06232017Ven
Last updateGio, 22 Giu 2017 4pm

Racconti di Carnevale

Arlecchino di Renato Simoni


Valutazione attuale: 3 / 5

Stella attivaStella attivaStella attivaStella inattivaStella inattiva
 


arlecchinoRacconto di Carnevale
di Renato Simoni
Arlecchino

Eccovi Arlecchino. Di dove viene? Da Bergamo. Intendiamoci bene: non è che a Bergamo sia nato

un omettino come lui con quel testone fuligginoso e tondo e quelle setole di sopracciglia sopra due buchetti lucidi e neri che gli fan da occhi, e il naso rincagnato, e un bitorzolo rosso fiammante sulla fronte, e la pancetta prominente e, altrettanto prominente, il rovescio della pancetta; nè a Bergamo usarono mai vestiti come quello che egli indossa. Tutto a quadrettini rossi, bianchi, gialli, turchini. Ma dal buonumore bergamasco, che più tardi inventò Gioppino dai tre gozzi, fu donato al teatro questo amenissimo tipo di servo, di facchino, di vagabondo che tutti i paesi del mondo hanno amato e beffeggiato. Dovete sapere che da secoli e secoli nei teatri di tutti i popoli apparvero figure di servi o sciocchi o gaglioffi o ingenui o furbeschi, rustici, plebei, spropositoni.
Nella farsa popolare di Roma e del
l'Italia meridionale certi tipi buffi, grassi o calvi o arruffati, scalzi, perchè erano acrobati, col viso ricoperto da una maschera deforme esilaravano gli spettatori.
Il teatro si servÌ, dunque, sempre della
caricatura del ruvido bifolco, dell'idiota, dell'imbroglione lercio,
del beone e del mangione. I suoi cenci, la volgarità dei suoi gesti, i suoi gerghi, facevano la gioia di quelle folle dall'anima fanciullesca.
C'erano, nell'antichità, mascherotti che equivalevano ad Arlecchino.
Non per questo si può dire che Arlecchino sia disceso da essi.
E'
nato, come essi sono nati, da un facile istinto della beffa e del riso.
Avete mai visto alle fiere, davanti alla baracca dell'uomo cannone e della foca parlante, uno o due pagliacci, dal viso infarinato, con gesticolazioni e facezie richiamare l'attenzione del pubblico?
Quello, o meglio quelli che diventeranno poi « Arlecchino» erano probabilmente « imbonitori » di quel genere; bergamaschi per lo più, chè da Bergamo partivano ogni anno comitive di  rivenduglioli, che aiutati dall'umor faceto,  proprio di quella cara gente spiritosa e sottile, improvvisavano, con sgambetti, strida, zufoli; suono di schiaffi, scenette buffe per attirare i passanti. Povera gente, per lo più, che si tingeva il volto di carbone e indossava camicioni e vesticciole rappezzate. In quei rappezzi si ha da vedere il misero principio della policroma livrea di Arlecchino.
Ci fu uno che prese quel nome? Può darsi. Forse volle fingersi tonto  come un allocco (Allocchino); forse si chiamò così alludendo ad una propria ghiottoneria che gli faceva leccare fino il fondo delle padelle. Forse accozzò delle sillabe per la sola comicità acquistando una grande notorietà. Altri avranno sfruttato la sua allegra riputazione facendosi passare per lui.
Fatto sta che dai dialoghi dei cantambanchi uscirono scenette vere e proprie; e i personaggi crebbero di numero, e tutti erano vestiti in maniera stravagante, e c'erano i vecchi barbogi che si la-
sciavano abbindolare, i facchinacci sguaiati, in gonnella femminile, e in mezzo ad essi, guizzava e chioccolava  e berciava Arlecchino e quando si formarono le prime compagnie di commedianti,
per i primi teatri, queste figure diventarono parte integrale delle commedie popolari.
Gli stracci rattoppati si trasformarono in vestiti variegati, con una certa scelta, un certo gusto, una certa pulitezza brillante: ed ecco Arlecchino personaggio da teatro, irresistibilmente lepido, tozzo eppur agile, che sulle scarpe senza tacchi, fuor dalla ribalta, si arrampicavà lungo il cornicione delle loggie, o irrompeva con tonfi e capitomboli sull'impiantito del palco, agitando la spatola rumorosa ed innocua; servo stupido, sempre fiutante l'odore di remote cucine, incapace di ripetere, senza guastarlo, un nome o una parola:
Arlecchino Batocchio, delle valiate di Bergamo, che non ne imbrocca mai una giusta, una specie di bambino adulto, cui tutto svia e interessa, fuori che le cose serie; squattrinato, famelico, iperbolico, che sogna monti di polenta, alle cui falde scorrono ruscelli di burro, mentre dagli alberi pendono polli arrosti e mortadelle di Bologna.
In fondo è un gran bonaccione. Anche quando vuoI imbrogliare, l'imbrogliato è sempre lui.
Colpa della sua ignoranza, non dovuta,
ohimè a negligenza personale, ma al fatto che, mentre andava a scuola, una vacca gli ha mangiato i libri.
Da allora ha girato molto, ha commesso bestialità di tutte le categorie, ha deformato in modo tutto suo il vocabolario, ha dato molti colpi di spatola e ha preso anche molte pedate; ma il mondo intero gli è sembrato una semplice e non riuscita ripetizione della sua terra nativa.
Dovunque egli sia andato non ha visto che case,
strade piazze.
Perciò è sua quella definizione sintetica e geniale: « Il
mondo? E' tutta una Bergamo ».
La maschera tipica del Carnevale bergamasco è presena tata con vivacità, in tutta la sua originale gaiezza. La breve rievocazione della sua storia introduce nell'interessante ambiente, pieno di colore, che vide nascere le prime manifestazioni nate dal bisogno, istintivo nell'uomo, di interrompere il monotono ritmo quotidiano, con qualche bizzarra creazione della fantasia.

 


Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.
Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai su info