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Quando Fausto Coppi esordì in campo professionistico, Gino Bartali si trovava già ai vertici dei valori mondiali avendo vinto tra l'altro i Giri d'Italia del '36 e del '37, il Tour del '38.
Nel '40, i due appartenevano alla medesima squadra e allorché Coppi balzò al comando della classifica del Giro, Bartali non lo ostacolò; anzi, in alcune occasioni fu vicino al ragazzo tortonese, ex garzone di salumeria che veniva da Castellania e aveva vent'anni.
I due, però, non potevano continuare la vita in coabitazione per il modo diverso che avevano di pensare, di correre, di vivere.
E nel '46, anno in cui si trovarono in due formazioni che polarizzavano l'attività (Bianchi e Legnano) ed erano divise dalla rivalità commerciale, la lotta fu spietata.
L'Italia sportiva si spaccò in due e il nostro ciclismo ebbe lunghi periodi avvincenti.
Uno dei grossi meriti di Coppi fu quello di aprire nuove vie al ciclismo, migliorando continuamente il mezzo meccanico, affidandosi alle cure di un medico non generico, mettendosi nelle mani di un ottimo massaggiatore tutti i giorni, chiedendo consigli a specialisti in dietetica, servendosi di rapporti che gli altri consideravano troppo lunghi perché non erano in grado di azionarli.
Un Coppi che non avesse trovato sul proprio cammino antagonisti della caratura di Bartali, Bobet, Van Steenbergen, Kiibler, Magni, Koblet, non avrebbe probabilmente siglato imprese che ancora oggi vengono ricordate come uniche nella storia del ciclismo.
Furono proprio gli avversari citati, e altri ancora, che costrinsero Coppi a superarsi continuamente.
E nessuno si stupì quando gli esperti di tutto il mondo furono d'accordo nel definirlo
 «il campionissimo».


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