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Buon Natale

Racconto di Natale
«Non è neppure il susamiello di prammatica»

Chiarissimi colleghi,
Non è già un manicaretto, che io voglia imbandirvi per queste feste del Natale non è neppure il «susamiello» di prammatica questo mio discorso sulla nostra antica usanza del Presepe, ma una semplice notarella istorica, un ricordo artistico che vi espongo, impetrando la solita indulgenza, ci s'intende...
Non isciorinerò fior di dottrina, no, non peregrine notizie, non sottili argomentazioni ecc., ma, spero, non tornar noioso né disutile, perciocché io dirò di cose patrie,delle arti nostre e cerco non si dimentichi una costumanza, religiosa non solo, ma poetica, che declina, una rappresentazione plastica per la quale si esercitarono gli studi e la fantasia di tanti nostri architetti, scultori, pittori, orafi, che vennero in eccellenza, in questa nostra patria e fuori;
E il nostro tradizionale Presepe sparisce da questa ricordanza del Natale, che, di là dall'Alpe, tanto acconciamente si addimanda la Festa della Famiglia.
E sparisce come sparirono già quelle sontuose macchine temporanee dei i Sepolcri, che, per la Settimana Maggiore, ergevansi nelle nostre chiese a solenneggiare la Passione del Cristo, od alcun mistero che la simboleggi.
Questa usanza dei Sepolcri, sappiamo, come cessasse non per gusto dei cittadini nostri, ma per divieto dell'autorità ecclesiastica; la quale, scrupoleggiando, credeva veder mutata in teatro la Casa del Signore: schifiltà che per me sa di puritanismo protestante, perciocché il culto esterno sia teologicamente indispensabile, e meravigliosamente serva al culto interno, a quello che, nel gergo ecclesiastico, dicesi l'adorazione dello spirito.
Non si vuoI dimenticare che i pochi italiani, i quali furon presi alle panie della Riformazione Germanica, non furono già per valor di sillogismi, ma per la viltà di scrupoli, per animo mal maturato al magistero delle arti.
E le arti hanno servito sempre alla Fede, come questa a quelle; ed in ispecialità il teatro, cui la parte indotta della cheresia ha avuto sempre in uggia, anche quando le scene non erano postribolo, come sventuratamente, sono ai dì nostri.
Ne quel sepolcri eran di recente ivenzlone. Ohibo!
Derivavano da quei Misteri, che furono culla del teatro presso noi e nelle Spagne e in Francia e in Inghilterra e nella Germania (dove se ne rappresentano ancora con gran sontuosità) non altrimenti che i Sacrifizi di Bacco infantarono il teatrò greco.
Quei Misteri eran più antichi del Canto Reale nella Linguadocca. Né maraviglia della loro efficacia, ché le maggiori cattedre del popolo furono e saranno sempre il pergamo e la ribalta.
Il Sepolcro era nostra antica usanza come il Presepe.
Ne abbiamo monumento in quello bellissimo di Monteoliveto, plasmato sul cadere del secolo XV, da Modanin da Modena, e pel quale, nelle effigie di Maria Vergine, di Pietro d'Arimatea, di Giovanni, di Nicodemo, di Maddalena, riconosconsi le sembianze di quella pia regina che fu Giovanna di Aragona, sorella di Ferdinando il Cattolico, d'Ippolita Sforza Duchessa di Calabria, di Re Ferrante, di Jacopo Sannazzaro e del fondatore secondo di "questa nostra accademia, Gioviano Pontano: autori primi e veri del risorgimento filosofico ed artistico in Italia; checché ne dicano la mezza dottrina e la gelosia degli scrittori dell' alta e della media Italia.
Ma, messo, da parte il sepolcro, e, tornando alla culla, al subietto, dirò come l'invenzione di questa genti rappresentazione del Presepe, mistica ad un tempo ed istorica, si dovesse a quel grande artista che fu il nostro Poverello di Assisi, i! più poetico dei santi, i! più italiano degli Italiani.
Fu desso che dié principio a questa usanza, nel verno del 1220, epperò poco dopo che si crociasse e combattesse in quella famosa battaglia di Damiata, tanto terribilmente descritta da Jacopo di Vitry...
Nella quale, come per ogni dove, Giovanni di Pier Bernardone, cognominato i! Francesco, in fuemoria dell'esser nato i! Cristo fra un bue ed un asinello, voleva che tutti quelli che si avessero di tai animali de.sser loro maggior civanza nel Natale.
E lui stesso, di quei giorni, vedevasi sparger frumento per terra, perché gli uccelli venissero, si nutrissero a sazietà e facesser gazzarra. S. Francesco fu il protoplasta degli zoofili.
Ma quell'anno 1220, secondo Tommaso da Celano, cronista gravissimo, volle fare qualche cosa di più - in fondo al bosco, che stava a ridosso del borgo, costrutta una stalla e posta vi una mangiatoja con fieno, ed a pié di questa un altare, con un bue da una parte ed un asinello  dall' altra, convitò i villici ed i frati di quelle circostanze: e questi vennervi tutti, lietamente, con torchi accesi, con fiaccole, con musica, cantando inni di gloria al Signore.
Ed in quella capanna, battendo la mezzanotte, fu celebrata la Messa.
Per la quale Francesco cantò il Vangelo, come diacono - poiché quel grande archimandrita non era che diacono, ed anche suo malgrado.
A venir chierico era stato costretto dal Cardinale Ugolino dei Conti di Segni.
Questi voleva fosser di chiesa veramente tutti che predicassero; per differir dai Patareni, dai Catari, dai Valdesi, i quali., preti o laici che fossero, co' loro sermoni, rompevan le scatole a tutto il gregge cristiano, dappertutto, persin nelle bettole e nei lupanari, come abbian dal Baronio,dal Bossuet, dal Muratori e da tanti altri sommi scrittori.
Dopo quella messa S. Francesco, secondo il citato da Celano e l'Ozanam, volle si accendesser di grandi falò, perché non paresse buia la notte, nella quale era venuto al mondo l'Autor d'ogni luce. E secondo l'antica Leggenda Francescana, una pia donna, per nome Velita, ed un cavaliere del contado, convenuti al santo festino, rapiti in Dio, videro nel fieno della rastelliera un bambino bellissimo, il quale Francesco amorosamente covriva di baci, en'era carezzato del pari.
Questa leggenda ebbe fortuna. Si divulgò prestamente per tutta l'ltalianità, non solo, ma fra le genti cristiane quant'erano.
E di essa nacque l'usanza del presepe, nelle città nostre, in Francia, nelle Spagne, nelle Fiandre, nella Magna, fra gli Svizzeri, sì che non è città, non è borgo dove non se ne veggano ancora di antichissimi e bellissimi.
Vi si esercitavano i migliori artisti, come per quello di Nuremberga, per esempio, per quello dello Spreverpont sul Reuss, e della chiesa dei Minori a Lucerna, fondatovi dal nostro stesso Poverello e da una grande amica di lui, nel Cristo, Gutta di Chavensee, Contessa di Lavembourg, donna famosa pel bellezza e per valor militare, a quel giorni.
E di Greccio io credo si venisse la parola greppia;" per che, volgamlente, chiamiamo la mangiatoia, e la parola Greche o Creche con la quale i Francesi designano la sacra rappresentazione, che noi, latinamente, addimandiamo praesepe.
Come per ogni dove, questa invenzione attecchì presto in Napoli (città greca sempre, immaginosa, pia ed artistica" in tutto, anche nel male) e vi trovò felici esecutori e caldeggiatori entusiasti dalla reggia al romitorio, e da questo al tugurio.
(Proto 1889)

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