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Racconto di Vincenzo Fiaschitello 
Basilicò e il conte di Cagliostro

Una sera di fine estate in una strada di Palermo, a due passi dalla Vucciria, un vecchietto seduto dinanzi alla porta di casa, attorniato da un gruppo di giovani amici, narrava di sé, della sua amicizia con il conte di Cagliostro.

Il suo nome era Antonio Parrino, ma tutti lo chiamavano Basilicò, per via che da piccolo, la mattina presto, tra la folla del mercato, vendeva mazzetti di erbe e di basilico.

-Nacqui in una specie di tugurio umido e buio. Questo soleva raccontarmi mia madre dal giorno in cui credette che io avessi raggiunto l'età per capire la povertà. E non piansi! Fu lei a piangere al posto mio, perché era addolorata che il suo primo figlio maschio dovesse nascere in quella casa così desolatamente vuota. Ma subito dopo scoppiò in una lunga risata, non appena la levatrice, dandomi piccoli colpi sulle spalle, mi procurò il pianto della vita. Rideva mia madre improvvisamente, con meraviglia della levatrice per il repentino cambiamento di umore, perché, come anni dopo mi spiegò, sentì una voce misteriosa che annunciava per quel bimbo una vita fortunata.

Fu così che io sin da piccolo mi trovai a vivere in una casa dell'immaginazione, una casa ricca, simile a quella del mio amico di giochi Peppe Balsamo, in via della Perciaia. Peppe, questo era il nome con cui lo chiamavo, ma gli altri, compresi la madre, la sorella e i parenti, lo chiamavano, secondo l'umore, Giuseppe, Giovanni Battista, Vincenzo, Pietro, Matteo, Franco, nomi che il parroco della cattedrale aveva diligentemente annotato sul registro dei battezzati.

Peppe aveva dalla vita i bocconi più prelibati, io come il cane fedele mi accontentavo dei resti, delle briciole, ma ero ugualmente felice. Ci pensò la natura a regalarmi le doti di intraprendenza, di intelligenza e di memoria, anche se non in uguale misura di quelle eccezionali possedute dal mio amico di infanzia.

Il parroco della vicina chiesa di san Domenico, dove ero stato battezzato, avendo notato le mie qualità di ragazzo sveglio, intelligente ma anche riflessivo e di buona indole, aveva convintoi i miei genitori a farmi studiare e a togliermi dalla cattiva influenza dell'amico, che manifestava in ogni occasione segni di furfanteria con la sua vita scapestrata e con i suoi trucchi. Il bravo domenicano mi avviò agli studi e, visto il buon esito dei primi anni, volle completare la mia formazione facendomi frequentare il rinomato collegio dei domenicani. Fu così che le nostre strade si separarono, dopo le indimenticabili esperienze della fanciullezza, durante le quali trascorrevamo insieme interi giorni a inventare nuovi giochi, a escogitare trucchi per lasciare a bocca aperta i compagni che vi assistevano.

Peppe aveva messo a punto un trucco che gli riusciva molto bene e riscuoteva sempre un grande successo. Un suo amico, il cui padre lavorava al mattatoio, gli aveva procurato un buon numero di denti di cavallo: una metà li aveva posti in un astuccio e in un altro perfettamente uguale aveva sistemato i denti disposti e attaccati tra loro come  una dentiera. I ragazzi che venivano a vedere lo spettacolo, dopo aver pagato un piccolo obolo, assistevano a una magia. Peppe, vestito con una lunga tunica e una specie di turbante in testa, presentava il primo astuccio e invitava gli astanti a scuoterlo per sentire il movimento disordinato dei denti che come tanti sassolini battevano dentro, poi con un gesto abilissimo, non visto, riusciva a sostituire il primo astuccio con il secondo rimasto nascosto. Il mago recitava orazioni misteriose, si rivolgeva a certi dei dai nomi bizzarri e finalmente invitava qualcuno ad aprire l'astuccio e a vedere con i propri occhi come i denti fossero andati tutti a sistemarsi. E a quel punto non mancava mai l'applauso.

Con quel temperamento straordinariamente vivace non poté restare a lungo in collegio dove la madre lo aveva collocato. Fu affidato alle cure di una parente sposata con un farmacista. Sicuramente fu in quelll'ambiente che maturò in lui la passione per la medicina, per le erbe e la preparazione di tisane, lozioni miracolose, pomate.

Un giorno la madre mi disse che Giuseppe era andato da un prozio a Messina. Costui era un personaggio importante, membro dell'Ordine dei Cavalieri di Malta.

Il prozio lo spedì a Malta, dove Giuseppe ebbe l'occasione di dimostrare le sue conoscenze storiche sull'ordine cavalleresco e di unirsi in amicizia con membri autorevoli.-

E' a questo punto che il racconto del vecchio diventa nebuloso per i suoi ascoltatori.

-Non so come, ma dopo che Giuseppe lasciò la Sicilia, tra noi due si verificò un legame misterioso. La sera cominciai a udire nella mia stanza strani rumori, lamenti e sospiri, voci flebili, parole lontane, incomprensibili. Dapprima mi spaventai, poi presi coraggio e provai ad ascoltare con più attenzione. Non mi sbagliavo.

Finalmente capii che nella stanza aleggiava lo spirito del mio amico. Ora che avevo calmata la mia emozione, udivo perfettamente la voce di Giuseppe che mi invitava ad ascoltare. -Non aver paura, non sono un fantasma. Tu sai come io abbia sempre amato conoscere i misteri della vita, conoscere il futuro, guarire le malattie, vincere la morte e persino fabbricare l'oro. Questa è la prima volta che vedo realizzarsi l'idea che mi ha a lungo accompagnato e cioè di comunicare a distanza, di spostare la mia anima da un luogo a un altro, di manifestarmi sena allontanarmi dalla mia dimora. Tu sei l'oggetto del mio primo esperimento e vedo che finalmente ci sono riuscito. E' un segreto che ho appreso dalla millenaria e misteriosa civiltà egizia, guidato da monaci straordinari. Partendo da quanto di prezioso ho imparato, credo di aver fondato una nuova religione che supererà in prestigio quella cattolica. Io ne sono il sacerdote, il gran Cofto del rito egiziano. Ora debbo lasciarti, sento che le mie forze spirituali si stanno esaurendo. Verrò a trovarti spesso per tenerti informato sulla mia vita.-

La voce si allontanò come sprofondando in un pozzo. Ma io non ero più quello di prima! Sapevo delle sue doti, delle sua arti magiche, ma non potevo immaginare che arrivassero fino a quel punto. Ero sconvolto e al tempo stesso lusingato perché Giuseppe avesse scelto proprio me per questa sua magnifica e inimmaginabile avventura.

La sera, chiuso nella mia stanza, aspettavo con ansia mista a timore il ritorno dello spirito del mio amico. Ma non accadde nulla per parecchio tempo, finché una sera, quando ormai stavo per addormentrami, udii la voce di Giuseppe proveniente da un angolo della stanza vicino allo scrittoio. Frenai la mia agitazione nervosa e osai domandare perché non si fosse presentato prima. Mi rispose che l'esperimento gli costava un grande dispendio di energia e che nel frattempo la sua vita aveva avuto una svolta importante. Ora si trovava a Roma. Si era presentato come Alessandro conte di Cagliostro e aveva conquistato l'amore di Lorenza, una ragazza bellissima e molto corteggiata che aveva sposato, nonostante la contrarietà dei genitori di lei. Parlava con grande entusiasmo di questa ragazza, molto più giovane di lui, esaltando il suo portamento, l'ovale del suo viso, la radiosità del sorriso, la perfetta proporzione della figura, il colore eburneo della carnagione, gli occhi lampeggianti, vivacissimi, i lunghi capelli neri che le scendevano fin sulle spalle, le curve del suo adorabile corpo.

Quella sera mi sembrò talmente soddisfatto della sua scelta che lo invidiai e presi in seria considerazione quel che da tempo mia madre mi raccomandava, cioè di prendere moglie. Prima di lasciarmi mi annunziò la sua partenza per Parigi.

Trascorsero diversi mesi senza che io potessi più sentire la voce del conte. Una sera, infine, ecco di nuovo la voce. Ma quella volta accadde un fenomeno inaspettato e del tutto nuovo. Mentre Giuseppe mi raccontava dei luoghi e delle persone che aveva conosciuto, improvvisamente si intromise una seconda voce. Ebbi un sussulto, terrorizzato, domandai allo spirito del mio amico di chi fosse quella voce. -Non importa che tu lo apprenda ora, disse lo spirito di Giuseppe, più avanti imparerai a conoscerla. Sappi che è uno spirito che mi ha ossessionato da sempre e che ora osa venire allo scoperto senza ritegno alcuno. Ascoltalo, non aver paura!-

E la seconda voce fece languire quella di Giuseppe, cominciando a ribattere punto per punto quanto il conte Alessandro di Cagliostro raccontava della sua vita a Parigi. Gli rimproverava la corruzione della sua anima. Non si era fatto scrupolo di offrire la sua donna che ora chiamava Serafina a un nobile avvocato per avere in cambio una residenza lussuosa nella casa di una marchesa. Guariva, ingannava, truffava e sperperava i suoi denari con una vita mondana e brillante.

-Ma perché non dici che ho guarito gratuitamente tante persone bisognose, ho alleviato sofferenze che i medici non sapevano nemmeno riconoscere-

-Sì, è vero, ma lo hai fatto per accrescere la tua popolarità. Che cosa ne hai fatto del denaro che ti giungeva da Malta? Il tuo maestro spirituale Manolo Pinto de Fonseca aveva lavorato bene in tuo favore. Tu, un novello massone, con i tuoi riti religiosi che dovevi conquistare sempre nuovi adepti!-

E l'ho fatto, l'ho fatto con entusiasmo e con impegno, anche se l'odio e l'invidia di tante persone mi hanno perseguitato. Tutte le volte che ho potuto, ho dato prova della sincerità del mio talemnto, della verità delle mie predizioni. La stessa regina Maria Antonietta ebbe da me la notizia della morte della madre Maria Teresa d'Austria, prima che avvenisse. E con la predizione che presto la Bastiglia sarebbe stata bruciata e rasa al suolo, ho voluto anche dare un segnale di avvertimento ai regnanti per l'imminente rivoluzione-

Sentii una risata del secondo spirito: -Ah, la regina Maria Antonietta! Perché non dici al tuo amico di infanzia dello scandalo della preziosa collana di diamanti?-

-Tu sai bene che io non avevo alcuna colpa. Fu quell'ingenuo e maldestro cardinale De Rohan che si fece ingannare. Ingiustamente ebbi a soffrire il carcere, ma presto fu riconosciuta la mia innocenza. E comunque preferii allontanarmi dalla Francia. Con la mia Serafina andai a Londra e lì, come sai, fui vittima di una terribile accusa. Accusarono me e Serafina di aver rubato dei gioielli. Ma i nobili coniugi che avevano architettato l'inganno furono scoperti e condannati.-

-Eh,sì! Chi è abituato a ideare truffe, poi è pronto a commiserarsi se ne è vittima qualche volta egli stesso!-

Poco dopo non sentii più parlare nessuno dei due spiriti e mi addormentai.

Passò del tempo, quando una notte fui svegliato dalle due voci. Quella di Giuseppe era piuttosto agitata e diceva che caterina di Russia aveva fatto male a non accoglierlo con amicizia e che volentieri lui aveva accettato l'invito del re di Polonoa Stanislao Poniatowski, notoriamente amante di Caterina.

Alla corte di Varsavia il re amava parlargli degli amichevoli rapporti con la Francia. Al tempo di re Stanislao Leszczynski, la figlia Maria, appena quindicenne aveva sposato il venticinquenne re di Francia Luigi XV. Vista la giovane età della regina Maria, il padre Stanislao Leszczynski le aveva indirizzato alcune lettere di grande interesse contenenti raccomandazioni pratiche, politiche o semplicemente umane. Erano il frutto di uno stile di vita, improntato alle idee illuministiche, per lei che si accingeva a vivere nella terra di Voltaire. Nelle lunghe conversazioni con il re polacco, il conte di Cagliostro dimostrava tutto il suo interesse per l'epoca dei lumi, per il clima di razionalità che si respirava in quegli anni in tutta Parigi.- Quando arrivai nella città, io avvertivo tutto questo nei discorsi, negli scritti di famosi personaggi, ma nello stesso tempo capivo che la gente aveva bisogno del mistero, dell'occulto, della magia, del sovrannaturale. Secondo me non c'era contraddizione. D'altra parte, poco prima che io arrivassi, un personaggio come Mesmer, aveva catturato per lungo tempo l'attenzione dei parigini sul problema del magnetismo, dell'ipnosi. E' stato facile per gli intellettuali far naufragare quelle idee e quegli esperimenti mediante satire feroci, ma io vedo nel futuro e sono sicuro che verranno due studiosi in grado di dare una veste scientifica ai fatti di cui io stesso oggi mi occupo.-

-Lascia stare questi argomenti e piuttosto occupati della religione da te fondata. Il mio suggerimento è quello di tornare a Roma e chiedere al Papa di riceverti per un colloquio chiarificatore. Tu devi dimostrare che non c'è contrasto tra le fede cristiana e il rito egiziano di cui ti dichiari il gran Cofto. Se riuscirai a farlo, il tuo onore sarà salvo e tutti i tuoi guai, le peregrinazioni per tutta l'Europa saranno finiti.-

-Vorrei che il tuo consiglio non fosse ingannevole. Spero che tu non mi voglia così male da prepare la mia disfatta. Farò come tu dici.-

Basilicò disse ai suoi amici che quella notte lui aveva intuito la perfidia di quel consiglio.

Passarono mesi prima di udire ancora una volta quelle voci. Poi una sera giunse alle sue orecchie questo colloquio.

La voce stanca, affaticata e flebile del conte di Cagliostro diceva:- Ah, sei tu! Ora che sono chiuso nei sotterranei puzzolenti di questa terribile fortezza di San Leo, non c'è più spazio per parole che possono far rinascere un futuro, né per i ricordi di un tempo. Depositato in questa atroce prigione che spezza ogni speranza di libertà, mi sento perduto, svuotato anche nei sogni. Mi hai mal consigliato. Pio VI, non solo mi ha rifiutato l'udienza, ma ha anche sollecitato il Sant'Uffizio a perseguitarmi. Condannato per eresia, magia, massoneria, truffe. Che altro? Anche la povera Serafina è stata costretta a denunciarmi!-

-Non ti infuriare più di tanto. Io, che tu voglia o no, ora ti sono più vicino. Non ti abbandono. E pensare (somma ingenuità!) che volevi estirparmi dalla faccia della terra. Calma i tuoi attacchi di follia. Voglio darti un'ultima notizia che può sostenere ancora il tuo immenso orgoglio. Un grande personaggio di questo secolo, Goethe, trovandosi in viaggio in Sicilia, conoscendoti per la fama che hai conquistato per tutta l'Europa, ha voluto visitare la tua casa e si è intrattenuto a parlare con tua madre e tua sorella. E' rimasto ben impressionato e ha lasciato loro una piccola somma di denaro, dicendo che eri tu a inviarla. Scendendo in strada, a lungo gli è rimasto nelle narici il tanfo d umidità delle scale e l'odore dell'aglio appeso accanto alla porta!-

E il conte Alessandro di Cagliostro non poté fare a meno di piangere in silenzio.

Appresi la notizia della morte del mio amico, una sera di fine estate come questa. Qualcuno disse che era fuggito dalla fortezza vestendo i panni del confessore da lui ucciso. Fu l'ultima malevola diceria nei suoi confronti!

Conoscevo molto bene il mio amico: era un mago, ma non un assassino!