Valutazione attuale: 5 / 5

Stella attivaStella attivaStella attivaStella attivaStella attiva
 

Racconto di Natale
di Charles Dikens 
La battaglia della vita 

Pur essendo La battaglia della vita il libro di Natale che ottenne più scarsi consensi di critica (1846), vi sono in esso elementi che lo rendono interessante a una sensibilità contemporanea: e sono proprio le falle messe a nudo dai recensori ottocenteschi (eccessi melodrammatici assurdità psicologica) ad attrarre il lettore moderno.
La scrittura cioè svela la presenza di un conflitto (la battaglia del titolo), ma non riesce ad averne ragione. La Iove story del sottotitolo, asessuata e scarsamente credibile; conduce a un lieto fine matrimoniale che il  dipanarsi della storia non sembra giustificare: più coerente infatti  sarebbe la morte della sorella sedotta. Ma la spiegazione e l'interesse del racconto sono altrove, nel difficile rapporto tra arte e vita che diviene il motore del racconto; l'amore mai dimenticato di Dickens per la cognata morta a diciassette anni, che la scrittura rivivere e consente (castamente) di possedere.

Parte prima

Una volta (poco importa quando) e nella forte Inghilterra (poco importa dove) si combatté un'aspra battaglia. Fu combattuta in una lunga giornata d'estate, quando l'erba che ondeggiava era verde.
Più di un fiore selvatico, formato dalla mano dell'Onnipotente perché costituisse una coppa profumata per la rugiada, ebbe in quel giorno la sua tazza smaltata piena di sangue fino all'orlo e cadde con un brivido. Più di un insetto che traeva dalle erbe e dalle foglie innocue i suoi colori delicati ricevette in quel giorno una nuova tinta da uomini moribondi e ne lasciò il segno sulla via innaturale che percorse atterrito. La farfalla variopinta raccolse nell'aria gocce di sangue sugli orli delle ali. Il fiume si colorò in rosso, il terreno calpestato si trasformò in una poltiglia, ove quel colore dominante nel passato rimaneva, sempre più fioco, nelle pozzanghere inerti formatesi nelle orme lasciate dai piedi degli uomini e dallo zoccolo dei cavalli e luccicava debolmente al sole.
Il cielo ci preservi dal conoscere quali spettacoli vide su quel campo la luna allorché, sorgendo dalla linea nera delle colline lontane, di cui gli alberi addolcivano e sfumavano i contorni, si alzò nel cielo e contemplò la pianura disseminata di facce rivolte verso l'alto, che un tempo, sul seno della madre, avevano cercato gli occhi materni oppure si erano serenamente addormentate.
Il cielo ci preservi dal conoscere quali segreti vennero sussurrati più tardi dal vento insozzato che soffiò su quello che era il teatro delle fatiche di quel giorno e delle morti e delle sofferenze di quella notte. Più volte la luna solitaria illuminò il campo di battaglia e più di una stella lo vegliò mestamente e più di un vento, proveniente da ciascuno degli angoli della terra, vi soffiò sopra, prima che le tracce della battaglia fossero completamente scomparse.
A lungo queste vi indugiarono nascostamente; però sopravvissero in certe piccole cose, giacché la natura, tanto al di sopra delle malvagie passioni dell'uomo, recuperò ben presto la propria serenità e sorrise sul criminoso campo di battaglia come gli aveva sorriso prima, quando era innocente.
Su di esso cantarono alte le allodole; le rondini si alzarono e si tuffarono e lo percorsero in tutti i sensi; le ombre delle nuvole volanti si inseguirono rapidamente al di sopra dell'erba, del grano, dei campi, delle ortaglie e del bosco, e al di sopra del tetto e della guglia della chiesa della città anni data tra gli alberi, per scomparire lontane nello spazio luminoso ai confini tra il cielo e la terra, dove i rossi tramonti si dileguano.
Le messi vennero seminate, crebbero e furono raccolte. Il fiume che si era tinto di rosso fece funzionare un mulino. Gli uomini zufolarono spingendo l'aratro.
Gruppi di spigolatori e di raccoglitori di fieno furono visti lavorare tranquilli. Pecore e buoi pascolarono. Ragazzi gridarono nei campi per spaventare gli uccelli. Il fumo sorse dai camini delle case. Nel giorno del Signore le campane squillarono pacifiche. Vecchi vissero e morirono.
Le timide creature del campo e i semplici fiori dei cespugli e dei giardini crebbero e appassirono nel tempo loro destinato su tutto il crudele e sanguinoso campo di battaglia, dove migliaia e migliaia di uomini erano stati uccisi in combattimento.
Ma, nei primi tempi, nel grano che cresceva c'erano certe profonde macchie verdi, che la gente guardava con terrore. Ricomparivano tutti gli anni e si sapeva che sotto quelle macchie verdi erano sepolti indiscriminatamente mucchi di uomini e di cavalli e rendevano più fertile il terreno. L'agricoltore che arava in quei punti rabbrividiva alla vista dei grandi vermi che vi abbondavano, e per molti anni le spighe che vi crescevano furono chiamate Covoni della Battaglia e messe da parte e nessuno mai seppe di un solo covone della battaglia che facesse parte dell'ultimo carico depositato in granaio. Per molto tempo ogni solco che venne tracciato rivelò qualche frammento della battaglia; per molto tempo sul campo di battaglia ci furono alberi feriti, e resti di siepi e di muri di pietra spezzati e rotti là dove si era combattuta la lotta mortale.
E vi furono punti calpestati nei quali non cresceva più né una foglia né un filo d'erba.
Per molto tempo non ci fu ragazza nel villaggio che volesse adornarsi i capelli o il seno coi fiori, anche i più soavi, provenienti da quel campo di morti; e anche dopo che molti anni erano trascorsi, si continuò a credere che i frutti che vi crescevano lasciassero una macchia troppo profonda sulla mano che li aveva colti.
Nondimeno, per quanto passassero con la stessa leggerezza delle nuvole estive, le stagioni nel loro corso cancellarono con l'andar del tempo anche queste tracce del vecchio conflitto e fecero sparire quelle impronte leggendarie di esso che gli abitanti portavano nelle loro menti, finché finirono col ridursi a storie di vecchie donne, confusamente rievocate intorno ai focolari invernali, che con il passar degli anni andarono facendosi sempre più imprecise.
Dove per tanto tempo fiori e frutti selvatici erano rimasti intatti sui rami, nacquero nuovi giardini, si costruirono case e i bambini giocarono sull'erba alla battaglia.
Già da tempo gli alberi feriti avevano servito da ceppi natalizi ed erano scomparsi in fiamma e in muggito. Le profonde macchie verdi non erano ormai più verdi del ricordo di coloro dei quali ricoprivano le ceneri. Di tempo in tempo il vomere portava ancora alla luce qualche rugginoso frammento metallico; ma era difficile dire a che uso quei frammenti fossero serviti e coloro che li trovavano se lo domandavano e ne discutevano.
Una vecchia corazza e un elmo erano stati appesi nella chiesa ormai da tanto tempo che il vecchio debole e mezzo cieco che cercava invano di discernerli al di sopra dell'arco verniciato di bianco era lo stesso che li aveva già guardati con meraviglia da bambino.
Se coloro che erano stati massacrati su quel campo avessero potuto esser risuscitati per un momento nelle forme che avevano quando caddero, ciascuno nel punto che era stato il letto della sua prematura morte, soldati stupefatti e spettrali avrebbero guardato a centinaia dentro le porte e le finestre delle case o sarebbero apparsi sui focolari di abitazioni tranquille o avrebbero costituito il raccolto ammucchiato sulle aie e nei granai, o si sarebbero drizzati tra il bimbo in culla e la sua nutrice, o avrebbero galleggiato nel fiume, formando un cerchio intorno al mulino, affollato l'orto, ingombrato col loro peso la prateria, formato sul campo altri mucchi di uomini moribondi. A tal punto era cambiato il campo di battaglia dove migliaia e migliaia erano stati uccisi nel grande combattimento.
Forse press'a poco cento anni or sono, non vi era luogo dove quel campo fosse più profondamente cambiato che in un pomario annesso a una vecchia casa di pietra con un portico adorno di caprifoglio, nel quale, in una chiara mattina d'autunno, c'era suono di musica e di risa e due ragazze danzavano insieme allegramente sull'erba, mentre una mezza dozzina di contadine, ritte sulle scale appoggiate agli alberi per cogliere le mele, si fermavano nel lavoro per guardare in giù e partecipare al loro divertimento.
La scena era piacevole, vivace, naturale; la giornata era bella, il luogo era tranquillo; e le due ragazze, completamente immuni da ogni costrizione o preoccupazione, ballavano nella piena libertà e gaiezza dei loro cuori.
E mia opinione personale, e spero che sarete d'accordo con me, che, se nel mondo non esistesse nulla di simile al darsi in spettacolo, le cose andrebbero molto meglio di come vanno e noi potremmo formare una compagnia più gradevole di quella che siamo.
Veder danzare queste fanciulle era una cosa incantevole.
Non avevano altri spettatori tranne le raccoglitrici di mele sulle loro scale.
Erano molto felici di divertirle; però ballavano per divertire se stesse, o questa almeno era l'impressione che chiunque avrebbe avuto; e non si poteva fare a meno di ammirarle più di quanto esse non potessero fare a meno di danzare. E come danzavano!
Non come ballerine dell'Opera, niente affatto. E neppure come allieve uscite dalla scuola di una Madame Qualsiasi. Per niente. La loro danza non era né una quadriglia, né un minuetto, né una danza campestre.
Non era né di stile antico, né di stile nuovo, né di stile francese, né di stile inglese, ma forse avrebbe potuto essere, se mai, un po' di stile spagnolo, che è uno stile libero e giocondo, a quanto mi dicono, cui il trillo delle nacchere conferisce un delizioso carattere di ispirazione spontanea.
Mentre esse danzavano tra gli alberi del pomario e lungo gli steli allineati e l'una faceva girare in tondo con leggerezza l'altra, l'influenza dei loro aerei movimenti sembrava estendersi sempre più nello scenario illuminato dal sole, come un cerchio che si allarga nell'acqua. I loro capelli sciolti, le loro vesti ondeggianti, l'erba elastica sotto i loro piedi, i rami che stormivano nell'aria del mattino, le foglie che sussurravano e proiettavano la macchia delle loro ombre sul soffice terreno verde, il vento balsamico che percorreva allegramente il paesaggio, ben lieto di far girare laggiù il mulino, tutto tra le due ragazze e l'uomo che arava coi suoi buoi al margine estremo del paesaggio dove questi si delineavano contro il cielo come se fossero le ultime cose esistenti nel mondo, tutto sembrava danzare con loro.
Finalmente la più giovane delle sorelle danzanti, ansimante, si lasciò cadere su una panchina, ridendo allegramente, per riposarsi.
L'altra si appoggiò contro un albero vicino. La musica, composta di un'arpa e un violino vagabondi, chiuse con un arpeggio come se avesse voluto fare sfoggio della propria freschezza, benché in verità avesse suonato ad un tal ritmo e si fosse sforzata a tal punto per competere con le ballerine, che non sarebbe stata in grado di resistere per mezzo minuto di più.
Le raccoglitrici di mele sulle scale fecero sentire un mormorio di applauso e poi, d'accordo con la musica, si misero di nuovo al lavoro come api. ..
A stimolar la loro attività contribuì, forse, il fatto che un signore anziano, che non era altri che il dottor Jeddler in persona - la casa e l'orto appartenevano al dottor Jeddler e le ragazze erano figlie di lui uscì fuori per vedere che cosa accadeva e chi diamine stava suonando nella sua proprietà prima dell'ora di colazione; giacché il dottor Jeddler era un grande filosofo e non era troppo musicale.
«Musica e ballo, oggi!», disse il dottore, fermandosi e parlando a se stesso. «Credevo che di oggi avessero paura. Ma siamo in un mondo di contraddizioni. Come, Grace, come, Marion», aggiunse ad alta voce, «il mondo stamattina è dunque più pazzo del solito ?»
«Bisogna essere un po' indulgenti se lo è, papà», replicò la sua figlia minore Marion, avvicinandosi a lui e guardandolo in faccia, «perché è il giorno di nascita di qualcuno.» «Il giorno di nascita di qualcuno, Puss!», replicò il dottore.
«Non sai che è sempre il giorno di nascita di qualcuno? Non hai mai sentito dire quanti nuovi attori entrano ogni minuto in questa - ah, ah, non si può parlarne seriamente! - insolente e ridicola commedia che chiamiamo vita?»
«No, papà.»
«Tu no, naturalmente. Sei una donna, o quasi», disse il dottore. «A proposito», e guardò il visino grazioso ancora vicino al suo, «penso che sia il tuo giorno di nascita.»
«No, davvero, papà?», gridò la figlia favorita, levando in alto le labbra rosse per ricevere un bacio.
«Eccolo», disse il dottore, «e ricevi con esso il mio amore», egli aggiunse, imprimendovi sopra quel bacio, «e cento di questi giorni. Che idea! L'idea di augurare giorni felici in una farsa come questa è proprio buona. Ah, ah!»
Il dottor Jeddler, come ho detto, era un grande filosofo; e il cuore e il mistero della sua filosofia consistevano nel considerare il mondo come una gigantesca facezia - come una cosa troppo assurda per poter essere presa sul serio da qualunque uomo ragionevole.
In origine il suo sistema di credenze era stato una parte e un frammento del campo di battaglia sul quale viveva, come comprenderete fra poco.
«Sta bene. Ma come avete fatto per avere la musica?», chiese il dottore. «Naturalmente saranno dei ladri di polli. Di dove sono venuti questi menestrelli?»
«Alfred ha mandato la musica», disse sua figlia Grace, aggiustando tra i capelli della sorella un paio di semplici fiorellini con i quali, nella sua ammirazione per quella giovanile bellezza, l'aveva già adornata mezz'ora prima e che la danza aveva scompigliati.

Canto di Natale: Il secondo dei tre spiriti Charles Dickens
Un Canto di Natale di di Charles Dickens - Il primo dei tre spiriti Charles Dickens
Un Canto Natale di Dickens - Lo spettro di Marley Charles Dickens
David Copperfield di Dickens - Immagini lontane Charles Dickens
Un Canto di Natale di Charles Dickens Charles Dickens
Racconto di Natale di Charles Dickens - Il patto col fantasma Charles Dickens
Racconto di Natale di Charles Dickens - Il grillo del focolare Charles Dickens
Racconti di Natale di Charles Dickens - Le campane Charles Dickens
Racconti di Natale di Charles Dickens - La battaglia della vita Charles Dickens
Racconto di Natale di Charles Dickens - L'ultimo degli spiriti Charles Dickens
Un canto di Natale di Dickens - Come andò a finire Charles Dickens

Commenti

Potrebbero interessarti