brillava. Gli occhi le si chiudevano lentamente, finché il sonno non l'avvolgeva completamente. Una sera pioveva a dirotto, i lampi si susseguivano con incredibile frequenza e il frastuono dei tuoni rimbombava paurosamente. Evelina dal suo letto guardava le statuine ritte sulla mensola accanto a una fila di libri. "Forse hanno paura", pensò la ragazza. Si alzò, le prese e le sistemò sulla poltrona sotto il cuscino. "Ecco, qui starete al sicuro", disse Evelina e si addormentò tranquilla.
Quando la mattina si svegliò, subito sollevò il cuscino della poltrona per prendere le statuine. Ma quale non fu la sua meraviglia quando, non trovandole e alzando gli occhi verso la mensola, vide che stavano lì, come tutti i giorni.
"Strano, disse Evelina, credevo di averle lasciate sulla poltrona ieri sera, prima di addormentarmi!"
Guardando le statuine, all'improvviso ebbe la sensazione che prima il giovane e poi la dama facessero un lieve inchino.
La sera accadde un fatto straordinario. La ragazza era in uno stato tra veglia e sonno, quando distintamente udì il suo nome: "Evelina, Evelina!" Era la dama che dall'alto della mensola si era tolta la bautta e le sorrideva. Il giovane che le stava accanto, aggiustandosi in testa il tricorno, diceva alla dama: "Sss...vuoi che ti sentano tutti, stai zitta!"
Evelina non capiva se era ancora sveglia o se sognava. Le sembrava di essere leggera come una farfalla, volava e davanti a sé il giovane e la dama. Evelina si accorse di essere giunta sopra Venezia perché sotto di lei maestosa splendeva la basilica di san Marco e si estendeva la mirabile piazza con il suo inconfondibile campanile.
"Vogliamo farti conoscere il luogo dove siamo nati", disse il giovane. E subito si diressero verso Murano, l'isola dove da secoli si lavora il vetro. Senza che nessuno si accorgesse della loro presenza, entrarono nel laboratorio pieno di visitatori e operai affaccendati; con le aste di metallo, i maestri vetrai prendevano una piccola quantità di materiale incandescente, giravano e rigiravano continuamente l'asta e con movimenti sicuri delle abili mani, servendosi di tenaglie, forbici, pinze e attrezzi vari, riuscivano a sagomare, a arricciare, a imbrigliare, quella materia figlia del fuoco. Dalla continua lotta, dalla sfida tra la materia e la capacità degli artisti nascevano impareggiabili forme.
"Ecco, disse la dama, quel giovane laggiù con i capelli biondi è l'artista che ha soffiato con tutta la sua anima nella nostra materia incandescente!"
"Credevo, aggiunse il compagno della dama, che io fossi un novello Adamo e lei la mia Eva, ma non fu così. Ci pose sul volto la bautta e così per lungo tempo restammo nell'anonimato, perché persino la nostra voce veniva alterata per l'ampia sporgenza delle maschere. La tua simpatia, il tuo amore, ci ha risvegliati, ci ha avvicinati e abbiamo preso coscienza del nostro esistere. Invano tu chiederai al giovane maestro di liberare questa nostra anima cristallizzata, chiusa nel vetro. Ti dirà che lui conosce un solo modo per farlo: riportarci nel fuoco della fornace e sciogliere il vetro".
Evelina si spaventò a sentire quelle parole: "No, vi prego, non accettate questa offerta, restate così come siete adesso!"
"Evelina, disse la dama, poiché tu sei stata molto cara nel volerci bene, nel custodirci accanto alle tue cose più preziose, voglio lasciarti un segno della nostra gratitudine: d'ora in avanti non zoppicherai più, la tua gamba è guarita. Noi abbiamo già fatta la nostra scelta, ritorniamo nel fuoco, ci allontaniamo per sempre dal vostro mondo di viventi".
E così dicendo, prese per mano il compagno e, leggermente zoppicando, si avviò senza esitazione verso la fornace ardente, seguita dal suo compagno.
Due grosse lacrime rigarono il volto di Evelina, mentre le due statuine in pochi istanti si sciolsero e scomparvero nella indistinta materia incandescente.
La mattina, alle prime luci del giorno, Evelina si svegliò. Era frastornata da quel lungo sogno e non era nemmeno tanto sicura di aver sognato. Cercò con gli occhi le statuine di vetro, guardò dappertutto, dietro i libri, nei cassetti: nulla! Erano proprio sparite. Allora il fuoco le aveva davvero divorate? D'istinto si toccò la gamba. Poggiava per terra perfettamente uguale all'altra. Provò a camminare su e giù per la stanza, prima scalza, poi con le scarpe. Era davvero piacevole non avvertire più quella specie di piccolo disequilibrio che aveva provato fino ad allora. Chiuse per un attimo gli occhi e pensò alle parole della dama.
Lo stesso giorno la madre di Evelina volle farla visitare dal suo medico, il quale confermò la perfetta guarigione, dicendo che i muscoli della gamba, crescendo, avevano ormai acquistato una normale tonalità e ora era tutto a posto.
Già da qualche tempo Evelina portava le scarpe con i tacchi. Era cresciuta e si era fatta una bella giovane. Non aveva più le trecce, ma lunghi capelli castani che le scendevano sulle spalle e camminava con un portamento elegante.
Aveva superato i primi due esami all'università e ora la zia Giulia l'aspettava a Venezia per le vacanze estive. Finalmente Venezia! Evelina coronava il suo sogno.
Dall'alto dell'aereo tutta la città, le sue isole, la sua laguna, i mille canali,potevano stare entro il suo abbraccio, ma nessuno lo sapeva: ogni angolo, ogni casa, palazzo, chiesa, poteva ignorare la sua presenza, ma lei era là ad aggiungere un ultimo tocco di calore e di amore al declinante fuoco del sole all'orizzonte. Il suo più che un viaggio era una specie di pellegrinaggio in un luogo sognato una lontana notte d'inverno. Per questo, dopo la visita alla basilica di san Marco, volle andare a Murano.
Era proprio come nel sogno il laboratorio dove lavoravano i maestri vetrai. Dovunque fornaci, profonde gole di fuoco, dovunque meraviglioso oggetti d'arte: bicchieri patinati d'oro, fiori dai colori delicati, piccoli animali d'ogni specie, vasi, lampadari. Evelina guardava tutto con curiosità, ma cercava qualcosa. Ad un tratto vide in fondo al laboratorio un giovane, che come altri più anziani, era intento a lavorare con l'asta un grumo di materia incandescente: guardandolo attentament le parve di riconoscere il maestro vetraio del sogno. Gli si avvicinò e non appena quello terminò di sagomare un vivacissimo e coloratissimo pesciolino, gli domandò: "Vedo che la vostra bottega è ricca di tanti oggetti molto belli, ma a me piacerebbero statuine di personaggi in costume e con la bautta. Da ragazza ne possedevo due, ma ora non ce le ho più!"
"Sì, ho capito quel che lei cerca".
La condusse in un piccolo sgabuzzino: "Ecco, forse sono queste che lei desidera?, disse il giovane maestro, ora non ne facciamo più, i clienti non le richiedono!"
Su alcune mensole impolverate c'erano tante coppie di statuine. Guardando bene, si accorse che due, la dama col cappellino e la bautta e il giovane con il tricorno e la bautta con il becco d'uccello, erano identiche a quelle che la zia le aveva regalato. Nelle sue mani le due statuine ebbero come un soffio nuovo di vita. Colmarono il vuoto del suo cuore.