Valutazione attuale: 5 / 5

Stella attivaStella attivaStella attivaStella attivaStella attiva
 

Racconto di Italo Calvino
II giardino dei gatti ostinati

La città dei gatti e la città degli uomini stanno l'una dentro l'altra, ma non sono la medesima città. Pochi gatti ricordano il tempo in cui non c'era differenza: le strade e le piazze degli uomini erano anche strade e piazze dei gatti, e i prati, e i cortili, e i balconi, e le fontane: si viveva in uno spazio largo e vario. Ma già ormai da più generazioni i felini domestici sono prigionieri di una città inabitabile: le vie ininterrottamente sono corse dal traffico mortale delle macchine schiacciagatti; in ogni metro quadrato di terreno dove s'apriva un giardino o un'area sgombra o i ruderi d'una vecchia demolizione ora torreggiano condomini, caseggiati popolari, grattacieli nuovi fiammanti; ogni andito è stipato dalle auto in parcheggio; i cortili a uno a uno vengono ricoperti d'una soletta e trasformati in garages o in cinema o in depositi–merci o in officine. E dove s'estendeva un altopiano ondeggiante di tetti bassi, cimase, altane, serbatoi d'acqua, balconi, lucernari, tettoie di lamiera, ora s'innalza il sopraelevamento generale d'ogni vano sopraelevabile: spariscono i dislivelli intermedi tra l'infimo suolo stradale e l'eccelso ciclo dei super-attici; il gatto delle nuove nidiate cerca invano l'itinerario dei padri, l'appiglio per il soffice salto dalla balaustra al cornicione alla grondaia, per la scattante arrampicata sulle tegole.
Ma in questa città verticale, in questa città compressa dove tutti i vuoti tendono a riempirsi e ogni blocco di cemento a compenetrarsi con altri blocchi di cemento, si apre una specie di controcittà, di città negativa, che consiste di fette vuote tra muro e muro, di distanze minime prescritte dal regolamento edilizio tra due costruzioni, tra retro e retro di due costruzioni; è una città di intercapedini, pozzi di luce, canali d'aerazione, passaggi carrabili, piazzole interne, accessi agli scantinati, come una rete di canali secchi su un pianeta d'intonaco e catrame, ed è attraverso questa rete che rasente i muri corre ancora l'antico popolo dei gatti.
Marcovaldo, certe volte, per passare il tempo, seguiva un gatto. Era l'intervallo del lavoro tra la mezza e le tre, quando, tranne Marcovaldo, tutto il personale andava a casa a mangiare, e lui – che si portava la colazione nella borsa – apparecchiava tra le casse del magazzino, masticava il suo boccone, fumava un mezzo toscano e girellava lì intorno, solo e ozioso, aspettando la ripresa. In quelle ore, un gatto che facesse capolino da una finestra era sempre una compagnia benvenuta, e una guida per nuove esplorazioni. Aveva fatto amicizia con un soriano, ben pasciuto, fiocco celeste al collo, certamente alloggiato presso qualche famiglia benestante. Questo soriano aveva in comune con Marcovaldo l'abitudine della passeggiata di primo dopopranzo: ne nacque naturalmente un'amicizia.
Seguendo l'amico soriano, Marcovaldo aveva preso a guardare i posti come attraverso i tondi occhi d'un micio e anche se erano i soliti dintorni della sua ditta li vedeva in una luce diversa, scenari di storie gattesche, con collegamenti praticabili solo da zampe felpate e leggere. Sebbene il quartiere dall'esterno sembrasse povero di gatti, ogni giorno nei suoi giri Marcovaldo faceva conoscenza con qualche muso nuovo, e bastava un gnaulìo, uno sbuffo, un tendersi del pelo su una schiena arcuata per fargli intuire legami e intrighi e rivalità tra loro. In quei momenti credeva già d'essere entrato nel segreto della società dei felini: ed ecco si sentiva scrutato da pupille che diventavano fessure, sorvegliato dalle antenne dei baffi tesi, e tutti i gatti attorno a lui sedevano impenetrabili come sfingi, il triangolo rosa del naso convergente sul triangolo nero delle labbra, e solo a muoversi era il vertice delle orecchie, con un guizzo vibrante come un radar.
Si giungeva al fondo d'una stretta intercapedine, tra squallidi muri ciechi: e guardandosi intorno Marcovaldo vedeva che tutti i gatti che l'avevano guidato fin là erano spariti, tutt'insieme, non si capiva da che parte, anche il suo amico soriano, lasciandolo solo. Il loro regno aveva territori cerimonie usanze che non gli era concesso di scoprire.
In compenso, dalla città dei gatti s'aprivano spiragli insospettati sulla città degli uomini: e un giorno fu proprio il soriano a guidarlo alla scoperta del grande Ristorante Biarritz.
Chi voleva vedere il Ristorante Biarritz non aveva che da assumere la statura d'un gatto, cioè stendersi carponi.
Gatto e uomo in questo modo camminavano intorno a una specie di cupola, ai cui piedi davano certi bassi finestrini rettangolari. Seguendo l'esempio del soriano, Marcovaldo guardò giù. Erano lucernari con il vetro aperto a tagliola da cui prendeva aria e luce il lussuoso salone. Al suono di violini tzigani, volteggiavano pernici e quaglie dorate su vassoi d'argento tenuti in equilibrio dalle dita biancoguantate dei camerieri in frac. O, più precisamente, sopra le pernici e i fagiani volteggiavano i vassoi, e sopra i vassoi i guanti bianchi, e sospeso in bilico sulle scarpe di vernice dei camerieri il lucido parquet, da cui pendevano palme nane in vaso e tovaglie e cristallerie e secchi come campane con una bottiglia di champagne per batacchio: tutto capovolto perché Marcovaldo per timore d'essere visto non voleva sporgere la testa dentro il finestrino e si limitava a guardare la sala rispecchiata all'incontrano nel vetro obliquo.
Ma più che i finestrini della sala erano quelli sulle cucine a interessare il gatto: guardando nella sala si vedeva di lontano e come trasfigurato ciò che nelle cucine appariva – ben concreto e a portata di zampa – come un uccello spennato o un pesce fresco. Ed era appunto dalla parte delle cucine che il soriano voleva guidare Marcovaldo, o per un gesto d'amicizia disinteressata o perché piuttosto sperava nell'aiuto dell'uomo per una delle sue incursioni. Marcovaldo invece non voleva staccarsi dal suo belvedere sul salone: dapprincipio come affascinato dalla gala dell'ambiente, e poi perché là qualcosa aveva calamitato la sua attenzione.
Tanto che, vincendo il timore d'esser visto, faceva continuamente capolino a testa in giù.
Nel mezzo della sala, proprio sotto quel finestrino, c'era una piccola peschiera di vetro, una specie d'acquario, in cui nuotavano delle grosse trote. S'avvicinò un cliente di riguardo, con un cranio calvo e lucido, nerovestito e con la barba nera. Lo seguiva un vecchio cameriere in frac che teneva in mano una reticella come se andasse per farfalle. Il signore in nero guardò le trote con aria grave e attenta; poi alzò una mano e con un lento gesto solenne ne indicò una. Il cameriere immerse la reticella nella peschiera, inseguì la trota designata, la catturò, si diresse alle cucine, reggendo davanti a sé come una lancia la rete in cui si dibatteva il pesce. Il signore in nero, grave come un magistrato che ha comminato una sentenza capitale, andò a sedersi, in attesa del ritorno della trota, fritta «alla! mugnaia».
«Se trovo il modo di gettare una lenza di quassù] e far abboccare una di queste trote, – pensò Marcovaldo, – non potrò essere accusato di furto, ma tutt'al più di pesca non autorizzata». E, senza dar retta ai miagolii che lo chiamavano dalla parte della cucina, andò a cercare i suoi arnesi di pesca.
Nessuno nel salone affollato del Biarritz vide il sottile lungo filo, armato d'amo e d'esca, calare giù giù fin dentro alla peschiera. L'esca la videro i pesci, e si gettarono. Nella mischia una trota riuscì a mordere il verme: e subito prese a salire, a salire, uscì dall'acqua, guizzando argentea, volò in alto, sopra le tavole imbandite e i carrelli degli antipasti, sopra la fiamma azzurra dei fornelli per le «crépes Suzette», e sparì nel cielo del finestrino.
Marcovaldo aveva tirato la canna con lo scatto e l'energia del provetto pescatore, tanto da far finire il pesce alle sue spalle. La trota aveva appena toccato terra quando il gatto si slanciò. Quel poco di vita che le restava la perse tra i denti del soriano. Marcovaldo, che in quel momento aveva abbandonato la lenza per correre ad acchiappare il pesce, se lo vide portar via di sotto il naso, con l'amo e tutto. Fu lesto a mettere un piede sulla canna, ma lo strappo era stato così forte che all'uomo restò solo la canna, mentre il soriano scappava col pesce che si tirava dietro il filo della lenza. Traditore d'un micio! Era sparito.
Ma stavolta non gli scappava: c'era quel lungo filo che lo seguiva e indicava la via che aveva preso. Pur avendo perso di vista il gatto, Marcovaldo inseguiva l'estremità del filo: ecco che scorreva su per un muro, scavalcava un poggiolo, serpeggiava per un portone, veniva inghiottito in uno scantinato... Marcovaldo, inoltrandosi in luoghi sempre più!
gatteschi, arrampicandosi su tettoie, scavalcando ringhiere, riusciva sempre a cogliere con lo sguardo – magari un secondo prima che sparisse – quella mobile traccia che gli indicava il cammino preso dal ladro.
Ora il filo si snoda per il marciapiede d'una via, in mezzo al traffico, e Marcovaldo correndogli dietro è ormai quasi arrivato ad afferrarlo. Si butta a pancia a terra; ecco, l'acchiappa! Era riuscito ad afferrare il capo del filo prima che sgusciasse tra le sbarre di un cancello.
Dietro un cancello mezz'arrugginito e due pezzi di muro rincalzati da piante rampicanti, c'era un piccolo giardino incolto, con in fondo una palazzina dall'aria abbandonata. Un tappeto di foglie secche copriva il viale, e foglie secche giacevano dappertutto sotto i rami dei due platani, formando addirittura delle piccole montagne sulle aiole. Uno strato di foglie galleggiava nell'acqua verde d'una vasca. Intorno s'elevavano edifici enormi, grattacieli con migliaia di finestre, come tanti occhi puntati con disapprovazione su quel quadratino di due alberi, poche tegole e tante foglie gialle, sopravvissuto nel bel mezzo d'un quartiere di gran traffico.
E in questo giardino, appollaiati sui capitelli e sulle balaustre, distesi sulle foglie secche delle aiole, arrampicati al tronco degli alberi o alle grondaie, fermi sulle quattro zampe e con la coda a punto interrogativo, seduti a lavarsi il muso, erano gatti tigrati, gatti neri, gatti bianchi, gatti pezzati, soriani, angora, persiani, gatti di famiglia e gatti randagi, gatti profumati e gatti tignosi. Marcovaldo capì d'essere finalmente giunto nel cuore del regno dei gatti, nella loro isola segreta. E, dall'emozione, quasi s'era dimenticato del suo pesce.
Era rimasto, il pesce, appeso per la lenza al ramo d'un albero, fuori portata dei salti dei gatti; doveva essere caduto dalla bocca del suo rapitore in qualche maldestra mossa forse per difenderlo dagli altri, forse per sfoggiarlo come una preda straordinaria; il filo s'era impigliato e Marcovaldo per quanti strattoni desse non riusciva a liberarlo. Una lotta furiosa s'era intanto accesa tra i gatti, per raggiungere questo pesce irraggiungibile, ossia per il diritto di tentare di raggiungerlo. Ognuno voleva impedire agli altri di saltare: si lanciavano l'uno contro l'altro, si azzuffavano per aria, roteavano avvinghiati, con sibili, lamenti, sbuffi, atroci gnaulii, e finalmente una battaglia generale si scatenò in un turbine di foglie secche crepitanti.
Marcovaldo, dopo molti strappi inutili, ora sentiva che la lenza s'era liberata, ma si guardava bene dal tirare: la trota sarebbe cascata proprio in mezzo a quella mischia di felini inferociti.
Fu in quel momento che dall'alto dei muri del giardino prese a cadere una strana pioggia: resche, teste di pesce, code, e anche pezzi di polmone e coratella. Subito i gatti si distrassero dalla trota appesa e si gettarono sui nuovi bocconi. Per Marcovaldo, era il momento buono di tirare il filo e recuperare il suo pesce. Ma, prima che avesse avuto la prontezza di muoversi, da una persiana del villino uscirono due mani gialle e secche: una brandiva una forbice, l'altra una padella. La mano con la forbice s'alza sopra la trota, la mano con la padella si sporge sotto. La forbice taglia il filo, la trota cade nella padella, mani forbice padella si ritirano, la persiana si chiude: tutto nello spazio d'un secondo. Marcovaldo non capisce più niente.
Anche lei è amico dei gatti? – Una voce alle sue spalle lo fece voltare. Era circondato di donnette, certune vecchie vecchie, con in testa cappelli fuori moda, altre più giovani, con l'aria di zitelle, e tutte portavano in mano o nella borsa cartocci con avanzi di carne o di pesce, e certune anche un tegamino con del latte. – Mi aiuta a buttare questo pacchetto di là del cancello, per quelle povere bestiole?
Tutte le amiche dei gatti convenivano a quell'ora attorno al giardino delle foglie secche per portare da mangiare ai loro protetti.
Ma, ditemi, perché stanno tutti qua, questi gatti? – s'informò Marcovaldo.
E dove vuole che vadano? Solo questo giardino, c'è rimasto! Vengono qui i gatti anche dagli altri quartieri, per un raggio di chilometri e chilometri. ..
E anche gli uccelli, – interloquì un'altra, – su questi pochi alberi, si son ridotti a viverci a centinaia e centinaia...
E le rane, stanno tutte in quella vasca, e la notte gracidano, gracidano... Si sentono anche dal settimo piano delle case intorno...
Ma di chi è, questa villetta? – chiese Marcovaldo. Adesso, davanti al cancello non c'erano soltanto quelle donnette ma anche altra gente: il benzinaio di fronte, i garzoni di un'officina, il postino, il verduriere, qualche passante. E tutti, donne e uomini, non si fecero pregare a dargli risposta: ognuno voleva dire la sua, come sempre quando si tratta d'un argomento misterioso e controverso.
È d'una marchesa, che ci abita, ma non si vede mai...
Le hanno offerto milioni e milioni, le imprese edilizie, per questo pezzettino di terreno, ma non vuole vendere...
Cosa volete che se ne faccia, dei milioni, una vecchietta sola al mondo? Preferisce tenersi la sua casa, anche se va a pezzi, pur di non essere obbligata a traslocare...
È l'unica superficie non costruita nel centro della città... Aumenta di valore ogni anno...  Le hanno fatto delle offerte...
Offerte soltanto? Anche intimidazioni, minacce, persecuzioni... Sapeste, gli impresarii
E lei resiste, resiste, da anni...
È una santa... Senza di lei dove andrebbero quelle povere bestiole?
 Figuriamoci se le importa qualcosa delle bestiole, a quella vecchia spilorcia! L'avete mai vista dar loro qualcosa da mangiare?
Ma cosa volete che dia ai gatti, se non ha niente per sé? È l'ultima discendente d'una famiglia decaduta!
Li odia, i gatti! L'ho vista rincorrerli a ombrellate!
Perché le calpestavano i fiori delle aiole!
 Ma di che fiori parlate? Questo giardino io l'ho sempre visto pieno d'erbacce!
Marcovaldo capì che sulla vecchia marchesa le opinioni erano profondamente divise: chi la vedeva come una creatura angelica, chi come un'avara e un'egoista.
 E anche con gli uccellini: mai che dia loro una briciola di pane!
Da l'ospitalità: vi sembra poco?
Tal quale come le zanzare, volete dire. Vengono tutte di qua, da quella vasca. D'estate le zanzare ci mangiano vivi, tutto per colpa di quella marchesa!
E i topi? È una miniera di topi, questa villa. Sotto le foglie secche hanno le loro tane, e di notte escono...
Per quel che riguarda i topi, ci pensano i gatti...
Oh, i vostri gatti! Se dobbiamo fidarci di loro...
Perché? Cos'ha da dire contro i gatti?
Qui la discussione degenerò in una lite generale.
Dovrebbe intervenire l'autorità: sequestrare la villa! – gridava uno.
Con che diritto? – protestava un altro.
In un quartiere moderno come il nostro, una topaia così... Dovrebb'essere proibito...
 Ma se io il mio appartamento l'ho scelto proprio perché ha la vista su questo poco di verde...
 Macché verde! Pensate al bel grattacielo che potrebbero farci!
Anche Marcovaldo avrebbe avuto da dire la sua, ma non trovava il momento adatto. Finalmente, tutto d'un fiato, esclamò:  La marchesa mi ha rubato una trota!
La notizia inaspettata diede nuovi argomenti ai nemici della vecchia, ma i difensori se ne servirono come d'una prova dell'indigenza in cui versava la sfortunata nobildonna. Gli uni e gli altri furono d'accordo sul fatto che Marcovaldo dovesse andare a bussare alla sua porta e a chiederle ragione.
Il cancello non si capiva se fosse chiuso a chiave o aperto: comunque, s'apriva spingendo, con un lamentoso cigolìo. Marcovaldo si fece largo tra le foglie e i gatti, salì i gradini del portico, bussò forte all'uscio.
A una finestra (la stessa da cui s'era affacciata la padella) si alzò lo scuro della persiana e in quell'angolo si vide un occhio rotondo e turchino, una ciocca dal colore indefinibile dei capelli tinti, e una mano secca secca. Una voce che diceva: – Chi è? Chi bussa? – arrivò insieme a una nuvola d'odore d'olio fritto.
Io, signora marchesa, sarei quello della trota, –spiegò Marcovaldo, – non per disturbarla, era solo per dirle che la trota, nel caso lei non lo sapesse, quel gatto l'aveva rubata a me, che sarei quello che l'aveva pescata, tant'è vero che la lenza...
I gatti, sempre i gatti! – fece la marchesa, nascosta dietro la persiana, con una voce acuta e un po' nasale. – Tutte le mie maledizioni vengono dai gatti! Nessuno sa cosa vuoi dire! Prigioniera notte e giorno di quelle bestiacce! E con tutta l'immondizia che la gente butta da dietro i muri, per farmi dispetto!
Mala mia trota...
La sua trota! Cosa vuole che ne sappia della sua trota! – e la voce della marchesa diventava quasi un grido, come volesse coprire lo sfrigolìo d'olio in padella che usciva dalla finestra insieme all'odorino di pesce fritto. – Come posso capire qualcosa con tutto quel che mi piove in casa?
Sì, ma la trota l'ha presa o non l'ha presa?
Con tutti i danni che subisco per via dei gatti! Ah, vorrei proprio vedere! Io non rispondo di nulla! Dovessi dire io, quello che ho perso! Coi gatti che mi occupano da anni casa e giardino! La mia vita in balia di queste bestie! Valli a trovare, i proprietari, per farti rifondere i danni! Danni? Una vita distrutta: prigioniera qui, senza poter muovere un passo!
Ma, scusi, chi la obbliga a restare?
Dallo spiraglio della persiana appariva ora un occhio tondo e turchino, ora una bocca con due denti sporgenti; per un momento si vide tutto il viso e a Marcovaldo sembrò confusamente un muso di gatto.
Loro, mi tengono prigioniera, loro, i gatti! Oh, se me ne andrei! Quanto darei per un appartamentino tutto mio, in una casa moderna, pulita! Ma non posso uscire... Mi seguono, si mettono di traverso ai miei passi, mi fanno inciampare! – La voce divenne un sussurro, come confidasse un segreto. – Hanno paura che venda il terreno... Non mi lasciano... non permettono... Quando vengono gli impresari a propormi un contratto, dovrebbe vetirano derli, i gatti! Si mettono di mezzo, unghie,  hanno fatto scappare  anche un notaio! Una volta avevo il contratto qui, stavo per firmare, e sono piombati dalla finestra, hanno rovesciato il calamaio, strappato tutti i fogli...
Marcovaldo si ricordò tutt'a un tratto dell'ora, del magazzino, del caporeparto. S'allontanò in punta di piedi sulle foglie secche, mentre la voce continuava a uscire di tra le stecche della persiana avvolta in quella nube come d'olio in padella: Mi hanno fatto anche un graffio... Ho ancora il segno... Qui abbandonata in balia di questi demonii...
Venne l'inverno. Una fioritura di fiocchi bianchi guarniva i rami e i capitelli e le code dei gatti. Sotto la neve le foglie secche si sfacevano in poltiglia. I gatti li si vedeva poco in giro, le amiche dei gatti meno ancora; i pacchetti di resche venivano consegnati solo al gatto che si presentava a domicilio. Nessuno, da un bel po', aveva più visto la marchesa.
Dal comignolo del villino non usciva più fumo.
Un giorno di nevicata, nel giardino erano tornati tanti gatti come fosse primavera, e miagolavano come in una notte di luna. I vicini capirono che era successo qualcosa: andarono a bussare alla porta della marchesa. Non rispose: era morta.
A primavera, al posto del giardino un'impresa di costruzioni aveva impiantato un gran cantiere. Le scavatrici erano scese a gran profondità per far posto alle fondamenta, il cemento colava nelle armature di ferro, un'altissima gru porgeva sbarre agli operai che costruivano le incastellature.
Ma come si faceva a lavorare? I gatti passeggiavano su tutte le impalcate, facevano cadere mattoni e secchi di calcina, s'azzuffavano in mezzo ai mucchi di sabbia. Quando s'andava per innalzare un'armatura si trovava un gatto appollaiato in cima che sbuffava inferecito. Mici più sornioni s'arrampicavano sulle spalle dei muratori con l'aria di voler far le fusa e non c'era verso di scacciarli. E gli uccelli continuavano a fare il nido in tutti i tralicci, il casotto della gru sembrava una voliera... E non si poteva prendere un secchio d'acqua senza trovarlo pieno di ranocchi che gracidavano e saltavano...

Autunno
Italo Calvino
Marcovaldo
ovvero
Le stagioni in città

Leggi i Racconti di Italo Calvino

Leggi e ascolta le Canzoni di Italo Calvino

Ti possono interessare gli Aforismi di Italo Calvino

Commenti

Potrebbero interessarti